lunedì 28 Settembre 2020

Un’occasione epocale per far cambiare direzione alle emissioni globali di gas climalteranti
U

Post scritto da membri del comitato scientifico del sito www.climateranti.it

L’annuncio del rinvio della COP26 da parte della Presidenza UK, inevitabile data l’emergenza Coronavirus in corso, ha destato la preoccupazione che il riscaldamento globale venga considerato un problema che in questo momento l’umanità non si può permettere di affrontare. Pur se il 2020 avrebbe dovuto essere un anno cruciale per il negoziato globale sul clima, in quanto erano attesi i rilanci degli impegni nazionali (NDC) previsti dall’Accordo di Parigi, il rinvio potrebbe avere anche un risvolto positivo in funzione dell’esito delle elezioni negli USA: Donald Trump ha avviato la procedura di rescissione dall’Accordo di Parigi, che sarà operativa a partire dal 4 novembre 2020, e una sua eventuale uscita di scena potrebbe dare un nuovo impulso al negoziato. Inoltre, il negoziato intermedio dell’UNFCCC (con le riunioni degli organi sussidiari SBs), che si sarebbe dovuto tenere a giugno a Bonn, è stato rinviato non al 2021 ma al prossimo ottobre. Quindi rimandare la COP26 al 2021 potrà servire a fare chiarezza su ruoli e posizioni delle diverse parti.

Il Vice Presidente esecutivo della Commissione Europea Frans Timmermans ha pubblicato uno Statement a seguito dell’annuncio del rinvio della COP26, in cui ha dichiarato che:

  • la Commissione continuerà a lavorare per presentare entro settembre 2020 un piano di valutazione d’impatto per aumentare le ambizioni dell’UE per il 2030 e ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 50-55% rispetto ai livelli del 1990 e per presentare all’UNFCCC un ambizioso contributo di riduzione europeo, in linea con l’impegno preso ai sensi dell’accordo di Parigi;
  • la Commissione continuerà a lavorare intensamente con i partner in tutto il mondo per condividere i piani europei, incoraggiarli anche ad incrementare le loro ambizioni e a lavorare insieme su altri elementi chiave dell’agenda globale sul clima, come la finanza sostenibile, l’adattamento e la resilienza agli impatti dei cambiamenti climatici.

E nonostante qualche associazione industriale abbia chiesto un rilassamento degli impegni vigenti di riduzione delle emissioni di CO2  e qualche politico di casa nostra abbia chiesto un ridimensionamento o addirittura uno stop al Green Deal europeo, il Vice-Presidente della Commissione europea ribadisce che il Green Deal è uno strumento politico, sociale ed economico che ha senso realizzare nell’interesse della salute delle persone e dell’economia. All’interno dei diversi Paesi dell’Unione Europea in questo periodo si discute, purtroppo con scarso coordinamento, su come avviare la fase 2, ovvero la ripresa progressiva dopo il lock-down dovuto all’emergenza per l’epidemia di Covid-19. Trentatre associazioni che rappresentano il mondo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica hanno inviato una lettera a tutte le istituzioni competenti a livello Ue e dei singoli Stati membri in cui si chiede che il Green Deal sia al centro dei piani europei e nazionali per la ripartenza economica. Nella lettera si chiede di utilizzare i pacchetti di sostegno economico per accelerare gli investimenti nelle tecnologie pulite in tutti i settori in quanto, sostengono le associazioni, investire in soluzioni e infrastrutture “zero-carbon” è il modo più efficace per garantire la ripresa economica e realizzare un sistema energetico e produttivo più sostenibile.

Numerosi sono stati in questi giorni le iniziative, gli appelli e le lettere aperte che, con l’obiettivo di promuovere la transizione energetica verso le fonti rinnovabili e l’economia circolare, hanno raccomandato di inserire i piani di stimolo economico nell’alveo del Green Deal tra cui l’analisi del Centro europeo per la regolazione (CERRE). Nel frattempo si è verificato il crollo del prezzo del petrolio, che dopo essere rimasto nell’ultimo anno stabilmente sopra i 60$/barile è arrivato a valori inferiori ai 25$/barile, a causa di una guerra commerciale tra Arabia Saudita e Russia (che sembra in via di risoluzione in questi giorni). Ha avuto un ruolo fondamentale anche la minore domanda di prodotti petroliferi collegati ai trasporti, per via del lock-down globale che ha coinvolto miliardi di persone nel mondo. Per molti osservatori il prezzo rimarrà basso per almeno tutto il 2020, mandando fuori mercato investimenti in corso (in particolare quelli per shale oil in USA) o programmati in nuove esplorazioni ed estrazioni di combustibili fossili. Tutto questo potrebbe favorire una più veloce transizione verso le energie rinnovabili. A titolo di esempio, rimandiamo alle analisi interessanti riportate in un articolo del Guardian, tradotto in italiano da Internazionale.

Il calo delle emissioni di CO2: un’imprevista inversione di rotta, da consolidare

In questo scenario sociale ed economico estremamente dinamico e poco prevedibile nella sua evoluzione anche a breve termine, è tuttavia ormai molto probabile che il 2020 rappresenterà una discontinuità forte nel trend in crescita delle emissioni globali antropiche di CO2. Secondo una prima stima del Global Carbon Project, il calo nel 2020 potrebbe essere pari o superiore al 5% rispetto all’anno precedente, valore che potrebbe avvicinarsi a quel -7,6% di riduzione annua segnalato in uno studio delle Nazioni Unite dello scorso novembre come necessario per rendere raggiungibile l’obiettivo di contenere il riscaldamento medio globale a fine secolo entro 1,5°C rispetto all’era pre-industriale. Se così fosse si tratterebbe del maggior calo delle emissioni annuali dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Determinare in questa fase l’entità del calo delle emissioni di CO2 in atto è molto difficile e il valore assoluto annuale sarà certamente influenzato dalla durata dei lock-down di grandi paesi emettitori come USA, UE e India; la Cina, dalle prime stime disponibili fino ad oggi, tra inizio febbraio e metà marzo potrebbe aver avuto un calo prossimo al 20% delle emissioni di CO2 rispetto al medesimo periodo del 2019, mentre non è facile stimare quale sarà l’impatto di una eventuale seconda ondata di contagi, con potenziali ulteriori blocchi dei trasporti e della produzione industriale, ad esempio proprio in Cina.
La sovrappopolazione, la perdita di biodiversità (ricordiamo che a fine aprile la CE lancerà la nuova strategia europea per la biodiversità al 2030, che è parte del Green Deal) la distruzione degli ecosistemi e la conseguente promiscuità crescente di esseri umani ed animali selvatici o allevati in condizioni inadeguate hanno favorito una zoonosi da molti prevista che, grazie alla globalizzazione dei trasporti, si è trasformata in pandemia con una velocità mai sperimentata nella storia umana. Allo stesso modo, il significativo calo delle emissioni di CO2 – stante anche l’oggettiva lentezza e ad oggi scarsa efficacia dei negoziati internazionali nell’abbattimento reale delle emissioni – fino a qualche mese fa appariva impensabile.
Nel giro di poche settimane le abitudini di vita della maggior parte dell’umanità sono radicalmente cambiate per combattere un nemico il cui pericolo, al contrario del riscaldamento globale, è chiaramente e immediatamente percepito da tutti perché ben visibile nella crescita esponenziale dei contagi giornalieri, dei ricoveri e purtroppo anche dei decessi. Molti di questi cambiamenti hanno “forzato” milioni di persone a forme di lavoro agile, hanno determinato la riduzione delle emissioni inquinanti suggerendo ulteriori studi sull’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute umana, hanno messo in discussione l’opportunità di proseguire uno sviluppo accentrato in agglomerati urbani di milioni di persone piuttosto che uno sviluppo periferico multicentrico, basato su continui spostamenti non sempre necessari, ma favoriti da evidenti elementi distorsivi ad esempio dei prezzi dei biglietti aerei, ecc. Tutti elementi che, se rivalutati e ben indirizzati con una visione programmatica che vada oltre gli interessi economici di breve termine e le scadenze elettorali di amministrazioni locali o nazionali, potranno contribuire a un trend di calo delle emissioni di CO2 per ora imposto dall’epidemia di Covid-19.

Sarebbe quindi utile sfruttare questa occasione, questa pausa obbligata, per ripensare il modello di sviluppo, sia da un punto di vista sociale che politico ed economico, trovando soluzioni da condividere auspicabilmente a livello globale (la pandemia, il riscaldamento globale e la CO2 non rispettano i confini nazionali). I rilanci degli impegni nazionali nell’ambito dell’accordo di Parigi, per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C o ben al di sotto di 2°C, non sono rimandabili, dato il limitato budget di carbonio ormai disponibile. E sono un’occasione per evitare, cumulati nei prossimi decenni, perdite di vite umane e danni economici ben superiori a quelli dell’attuale pandemia.

Testo di Simone Casadei con il contributo di Sergio Castellari, Marina Vitullo, Stefano Caserini, Elisa Palazzi, Mario Grosso, Federico Brocchieri, Sylvie Coyaud, Veronica Aneris

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1 COMMENTO

  1. Io mi sono sempre chiesto (e ancora lo faccio…) come mai non si consideri l’idrogeno come energia pulita sulla quale puntare.
    Mi sembrerebbe quella di più immediata tecnologia utilizzabile per la sua produzione, e anche la fonte veramente green (per ottenere energia elettrica si utilizzano ancora fonti fossili come petrolio e carbone).
    Perché non puntare con decisone sull’idrogeno?

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