Per sconfiggere il virus del razzismo servono coraggio e lungimiranza
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Sembra che a breve si troverà un vaccino efficace contro il Covid 19. Una notizia che ci dà grande speranza per la ripresa della nostra quotidianità. Più tortuoso, invece, è il cammino per trovare un vaccino al virus del razzismo. Resiste da secoli e si adatta velocemente ai tempi – riemergendo in forme e luoghi differenti – rendendo difficile debellarlo.

Un accostamento improprio forse, ma che rende l’idea di quanto infido e pericoloso sia il razzismo e di come sia sempre pronto a rialzare la testa e a colpire di nuovo. Un pericolo reale che può in ogni momento manifestarsi, facilitato in questo da una opinione pubblica poca attenta o dal convincimento sbagliato che il progresso porti con se – per sua natura – il superamento di questa piaga sociale. Non è così purtroppo, il razzismo trova il suo brodo di coltura nella disuguaglianza economica e sociale, una condizione che in questi decenni è vertiginosamente cresciuta, segnando un divario sempre più grande non solo fra il Nord e il Sud del mondo ma anche all’interno di nazioni ricche una volta meno segnate da questo processo. Un fenomeno che ha creato ovunque nuove povertà che sono andate sommandosi a quelle preesistenti. Povertà materiali che finiscono con il determinare deficit formativi e arretratezza culturale.  Ragioni queste che hanno avuto l’effetto di allontanare fasce di popolazione sempre maggiori dalla politica e dalla rappresentanza, condannandole spesso alla marginalità. Una massa di “invisibili” che popola le tante periferie del mondo, disillusa e disinteressata ai processi globali e alla politica in generale. Una ferita aperta per la democrazia, intesa come partecipazione, che indebolisce e cristallizza la società, rendendola chiusa e impaurita davanti alle trasformazioni.

In questo contesto maturano a volte contraddizioni enormi e potenzialmente dirompenti.

Assistiamo da settimane alle giuste proteste contro l’uccisione di George Floyd. Un episodio drammatico ma non isolato purtroppo. In questo senso gli Stati Uniti rappresentano un paradosso e un chiaro monito per il mondo. In un Paese dove un nero può diventare Presidente può anche accadere di morire senza ragione per mano di chi dovrebbe invece tutelare tutti i cittadini, indipendentemente dal colore, credo o censo. Ma ancora oggi dobbiamo constatare che non è sempre così. Se sei nero e povero continui ad essere un soggetto debole, un paradigma confermato da tanti casi analoghi nel recente passato. La novità questa volta è la reazione che per forza e velocità di propagazione ha assunto un carattere straordinario. Ovunque tantissimi giovani in prima fila, quasi sempre organizzati attraverso il passaparola sui social, riempiono le piazze dalle quali si chiedono giustizia e diritti. E’ importante cogliere quanto profondamente le giovani generazioni sentano l’ingiustizia e chiedano diritti e uguaglianza. Il razzismo quindi è percepito come un fenomeno culturale che si rafforza nella disuguaglianza.

Una sfida che la politica deve accettare senza riserve per ristabilire una connessione emotiva con quelle piazze e dare così nuova linfa alle nostre democrazie, riavvicinando milioni di persone alla partecipazione e all’impegno sociale e politico. Le forze democratiche e progressiste sono chiamate a compiere un salto culturale di analisi per poter essere in grado di corrispondere alle aspettative di questo movimento antirazzista, che non sembra ripudiare la politica ma anzi la incalza chiedendo risposte di senso e di merito.

Un salto culturale che in Italia è ancor più necessario. Nel nostro Paese vivono da decenni milioni di persone di origine straniera. Essenziali per lo sviluppo sociale, culturale ed economico. Nonostante questo però fa ancora notizia un corazziere nero, un’azzurra di origine africana e ci si meraviglia del fatto che tanti ragazzi nati qui parlino italiano perfettamente anche se i loro genitori sono nati altrove.

Reazioni comprensibili ma che ci raccontano di un’Italia ancora provinciale e impreparata a cogliere fino in fondo i cambiamenti derivanti dalla globalizzazione. Un Paese che stenta ancora a comprendere pienamente le trasformazioni sociali già avvenute in questi ultimi trent’anni.

Prendere coscienza di questi mutamenti invece è la premessa necessaria per mettere a fuoco quanto sia centrale il tema di una nuova idea di cittadinanza per il nostro Paese. E’ ingiusto e dannoso far finta che nulla sia avvenuto e che milioni di persone restino cittadini di serie B. Stiamo parlando di donne, uomini e ragazzi che frequentano le nostre case, scuole, luoghi di lavoro e che nonostante rispettino le leggi e paghino le tasse, continuano a godere di meno diritti. Un vulnus democratico che si concretizza nella legge Bossi-Fini. Una legge obsoleta e vessatoria, a mio avviso non riformabile, che andrebbe cestinata anche in ossequio alla nostra Costituzione che all’articolo 3 pone con nettezza il tema dell’eguaglianza di tutti e del ruolo che lo Stato deve svolgere nel rimuovere gli impedimenti esistenti al suo conseguimento.

Serve recuperare quella lungimiranza dei nostri costituenti, che avevano ben chiaro come la ricostruzione postbellica dell’Italia la coesione sociale del Paese fosse la precondizione per affrontare le enormi difficoltà esistenti. Oggi, come allora, lo scenario post crisi sarà durissimo e pieno di insidie. Nessuno andrà lasciato indietro, per questo sono importanti gli interventi di sostegno al reddito già messi in campo dal governo, ma ancor più sarà determinante fare investimenti massicci e mirati nell’istruzione e nelle politiche di welfare, entrambi insostituibili motori di sviluppo e crescita sociale. Insieme a questi strumenti universalistici di intervento però servirà anche il coraggio di affermare una visione di società dove gli immigrati siano considerati cittadini e non ospiti poco desiderati. Bisognerà riconoscere finalmente la presenza di questi nostri nuovi cittadini come un dato strutturale e non transitorio. Un atto di realismo per uscire da una logica emergenziale e dalla conseguente visione securitaria del tema. In tal senso i decreti Salvini ne sono il frutto avvelenato da superare il prima possibile, così come andrebbe approvato il testo sullo Ius Culturae per dare certezze a quasi un milione di ragazzi nati o cresciuti in Italia ma ancora stranieri per lo Stato. Provvedimenti necessari e importanti per tutto il Paese da affiancare a un nuovo testo unico sull’immigrazione. Una legge fondamentale che affermi finalmente un’idea di cittadinanza inclusiva e attiva, che riconosca quei diritti sociali e politici finora negati senza i quali una parte della nostra società è rimasta invisibile e afona. Perdere la loro voce significherebbe infatti perdere la voce di una parte d’Italia.


Marco Pacciotti è responsabile del dipartimento Immigrazione del Partito Democratico

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