mercoledì 30 Settembre 2020

Ora un piano per il rilancio della cultura, puntando su socialità e solidarietà
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Come evolverà la crisi che abbiamo di fronte è difficile da prevedere. Paure e sensazioni di impotenza si alternano voglia di cambiamento e riscoperta del senso di comunità.

Di certo, l’irruzione del virus nella nostra società sta mutando radicalmente la dimensione sociale. Il concetto di socialità è messo fortemente in discussione. Ed è una mutazione innanzitutto che rischia di emarginare ulteriormente le categorie più deboli.

L’emergenza sanitaria ha mandato in quarantena pratiche, principi e valori dell’associazionismo partecipativo, che nella storia del nostro paese sono stati sempre un pezzo dell’ossatura essenziale dello stato sociale. È una questione che non può essere considerata superflua o accessoria perché significherebbe scegliere di rinunciare a molto di ciò che, anche in forme invisibili, viene quotidianamente costruito per il benessere collettivo.

Quando ci troveremo a poter ricostruire praticamente ciò che l’epidemia ha distrutto, in termini di relazioni, contatti, vita, a questo associazionismo toccherà un compito centrale perché lo scambio sociale e la condivisione dal basso coinciderà con la “sopravvivenza” per molti.

Sarà necessaria una nuova stagione di mutualismo e solidarietà che ci vedrà – noi Arci, ancora convinti che “da soli non si può” – impegnati e con la voglia di essere protagonisti a rispondere collettivamente a una sfida per tutti e tutte e quindi anche per noi.

Occorreranno non solo un semplice no-profit, ma pratiche di accesso alla cultura, occasioni di ricreazione, partecipazione democratica, operatività progettuale. Ovvero specificità che da decenni rendono più ricca e solida la varietà di un mondo che si pone tra lo Stato e il Mercato.

Lo abbiamo visto anche in queste settimane. I nostri circoli, che oggi sono fisicamente chiusi, sono rimasti in prima linea per sostenere chi nell’emergenza rischia di più ed è più debole. Sono state ancora una volta, in silenzio, energie indispensabili per tutelare e proteggere tutti.

Noi ci siamo e continueremo a esserci. Ma pensiamo che ci vuole di più.

Pensiamo che manutenere e sostenere l’associazionismo deve costituire una priorità pubblica. La sospensione delle attività aggregative non ha fermato la capacità di azione immediata e capillare del nostro volontariato, e anche per questo vanno prese misure e provvedimenti che aiutino le associazioni a non chiudere, al pari degli operatori economici, guardando oltre l’emergenza.

Occorreà un piano straordinario di rilancio delle attività culturali puntando sulla socialità e sull’aggregazione per uscire dalla paura. Perché ci sarà ancor più bisogno di organizzazioni sociali in grado di sostenere un processo di ricucitura dei legami attraverso la cultura, la ricreazione, la formazione. Per far ripartire, anche in modo diverso da quello che abbiamo conosciuto, la frequentazione dei luoghi della cultura, dei circoli associativi, dei luoghi di aggregazione giovanile, con un’attenzione maggiore per quelli che agiscono nelle periferie metropolitane e nei borghi delle aree interne.

Per contrastare la diffusione dell’epidemia, è stata richiesta a tutte e a tutti una grande responsabilità sociale. Cogliamo l’occasione per trasformare questa risposta di responsabilità individuale in una dinamica collettiva democratica, per generare un potente antidoto alle culture individualiste e dell’egoismo sociale.

Lavoriamo perché tutti gli attori sociali, politici e istituzionali, il mondo del sapere e delle professioni siano sempre più consapevoli del proprio ruolo e della necessità di concretizzare, adesso, un grande processo di cambiamento, tutti insieme. La società civile organizzata, le forze politiche autenticamente democratiche e i cittadini e le cittadine, dentro un rinnovato quadro unitario, possono fare tantissimo e possono cambiare il corso degli eventi.

Tutto quello che accadrà dopo che avremo sconfitto il coronavirus lo possiamo e dobbiamo iniziare a costruirlo da oggi. Come ha ben scritto Paolo Rumiz, “uscirà solo chi sa cantare in coro”.

Francesca Chiavacci è presidente nazionale dell’Arci

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