giovedì 9 Luglio 2020

Le piazze sono vuote, le città no
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Tratto da Covid and the City. Le città che saremo, serie POST sulle città dopo il coronavirus. Domande, appunti, proposte concrete.

Saremo capaci di trasformare una crisi globale in un’occasione di ripensamento delle nostre città e delle nostre vite? Riusciremo ad approfittare di questo stand-by collettivo per cambiare il lavoro, la scuola, il welfare, il nostro modo di organizzarci e di muoverci?


Non sono vuote le città, come sentiamo spesso ripetere. Le vediamo vuote se le facciamo coincidere con il loro spazio pubblico e se pensiamo che si esauriscano nella loro immagine metafisica, spiazzante, che i giornali e i social ci propongono da settimane. Piazza Duomo a Milano, San Marco a Venezia, il Campo di Siena; potremmo fare il giro delle piazze vuote del mondo, così ammalianti, così ansiogene. Ma per chi sa guardare, non soltanto con gli occhi, le nostre città restano piene di vita, di corpi e di anime – le nostre – che rimangono invisibili: vite compresse nei modesti o preziosi formicai che sono le nostre case.  Le città sono spaventosamente liriche agli occhi, nella loro desolazione. Ma sono capaci di un’altra poesia anche più intensa ché tutta umana, perché ha la sensualità delle mani, dei gesti e dell’umidità del corpo che la produce. La poesia di Francesco, un papa bianco, solo, che risale lentamente la scalinata in San Pietro. Nessuno di noi aveva mai potuto vedere quel luogo senza persone, ma è stato un vuoto carico di presenza, amplificato in modo assoluto dai mezzi di comunicazione. Oppure la chitarra di Jacopo Mastrangelo, vent’anni, che suona Morricone dal terrazzino di una piazza Navona deserta. Musica che solo nel vuoto impossibile di un luogo maestoso riesce a farsi ascoltare così potente.  Bellezza assoluta, di Dio e degli uomini, del sacro e del profano. Indistinguibili. Certo, c’è vuoto e vuoto. Il vuoto tragico di Bergamo, con il suo dolore, non è il vuoto di Roma, oggi.

Il vuoto lo sentiamo nelle nostre teste

È dentro di noi. Sentiamo lo smarrimento di un tempo che si è dilatato, sentiamo l’ansia, quel non riuscire neppure a leggere o a pensare con profondità alle cose che facciamo. Perché abbiamo inaspettatamente un tempo eccedente, aperto davanti a noi che ci rende più difficile essere lucidi. In queste settimane di quarantena tutti capiamo che è entrata in crisi la nostra stessa idea di abitare, che nella sua accezione più profonda non si esaurisce nella casa, ma la trascende, altrimenti non faremmo così fatica ad accettare questo tipo di isolamento; si gioca in quell’equilibrio fragile tra interno ed esterno, tra necessità di appartarsi e richiamo della vita collettiva. Siamo feriti nelle certezze, divisi negli affetti, separati da chi amiamo. Desideriamo quanto ci viene proibito, come la prossimità con le persone più care. Si legge in tanti una sincera voglia di cambiamento, forse perché capiamo che potrebbe essere davvero l’occasione di un reset collettivo (anche minimo), confortati dalla sensazione che se tutti cambiano, possiamo anche noi rimetterci in gioco, senza necessariamente perdere terreno rispetto agli altri. Capiremo solo nelle prossime settimane se questi sentimenti saranno stati profondi e radicati, oppure legati alla fragilità emotiva del momento. 

Come vivremo insieme domani? Nessuno può dirlo

Il quadro è radicalmente incerto: tutto potrebbe cambiare o tutto potrebbe restare com’è. Questo periodo dimostra chiaramente quanto basti un minimo ottimismo nella comunicazione dei dati per cambiare l’umore collettivo e riportare la gente in strada. Pensiamo ad altre minacce globali, come l’11 Settembre delle Torri Gemelle, oppure ai due anni di minacce del terrorismo internazionale legato all’ISIS o ancora alla crisi economica del 2008. Anche in quelle situazioni molti studiosi andavano decretando la fine del modus vivendi occidentale, di uno stile di vita ispirato alla prossimità e alla convivenza negli spazi urbani. In realtà, l’assetto è cambiato ben poco e molti elementi di resistenza e resilienza hanno fatto sì che la vita nelle città dopo qualche mese di assestamento proseguisse, nonostante i pericoli e le minacce, in forme non dissimili rispetto al passato. È chiaro che la minaccia del contagio e la diffusione di forme virali come quella che stiamo vivendo introduce un elemento di complessità in più: un virus mina la natura stessa dell’urbanità, che è basata sullo scambio, la prossimità, la mescolanza, la convivenza serrata tra persone. Nel prossimo futuro il mondo saprà sicuramente trovare il vaccino e l’allarme rientrerà, consentendo di ritornare gradualmente alle nostre abitudini. D’altra parte è plausibile che questa esperienza, impressa sulla nostra pelle di cittadini, possa alterare più durevolmente la nostra percezione del rischio e della sicurezza, sia sul piano personale sia su quello collettivo.

Non cercare capri espiatori ma correlazioni utili a capire

Un certo ambientalismo pecca di moralismo quando cerca di spiegarci che tutto quello che viviamo non è nient’altro che la risposta della natura alla azione nefasta dell’uomo. Ambientalismo che in questi ultimi anni si stava poco a poco liberando da quel colpevolismo che per decenni ne aveva segnato la sconfitta. Una certa critica al capitalismo (anche tra gli studiosi dell’economia civile che sentiamo più vicini) si affretta a puntare il dito contro la degenerazione del profitto, del consumo, della gestione dei beni e delle risorse naturali. Per non parlare del moralismo latente in tante critiche sociologiche che, di fronte ad una sfida innanzitutto sanitaria, si attardano a riconoscere le critiche comunitarie, relazionali e affettive del nostro tempo. Certamente spunti condivisibili sono presenti in ciascuna di queste letture.

Ma serve a poco. Esistono la questione ambientale, la crisi della dimensione comunitaria e un capitalismo che ha fatto moltissimi danni – in nome del profitto – ma dobbiamo fare i conti con questa singolare crisi epidemiologica nel modo più laico, razionale, freddo e lucido possibile. Dobbiamo partire dai dati, dalle correlazioni che cominciano a profilare e che suggeriscono piste di ricerca, come quella seguita dall’economista Leonardo Becchetti sulla relazione tra aree ad alto inquinamento e propagazione del virus per capire cosa sia successo ed avere strumenti adeguati alla programmazione della ripresa in modo sostenibile per la salute e per l’ambiente; per capire la correlazione con l’uso di sostanze stupefacenti ad alto impatto sui polmoni; per capire perché sembrino particolarmente esposti più gli uomini che le donne, (discrepanza molto sensibile in Italia rispetto agli altri Paesi); per capire quali emissioni ambientali siano più dannose e possano costituire habitat propizi per Covid e nuovi virus. Insomma, dovremo mettere in campo ricerche sistemiche in grado di correlare dati ambientali, demografici, economici, legati agli standard medici. Potremo forse capire cosa sta succedendo e attrezzarci per il futuro solo mettendo in evidenza le fragilità dei territori. Fragilità differenti da quelle che abbiamo studiato finora e che riguardano contesti sia poveri sia ricchi (ma inquinati e mal governati dal punto di vista della salute, come la Lombardia), con popolazioni di età e stili di vita diversi.

Com’erano piene le piazze fino a pochi mesi fa

Ci basta tornare indietro di poco per ricordare che le città non erano mai state così straripanti di persone. Sotto la spinta propulsiva di Greta Thunberg, milioni di giovanissimi sono scesi nelle piazze di tutto il mondo facendosi portavoce – pacificamente e in modo creativo – di un ambientalismo nuovo. La crisi climatica, nei suoi aspetti ecologici, sociali e politici, è stata al centro di un movimento dal basso che ha mobilitato la gioventù sia dei paesi ricchi sia di quelli più poveri, dove gli effetti del climate change si stanno facendo sentire in modo meno sopportabile.

In forme simili, pacifiche e svincolate dalle forme tradizionali di impegno politico si sono manifestate le piazze del malcontento politico, come in Italia le Sardine. Sono nate quasi sempre da una recriminazione apparentemente marginale, come l’aumento di una tariffa nel trasporto pubblico in Cile, della benzina in Francia o nei costi della telefonia, ma che nascondono invece ragioni profonde, nelle diseguaglianze che non trovano voce né progetto politico. È una domanda di dignità di vita che porta in strada giovani (ma anche anziani) a Beirut con forme di mobilitazione non partitica. Così a Hong Kong, a Quito, a Teheran, ad Haiti. Nell’osmosi perfetta di reale e virtuale, il messaggio di Greta nasce nelle città, si trasferisce subito nel web e viceversa, perché la cultura social è sia causa sia effetto della mobilitazione di cui è capace. 

Salute vs Ambiente: come uscire dal dilemma?

Molto del nostro comune destino dipenderà dalla capacità di tenere insieme la piazza piena di ieri e la piazza vuota di oggi. La prima esprimeva l’esigenza di proteggersi dalla crisi climatica, la seconda di proteggerci dal pericolo invisibile del virus. Ma crisi climatica e crisi sanitaria ci chiedono uno sforzo collettivo di intelligenza e di capacità di adattamento. I due temi, almeno in questa prima fase, non sono così facilmente conciliabili se passiamo dalla dimensione teorica a quella pratica. Qualche domanda tra le tante possibili: per tornare a vivere insieme useremo più auto private (per proteggere la salute) o più mezzi pubblici (per salvare l’ambiente)? La crisi del mercato automobilistico, che metterà in saldo tante auto in giacenza, spingerà molti ad acquistarne di nuove? Se sì quali? a benzina, ibride o elettriche? Sarà sostenibile un servizio di trasporto pubblico costretto a garantire distanziamento sociale a costo di una drastica riduzione del carico di persone o di un massiccio aumento dei mezzi?

Questi sono i problemi a cui le amministrazioni dovranno rispondere considerando sia la razionalità sia l’emotività dei comportamenti collettivi. 

Elena Granata è Professore Associato di Urbanistica al Politecnico di Milano, vicepresidente della Scuola di Economia Civile

Fiore de Lettera è giornalista ed editore, esperto di branding culturale, fondatore di Planetb.it, agenzia di ricerca su ambiente e comunicazione civile.

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