lunedì 28 Settembre 2020

La sfida dei progressisti, un ripensamento radicale del sistema lavoro
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Oggi è il Primo Maggio, la festa dei lavoratori. Perché il lavoro fosse fondamento della nostra Costituzione ci sono volute grandi lotte sociali e la mobilitazione di milioni di donne e uomini. Le battaglie del sindacato e di tutte le organizzazioni del movimento operaio hanno costruito partecipazione, e diritti, crescita sociale, e democrazia. Sono capisaldi dello Stato e della Repubblica. Lo sono a maggior ragione di fronte alle profonde mutazioni sociali e del modo di produrre e di lavorare che prima la scienza e la tecnica, e oggi l’accelerazione imposta dalla pandemia, pongono davanti a tutto il pianeta.

Le forze progressiste e democratiche, in questo spaccato drammatico e denso di pericoli nel quale la storia ci pone, hanno l’opportunità di ricostruire una società nuova, diversa, più giusta, solidale. Quella che abbiamo davanti è una sfida epocale e globale.

Per questo abbiamo deciso di Immaginare, e anche andare oltre, verso l’inimmaginabile. Immagina è lo spazio adatto per trovare il coraggio delle opinioni più radicali, dei pensieri più arditi, delle proposte più innovative.

Ecco, il compito del Pd, di tutto il mondo progressista: tracciare una strada nuova, ambiziosa, aperta e inclusiva. Questa crisi ha aperto ampie contraddizioni, creato dubbi e paure, ma anche messo a nudo il grande bluff dei populismi e i limiti della destra sovranista. Per noi democratici la sfida è duplice: dimostrare che, anche se per un tempo non breve dovremo tenere le distanze fisiche tra di noi, la democrazia e la partecipazione collettiva sono più forti di ogni tentazione o strada autoritaria. Al contempo mettere in campo politiche economiche espansive, di crescita, di sostegno e aiuto, di reale inclusione dei più deboli.

Occorrono insieme coraggio e responsabilità, solidarietà e rigore, equità e innovazione, velocità e trasparenza.

E stabilità politica. Ai cittadini dobbiamo dare riferimenti, certezze, dimostrazione che può esistere una politica capace di guardare al bene comune e non agli interessi di parte.

Per fronteggiare la crisi prodotta dall’epidemia e dal conseguente inevitabile e prolungato lockdown abbiamo messo in campo una manovra imponente di 80 miliardi complessivi, più le risorse mobilitate per assicurare credito e liquidità. E ancora molte di più ne serviranno e dovranno essere assicurate dal recovery Fund europeo. In questo quadro il Pd, anche grazie ad un confronto proficuo con il Forum sulle disuguaglianze, ha chiesto che si attivasse un reddito di emergenza, e si mettesse mano ad una riforma del reddito di cittadinanza per assicurare una misura di sostegno di stampo universalistico.

Perché? Perché una misura universalistica? Questo ci riposta alla nostro punto di partenza. Il primo maggio. La festa dei lavoratori. Oggi troppi si sentono esclusi dalla festa, ed è invece proprio la festa di tutti i cittadini attivi e responsabili che deve diventare.

Per tre secoli il progredire delle società industriali si è fondato sulla centralità del lavoro, e le forze socialiste e progressiste hanno affidato al lavoro il compito di assicurare diritti, crescita e mobilità sociale, diritti individuali e collettivi. Nell’ultimo trentennio l’informatica e la globalizzazione hanno modificato tratti importanti dell’organizzazione sociale, e più ancora lo hanno fatto la robotica, la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, l’internet delle cose. Siamo davanti a mutamenti decisivi, di sistema.

Sappiamo con certezza che si può produrre sempre di più lavorando sempre di meno, o diversamente. Sappiamo che aveva ragione Keynes, che già nel 1930 sosteneva che gli strumenti economizzatori di manodopera procedono a ritmi più elevati di come riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera, e che il grande tema che il capitalismo avrebbe dovuto affrontare nei decenni successivi sarebbe stato il tempo libero a disposizione delle persone.

Sappiamo che si può creare più ricchezza con meno lavoro vivo e che nel tempo dovremo ridurre e redistribuire tempi di lavoro a vantaggio del tempo libero. Ora sappiamo, in questa drammatica emergenza, che il lavoro a distanza è non solo possibile, ma spesso auspicabile perché riduce costi economici e costi sociali. Siamo costretti ad un ripensamento radicale dei modelli di produzione e di vita. E anche a ridefinire lo scambio sociale. Non solo capitale/lavoro, ma capacità di produzione di ricchezza sociale nel senso più largo che si possa intendere, come cittadinanza attiva e responsabile.

Ecco una grande missione per le forze progressiste e democratiche, Combattere la povertà e affermare nuove giustizie con il lavoro, con i lavori, e anche oltre i lavori.

Nicola Oddati è il coordinatore dell’iniziativa politica e responsabile Cultura del Partito Democratico

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1 COMMENTO

  1. Si può fare e si deve fare, ma dobbiamo abituarci a pianificare e ragionare in termini di produttività, in ore e giorni/uomo e fare piani. Considerando questi parametri in positivo e non in negativo9 come spesso oggi si fa.
    Nel Privato, alcuni settori industriali come l’ impiantistica e funzioni come l’Informatica si fa già, anche nella produzione si fa molto in quanta direzione ma in alcune funzioni aziendali non si attua.
    Non ne parliamo poi nella PA. Prova a dire tu devi produrre tante pratiche al giorno pare una bestemmia.
    Ma oggi con l’aiuto del “digitale” si può aggiungere “FALLO QUANDO PUOI E VUOI ma devi produrre tante pratiche a settimana o giorno o mese” e forse diventa più familiare e accettato.

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