giovedì 3 Dicembre 2020

La tempesta ha spazzato via muri e chiusure ma ora l’Europa cambi passo
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Papa Francesco si è rivolto direttamente all’Europa come se fosse un interlocutore certo e stabile capace di raccogliere un monito impegnativo e per molti versi inedito. Sì l’Europa come spazio e come istituzione, principale destinataria di passaggi non scontati del messaggio Urbi et Orbi: “Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative”.

Un riferimento esplicito a una costruzione storica e alle sue responsabilità. Si tratta al tempo stesso di una straordinaria novità nei rapporti tra poteri e istituzioni e di una conferma di tematiche di lungo periodo. Una pagina impegnativa che lascia alle spalle le diatribe irrisolte sulle radici culturali o filosofiche dell’Europa nel suo divenire scegliendo il confronto serrato con la costruzione storica continentale.

Il farsi storia del minacciato ideale europeo conferma la centralità ritrovata dei nazionalismi come chiave di risposta alle inquietudini del mondo globale. Se la costruzione europea rimane la risposta più alta e condivisa alle logiche di violenza e di guerra allora ogni strategia distruttrice di quella architettura privilegia il ritorno della nazione o se vogliamo usare un’espressione corrente e inflazionata del sovranismo identitario.

Un bivio ancora una volta tra la solidarietà possibile (ritrovata e condivisa) o le spinte insopprimibili del linguaggio della nazione. Chiedere all’Europa di battere un colpo prima che sia troppo tardi significa difendere le ragioni di un itinerario comune senza nascondere le debolezze che tanto hanno pesato negli ultimi decenni, in particolare dopo la fine della guerra fredda. Molte speranze legate al 1989 e ai suoi possibili riflessi si sono spente o di frequente trasformate in sonore sconfitte. Basti il richiamo al cammino costituzionale spezzato o all’esito del referendum sulla Brexit.

Indicatori diversi convergono nel segnalare una pericolosa assuefazione al progressivo inabissarsi dell’ideale originario. Un insieme di condizioni che ha favorito il diffondersi di un senso comune secondo il quale i passi avanti in termini di qualità della vita, garanzie e diritti fosse avvenuto malgrado il vincolo esterno e non grazie alle capacità virtuose di una stabilizzazione condivisa e consapevole. Un rovesciamento dei termini iniziali che avevano costruito le condizioni per una ricostruzione impetuosa in una parte non marginale del vecchio continente.

E così mentre il crollo del comunismo poteva rilanciare le ragioni di un’Europa più ampia e più forte, appoggiata sui due pilastri dell’economia e della politica, dell’integrazione e della democrazia, la realtà degli ultimi decenni non corrisponde alle speranza di allora né alle sfide del nostro tempo. Il sostanziale disequilibrio internazionale del dopo guerra fredda consegna una duplice e strana versione dell’Europa: una debole, fragile, divisiva attraversata dalle spinte nazionali o dalle logiche di potenza, un’altra sofferente ma potenzialmente centrale nel mondo globalizzato, fondata sulla condivisione di un destino comune e di una strategia.

La tempesta di queste settimane spazza via ogni consolatoria chiusura dentro muri, confini invalicabili o certezze. E’ urgente voltare pagina per tornare a sperare. In un aprile di molti anni fa l’Italia piegata dalla guerra trovava la forza per ricominciare. In tanti si chiedevano senza retorica “Ce la faremo?”. Ecco la risposta di Alcide De Gasperi (12 aprile 1947) che prendo in prestito dagli auguri pasquali della Fondazione trentina che porta il suo nome: “Ce la faremo? Rispondo: certissimamente, purché lo vogliamo. Con fermezza, con tenacia, con solidarietà. È inutile che una categoria voglia sopraffare l’altra per arrivare al traguardo. O tutti o nessuno. Ci vuole disciplina, solidarietà ed onestà”.

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