giovedì 3 Dicembre 2020

“Investimenti e difesa dei più deboli: così costruiamo un nuovo futuro”. Parla Roberto Rossini
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Soltanto pochi mesi fa sarebbe stato impossibile anche solo immaginare, una festa dei lavoratori tanto piena di preoccupazione per il futuro. Le stime più ottimistiche parlano di decine di milioni di posti di lavoro persi nel mondo, ai quali si aggiunge una previsione di perdita del Pil che in Italia dovrebbe oscillare tra il 6 e il 9%. Uno scenario da dopoguerra che segna uno spartiacque fra un prima che non tornerà e un dopo tutto da costruire. Abbiamo cercato di immaginare insieme a Roberto Rossini, Presidente nazionale delle Acli, ciò che sarà del nostro futuro.

Siamo davanti ad un presente drammatico, soprattutto dal punto di vista economico e occupazionale, ma è il futuro che più ci preoccupa. Il sentimento che lo caratterizzerà sarà la paura?

È evidente che siamo di fronte ad un scenario non particolarmente positivo ma dobbiamo prendere atto della realtà ed agire di conseguenza. Dobbiamo imparare a convivere con il mutamento: il virus ci muterà, il nostro lavoro sta mutando, così come il nostro sistema economico e la politica, le nostre abitudini sono già mutate. In questo sistema così instabile e incerto è difficile non avere paura. Alcuni lavoratori hanno più paura di altri, penso a chi lavora nel turismo o nella ristorazione. Qualcuno non troverà più il suo lavoro e dovrà mettersi alla ricerca o in formazione. Qualcuno lavorerà a singhiozzo, con attività più ridotte o in smart working con presenze a rotazione. Per qualcuno non cambierà niente. Il compito della politica è accompagnare questo cambiamento.

Saremo capaci di adattarci a tutti questi cambiamenti in così poco tempo?

Di certo lo dobbiamo fare, ma non tutti hanno gli strumenti e le risorse per farlo allo stesso modo. Ci sono fasce di popolazione che non saranno in grado di affrontare questi cambiamenti in maniera serena. È a loro che dobbiamo stare più vicini, per non lasciare nessuno indietro. Il distanziamento fisico, altrimenti, può rischiare di portare anche ad un distanziamento prima economico poi sociale e, infine, umano. Non possiamo permettere che si aggravino le differenze. Chi è forte, se la caverà comunque. Chi è debole rischierà di indebolirsi di più. Per evitare questo dobbiamo lavorare su due binari: il primo è la difesa dei più poveri. Il governo, con cui ci siamo interfacciati, sembra seguire una linea di aiuto e sostegno molto positivo con il sostegno agli ammortizzatori sociali, al reddito di cittadinanza, all’introduzione del reddito di emergenza, ma anche con bonus e incentivi. L’altro binario è quello degli investimenti perché, non dobbiamo solo gestire il presente, ma dobbiamo immaginare il futuro che ci sarà. Ci serve un piano di sviluppo di infrastrutture immateriali, penso ad esempio al rafforzamento della rete wifi, per accorciare le distanze tra persone e informatizzare il Paese. Insomma, serve immaginare già come sarà la fase tre.

Nella fase tre il lavoro si svolgerà da casa?

La situazione che abbiamo vissuto mi è sembrata un grande esperimento di massa. Siamo passati da 200mila a quasi 2 milioni di lavoratori in modalità smart working da un giorno all’altro. Ci sono stati tanti pro e contro, ma mi sembra che i pro siano maggiori: limitazione degli spostamenti, maggiore tempo a disposizione per la cura e la famiglia e lavoro per obiettivi. Per chi non deve produrre beni immateriali, mi sembra ragionevole pensare, che possa e debba continuare a lavorare in questo modo. È una strada davvero interessante che va valorizzata.

Insomma ci sono delle cose positive che, a causa di questa pandemia, possiamo portare nel futuro. E perché no, forse possiamo pensare che stiamo entrando in un nuovo umanesimo…

Non so se questo è un nuovo umanesimo ma sicuramente è in atto un cambiamento profondissimo nelle nostre esperienza giornaliere. Le faccio un esempio banale. I miei amici ora fanno la spesa tramite una app: scelgono i prodotti, li mettono nel carrello virtuale del supermercato, scelgono un orario di ritiro e vanno a prendere la spesa senza neanche scendere dalla macchina, pagando con una carta di credito. Tutto perfetto. Questo nuovo modo di fare acquisti comporta anche una modifica dei tempi delle nostre città. Se i servizi funzioneranno così in futuro, questo vorrà dire che i tempi si dilateranno. Di fatto sta cambiando nel profondo il tessuto sociale di una società perché siamo di fronte a città e servizi completamente diversi da quelli a cui eravamo abituati. Bisognerà stare attenti, anche in questo caso, perché ci sarà chi non riuscirà a stare al passo con questi cambiamenti, penso per esempio agli anziani.

Oltre agli anziani, sembra che anche un’altra categoria possa rischiare di entrare nel futuro seguendo un paradigma del passato: le donne.

Sono in passaggi storici come questi che ti rendi conto dei nodi ancora non risolti che ti porti dietro. Ci sono nodi che, se non sono stati risolti per tempo, nelle difficoltà non fanno che aggravarsi. La questione femminile è una di queste: le donne stanno pagando moltissimo in questa fase, con un aggravio dei carichi familiari sulle loro spalle. C’è bisogno di fare un ragionamento serio e di affrontare il problema.

L’emergenza ancora non è finita ma una luce in fondo al tunnel si comincia a vedere. Lei è di Brescia, una città colpita duramente dal virus. Come ha vissuto questo periodo di quarantena?

Ho sentito storie pesanti e drammatiche. Ma ho sentito anche lo sforzo e la dedizione da parte del personale sanitario e, me lo lasci dire, dei lavoratori del settore sociale. C’è stato un grande lavoro nel gestire tutti quei soggetti che nell’ordinario hanno bisogno di cure, come i disabili, gli anziani, i minori e che in questo periodo straordinario hanno avuto ancora più bisogno. Sono stati degli eroi. Ma non solo, mi è sembrato di cogliere un grande senso di appartenenza. Un sentimento molto bello che ti fa capire che in alcuni momenti il collettivo prevale sull’individuale. Siamo partiti parlando della paura, che è un sentimento che sicuramente c’è in questo momento, ma che si può trasformare anche in qualcosa di positivo, come la solidarietà e l’appartenenza. Che poi, probabilmente è quello che ricorderemo di tutta questa esperienza.

Sperando di non dimenticarlo…

L’uomo dimentica, è un’evidenza. Ma quando c’è una nuova esperienza difficile e profonda da affrontare, allora riaffiorano gli antichi valori.

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2 COMMENTI

  1. Investimenti e difesa dei più deboli = lavoro
    Penso che il problema che dovremo affrontare, a breve, sarà quello del lavoro. lavoro che rischia di “sparire” per molte persone, sia dipendenti che imprenditori. Mentre sono “abbastanza fiducioso” sul fatto di riuscire a contenere, combattere, gestire e vincere il virus, sono più preoccupato per le conseguenze economiche che potranno verificarsi in conseguenza dei guasti all’economia che il virus stesso ha creato. Lo Stato sta intervenendo per aiutare tutti coloro che sono stati colpiti dall’avvento del virus, dimostrando attenzione e disponibilità verso le persone e/o aziende interessate, seppur appare che che tali aiuti registrano ritardi nel raggiungere gli interessati, con impegni economici di importi fino a poco tempo fa inimmaginabili.. mi chiedo ma dove prendiamo tutti questi soldi …. si è vero che arriveranno aiuti dall’Europa…che i mercati finanziari appaiano disposti a sottoscrivere il nostro debito, vuoi anche, e per fortuna, che siamo “sotto l’ombrello protettivo europeo”…parte di questi sussidi potranno essere anche a fondo perduto,… ma la maggior parte dovremo restituirli …e questo mi preoccupa perché il nostro debito pubblico non presenta avanzi di cassa capaci di restituire il debito e nel contempo non praticare interventi e politiche di risparmio e rigore sui conti pubblici.
    Rigore sui conti pubblici vuol dire “tagli” ai servizi ed assistenza e in un mondo che prevede sempre più anziani, il bisogno dell’assistenza sarà sempre più necessario ed impegnativo.
    La storia ci insegna poi che questi interventi rivolti ai “sacrifici” portano inevitabilmente ad una diminuita disponibilità economica e minor circolazione di denaro, anticamera di recessione con conseguente perdita di posti di lavoro.
    Ecco perché il lavoro va posto al centro di tutti i nostri ragionamenti e mai dimenticato nei provvedimenti da prendere, non solo per puri aspetti di “dignità umana”, ma anche, e soprattutto, per l’economia di un paese.
    Lavoro che non va assolutamente “perso” per coloro che ora ce l’hanno, ma va soprattutto creato per coloro che ora non ce l’hanno, e mi riferisco soprattutto a quelle regioni del nostro meridione dove si sa che la presenza di imprese ed offerte di lavoro in generale è quanto mai scarsa.
    Dobbiamo quindi creare lavoro: come possiamo fare?? – senz’altro una iniziativa pubblica che investi su lavori finalizzati alla creazione di infrastrutture pubbliche e/o di difesa del territorio e/o manutenzione di edifici scolastici e/o pubblici, ma penso anche sia necessaria affiancare una iniziativa privata da parte di imprese, agevolando e creando condizioni di interesse affinché possano investire per creare occupazione.
    Se dipendesse da me chiederei ai presidenti delle regioni meridionali maggiormente interessate, di quantificare il numero di posti di lavoro che occorrerebbero per dare rilancio all’occupazione e poi convocherei l.a confindustria e/o altre associazioni rappresentative del mondi imprenditoriale, per ragionare con loro sul problema, ricercando un accordo avente l’obiettivo di investire in tali zone per creare posti di lavoro capaci di assorbire ed eliminare la disoccupazione esistente.
    Forse è un sogno…ma talvolta i sogni possono diventare realtà, se ci si crede!!!

    Un ultimo appunto per quanto riguarda gli interventi – aiuti a fondo perduto che il governo sta mettendo in campo. L’importo di tali sussidi dovrebbero tenere conto di quanto dichiarato, ai fini del reddito, dall’azienda e/o titolare. Leggo che ci sono ristoratori che lamentano una perdita di € 8.000,00 al mese causa chiusura covid ma nell’ultima dichiarazione presentata hanno inda di € 20.000,00 mensile a fronte di una dichiarazione dei redditi di € 11.000,00. Qualche cosa non va in questi comportamenti!!!.
    Saluti Sergio Accorsi

  2. Sergio ha ragione, bisogna creare nuove opportunità di lavoro. L’automazione, le vendite online, i servizi online, stanno eliminando moltissimi posti di lavoro, e questo da molto prima che arrivasse il virus. Probabilmente era inevitabile, ma ci crea un problema: dove lavoreranno le persone licenziate dai negozi, dalle banche, dalle fabbriche, dai servizi? Io credo che ci siano molte opportunità nei settori dell’assistenza agli anziani e ai malati, della ricerca scientifica, della gestione dell’ambiente, delle infrastrutture, e anche nella cultura, negli spettacoli, nel turismo, nella valorizzazione del patrimonio artistico. Però queste cose qualcuno le deve pagare. L’intervento statale (sul quale finalmente l’UE ha aperto uno spiraglio) va bene, però avviene sempre “a debito”. E quindi bisogna pensare ahimè alle tasse, che in futuro potranno derivare da queste stesse attività, ma per iniziare ci vogliono. Inutile chiudere gli occhi. A me dispiace molto che la proposta del governo italiano di un “contributo di solidarietà” basato sul reddito dei più abbienti sia stata immediatamente cassata dal frastuono della comunicazione sui media, che si è sbizzarrita nel tirare fuori slogan fuorvianti, come quello di una supposta “patrimoniale”. O si fa solidarietà o non si fa, non basta parlarne.

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