martedì 22 Settembre 2020

Sali a borgo, la sfida riformista parte dai nostri territori
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Se non qui, dove? Se non dai borghi e dall’Italia interna da dove ripartire?

Ovviamente è uno sguardo, un punto di osservazione: pensare che questi magazzini di identità, memoria e bellezza possano alimentare una ripartenza.

Ridurre le diseguaglianze economiche e territoriali, le ingiustizie sociali e spaziali, sostenere ed alimentare una “spinta gentile” per la sostenibilità. Non è forse anche questo un palinsesto del riformismo italiano?

Nell’Italia post Covid 19 spetterà al Partito Democratico una faticosa scarpinata a sostegno di investimenti per la rigenerazione e la resilienza.

Ha suscitato molto dibattito l’intervista a Stefano Boeri su La Repubblica del 21 aprile: “Via dalle città, nei vecchi borghi c’è il futuro”.

Questo messaggio, mediaticamente forte, ha fatto emergere in superficie tanti fiumi carsici il cui corso già da tempo scorreva in questa direzione, cosi come è stato sottolineato nell’interessante riposta a Boeri dell’associazione dei Borghi più belli d’Italia e dall’Unione nazionale Comuni, Comunità ed Enti montani (Uncem). Invertire lo sguardo per ‘Riabitare l’Italia’, come ci dice l’editore Carmine Donzelli, è una netta scelta di campo.

Termini come ‘paesologia’ o ‘restanza’ appartengono ormai ad un lessico che ha dato respiro letterario e poetico ad una strategia di programmazione avviata ai tempi del governo Monti dal Ministro Fabrizio Barca e oggi rilanciata e rinnovata dal Ministro Provenzano.

La mappa elettorale ci indica in questi territori l’affanno del riformismo, la fatica di una risalita lungo un’Italia verticale, interna e montana, ma anche orizzontale, periferie e Sud Italia. Luoghi accomunati da disuguaglianze economiche e sociali. Aree vuote e semivuote di diritti di cittadinanza: istruzione, sanità e mobilità.

Proviamo a ragionare non da ‘apocalittici e integrati’, o con radicali oscillazioni di prospettiva emotivamente condizionate da questa emergenza. Lasciamoci accompagnare dal pensiero dell’economista Pasquale Saraceno, magari con una estensione politica e culturale alle aree di margine dell’intero Paese: “Ci deve essere sempre un po di Sud nelle politiche nazionali”.

Penso, quindi, che è un’idea diversa di futuro e di Paese, appunto riabitarlo, la potenzialità dei nostri borghi. Serve un progetto accompagnato da un coerente disegno istituzionale e amministrativo.

È arrivato il momento di interrogarsi se una programmazione speciale, cosi come è avvenuto con la Strategia Nazionale delle Aree Interne, può vivere all’interno di una legislazione ordinaria senza nessuna ‘specialità’ territoriale.

Chiediamoci: è giusto determinare gli organici scolastici con gli stessi parametri per una città e un’area rurale? Analogo discorso vale per la salute. Ad esempio l’emergenza urgenza e il tempo per arrivare in un pronto soccorso. Oppure riflettere su come sia possibile che in questi territori, in cui la presenza di anziani è maggiore, i posti di lungodegenza sono definiti sulla base di parametri nazionali uguali per tutti? Non parliamo di dotazione infrastrutturale o di mobilità per la quale si “pretende” di riempire i mezzi trasporto con le stesse percentuali in aree con diversa densità di popolazione!

È inoltre necessario conoscere questi luoghi per evitare di innestare dinamiche di sviluppo estranee che, come è già avvenuto nel passato, determinino crisi di rigetto e sprechi.

Non ha senso una contrapposizione tra città e borghi o “adozioni subalterne o elitarie” delle prime verso i secondi; non regge più una separazione di destino tra modernità e arcaicità. Proprio nelle aree interne serve una maggior investimento nella rete, nell’innovazione tecnologica.

Siamo il Paese in cui nel secondo dopo guerra un manager industriale illuminato, Giuseppe Nuraghi, affidò al poeta ingegnere Leonardo Sinisgalli il racconto della “Civiltà delle macchine”. L’avanguardia tecnologica incontrò le muse; l’innovazione sociale, la comunità e la fabbrica non scissero umanesimo e scienza.

Cosa può diventare l’agricoltura in queste aree nell’era digitale che vede i consumatori alla ricerca di garanzia, qualità e sicurezza alimentare? La fiscalità o l’energia sono le vie differenziali su cui investire per raggiungere gli obiettivi Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile?

Ecco allora che si aprono nuove e affascinanti sfide per il riformismo italiano. Il Partito Democratico può essere il soggetto politico che prima di altri si pone come locomotiva per questa idea di Paese, iniziando anche a ragionare sul proprio modo di stare insieme, di organizzarsi.

Lo Statuto offre questa possibilità: una rete di punti Pd o circoli on line ancorati ad una geografia e non ad un comune. A me piace pensare che oltre i confini amministrativi la dorsale appenninica possa costituire un primo esperimento. Una rete capace di dialogare con altre reti di associazioni, come ad esempio il Forum Disuguaglianze Diversità e l’Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile. Una grande campagna di adesione dal titolo: “Sali a borgo – ripartiamo dalla bellezza, dalla storia e dall’innovazione per cambiare questo Paese”.

Piero Lacorazza è Direttore di Fondazione Appennino

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