mercoledì 30 Settembre 2020

Il nostro ‘Piano Marshall’ per diventare davvero europei
I

Durante questa pandemia da parte di molti analisti, ma anche nell’opinione pubblica generale, è stata usata l’analogia con la situazione della Seconda guerra mondiale. Credo che per alcuni versi tale analogia regga, naturalmente non per l’evento in sé, ma per le conseguenze che questa ha generato.

Ebbene, a nessuno sfugge come la Seconda guerra mondiale abbia prodotto una devastazione di massa e che a partire da quello ci fu un grandissimo piano di rilancio dell’economia mondiale ed europea. Il 5 giugno 1947 si tenne ad Harward il famoso discorso che lanciò il cosiddetto “Piano Marshall”, che in realtà si chiamava “European recovery program”. 

Molte le analogie con ciò che stiamo vivendo oggi. Ci sono analogie storiche, ci sono analogie dal punto nei programmi e negli strumenti, ci sono delle analogie lessicali.

In quel tempo furono tre i grandi obiettivi di questo grande piano internazionale: il primo era ovviamente un piano di aiuti economico-finanziari; il secondo era un piano per favorire l’integrazione economica, certamente quella tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma anche quella all’interno dell’Europa che era stata devastata politicamente, culturalmente, ed economicamente; il terzo obiettivo era quello di dare finalmente realizzazione alla grande utopia che stava crescendo da tempo: il progetto politico dell’Europa unita.

In quegli anni, quando si definì questo programma, vi fu un grandissimo dibattito negli Stati Uniti e in Europa perché vi erano due grandi correnti di pensiero: c’era chi sosteneva che i 12,7 miliardi di dollari che questo piano trasferì all’Europa (di cui 1,2 miliardi all’Italia) dovessero essenzialmente servire per gli aiuti per fronteggiare la contingenza drammatica e chi invece sostenne che questo sarebbe stato necessario ma non sufficiente, perché quei soldi sarebbero dovuti servire anche per avviare un processo di trasformazione radicale e di ricostruzione del sistema produttivo europeo. Ebbene, oggi siamo pienamente all’interno di questo dibattito.

La nuova frontiera è cogliere l’occasione di questa grande trasformazione necessaria, di questa crisi, di questo dramma, per ripensare strutturalmente il modello di crescita economica, valorizzando i miliardi di euro che arrivano dall’Unione europea, dal Governo e dal Parlamento nazionale.

Se noi immaginassimo di utilizzare questi fondi solamente per l’emergenza sanitaria ed economica- e naturalmente dobbiamo farlo – ma non anche per dare un orientamento marcato verso il vero confine della trasformazione, verso il “Green new deal” Europeo e nazionale è del tutto evidente che compiremmo un lavoro a metà.

È per questo che tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi mesi deve trovare in questa crisi non un ostacolo, ma al contrario, il necessario rilancio.

Andrea Ferrazzi è Capogruppo Pd Commissione Ambiente Senato

Più letti

“Sprecare sempre meno cibo: il futuro passa da qui”. Colloquio con Andrea Segrè

Oggi si celebra la prima giornata internazionale della Consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, istituita a fine 2019 dalle Nazioni Unite.

“Ideali e concretezza, combatteremo per una nuova politica”. La risposta di Zingaretti alle sardine

Caro Mattia,in primo luogo grazie per il tuo ennesimo contributo. Il sentimento di insoddisfazione verso la politica italiana attraversa anche tutti noi....

Perché la questione di genere deve essere centrale nel Recovery Plan

Ripresa e resilienza sono le due parole scelte per segnare la risposta europea alla crisi generata dalla pandemia ancora in corso, e...

Arriva il bonus per i pagamenti elettronici. Ecco come funziona

Da quanto tempo sentite dire che l'Italia è il Paese in Europa con il più alto tasso di evasione fiscale? Eppure nulla...

Articoli correlati

1 COMMENTO

  1. L’idea è certo suggestiva, occorre però ricordare che il piano di ricostruzione europea fu finanziato con i capitali europei esportati negli usa durante la guerra, c’era quindi una grande disponibilità di capitali da impiegare (cfr treasure islands, shaxson 2011). Occorre pertanto definire come trovare tali risorse: certamente occorrerà una politica fiscale comune e tassare adeguatamente il commercio su internet; occorrerà inoltre uno sforzocongiunto per redistribuire la ricchezza. Mazoprattutto occorre che simodifichi profondamente il modello di vita, produzione e consumo, a partire dal disegno urbanistico delle città e dell’architettura degli edifici, portando ad una maggiore condivisione degli spazi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore, inserisci il tuo nome

Magazine

Impoliticamente? Moravia, trent’anni dopo

«Per conto mio, l´impegno ossia il cosiddetto engagement non è questione di necessità esterna, per cui, in determinate circostanze, lo scrittore deve cessare di...

“Il futuro dell’arte, della cultura, della società e della mia Toscana”. A colloquio con David Riondino

Le donne e gli uomini di cultura sono coloro che, forse più di altri, sono in grado di percepire lo stato di...

“Il deserto sociale dei nostri ragazzi si combatte con la cultura”. Parla il Pojana, Andrea Pennacchi

"Stasera porto Pojana alla Festa dell'unità". Così scriveva su Twitter, mentre viaggiava da Trento a Modena in questa sua "estate molto movimentata"...

“Canto i grandi per contrastare il populismo dilagante”. Intervista a Neri Marcorè

Cantante, imitatore, attore: abbiamo imparato a conoscere Neri Marcorè ed apprezzare la sua capacità di trasformista negli anni. E ora, dopo il...

Quella foto è già storia. L’Nba cambia il rapporto tra politica e sport

"Non devi mai avere paura di quello che fai se sai di essere nel giusto". Forse hanno pensato a questa potentissima frase...