giovedì 15 Aprile 2021

Il nostro ‘Piano Marshall’ per diventare davvero europei
I

Durante questa pandemia da parte di molti analisti, ma anche nell’opinione pubblica generale, è stata usata l’analogia con la situazione della Seconda guerra mondiale. Credo che per alcuni versi tale analogia regga, naturalmente non per l’evento in sé, ma per le conseguenze che questa ha generato.

Ebbene, a nessuno sfugge come la Seconda guerra mondiale abbia prodotto una devastazione di massa e che a partire da quello ci fu un grandissimo piano di rilancio dell’economia mondiale ed europea. Il 5 giugno 1947 si tenne ad Harward il famoso discorso che lanciò il cosiddetto “Piano Marshall”, che in realtà si chiamava “European recovery program”. 

Molte le analogie con ciò che stiamo vivendo oggi. Ci sono analogie storiche, ci sono analogie dal punto nei programmi e negli strumenti, ci sono delle analogie lessicali.

In quel tempo furono tre i grandi obiettivi di questo grande piano internazionale: il primo era ovviamente un piano di aiuti economico-finanziari; il secondo era un piano per favorire l’integrazione economica, certamente quella tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma anche quella all’interno dell’Europa che era stata devastata politicamente, culturalmente, ed economicamente; il terzo obiettivo era quello di dare finalmente realizzazione alla grande utopia che stava crescendo da tempo: il progetto politico dell’Europa unita.

In quegli anni, quando si definì questo programma, vi fu un grandissimo dibattito negli Stati Uniti e in Europa perché vi erano due grandi correnti di pensiero: c’era chi sosteneva che i 12,7 miliardi di dollari che questo piano trasferì all’Europa (di cui 1,2 miliardi all’Italia) dovessero essenzialmente servire per gli aiuti per fronteggiare la contingenza drammatica e chi invece sostenne che questo sarebbe stato necessario ma non sufficiente, perché quei soldi sarebbero dovuti servire anche per avviare un processo di trasformazione radicale e di ricostruzione del sistema produttivo europeo. Ebbene, oggi siamo pienamente all’interno di questo dibattito.

La nuova frontiera è cogliere l’occasione di questa grande trasformazione necessaria, di questa crisi, di questo dramma, per ripensare strutturalmente il modello di crescita economica, valorizzando i miliardi di euro che arrivano dall’Unione europea, dal Governo e dal Parlamento nazionale.

Se noi immaginassimo di utilizzare questi fondi solamente per l’emergenza sanitaria ed economica- e naturalmente dobbiamo farlo – ma non anche per dare un orientamento marcato verso il vero confine della trasformazione, verso il “Green new deal” Europeo e nazionale è del tutto evidente che compiremmo un lavoro a metà.

È per questo che tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi mesi deve trovare in questa crisi non un ostacolo, ma al contrario, il necessario rilancio.

Andrea Ferrazzi è Capogruppo Pd Commissione Ambiente Senato

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1 COMMENTO

  1. L’idea è certo suggestiva, occorre però ricordare che il piano di ricostruzione europea fu finanziato con i capitali europei esportati negli usa durante la guerra, c’era quindi una grande disponibilità di capitali da impiegare (cfr treasure islands, shaxson 2011). Occorre pertanto definire come trovare tali risorse: certamente occorrerà una politica fiscale comune e tassare adeguatamente il commercio su internet; occorrerà inoltre uno sforzocongiunto per redistribuire la ricchezza. Mazoprattutto occorre che simodifichi profondamente il modello di vita, produzione e consumo, a partire dal disegno urbanistico delle città e dell’architettura degli edifici, portando ad una maggiore condivisione degli spazi.

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