martedì 22 Settembre 2020

Radiografia del caporalato in Italia, una piaga che colpisce da nord a sud
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Il Covid-19 non ha bloccato caporalato e sfruttamento dei lavoratori. Dall’inizio dell’emergenza, in appena due mesi, sono state ben nove le operazioni di magistratura e forze dell’ordine contro chi calpesta diritti e dignità delle persone che lavorano. Si tratta di sei operazioni al centro-nord (Latina, Macerata, Forlì, Treviso, Pavia e Asti) e tre al sud (Caserta, Foggia e Taranto).

E non c’è da stupirsi di trovare più casi al centro-nord. È un luogo comune da sfatare che il fenomeno dello sfruttamento sia tipico del sud. Invece è diffuso ovunque, sia come territori che come settori economici. Così emerge con chiarezza dal “Rapporto sul 2019 del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo e la protezione delle sue  vittime” elaborato dal Centro di ricerca interuniversitario l’Altro Diritto (costituito da tredici atenei), insieme alla Flai Cgil. Sono ben 260 le inchieste avviate da 99 procure sullo sfruttamento dei lavoratori dopo l’approvazione della legge 199 del 2016, conosciuta come “legge anticaporalato”.

Un’ottima legge, promossa dagli allora ministri dell’Agricoltura e della Giustizia, Maurizio Martina e Andrea Orlando. E fortemente osteggiata dal centrodestra, in particolare dalla Lega. “Una legge che complica e che va cambiata”, aveva detto Matteo Salvini, diventato ministro dell’Interno.

Sicuramente complica la vita ai caporali e agli imprenditori che sfruttano i lavoratori, mentre aiuta molto il lavoro di chi indaga. Lo dicono procuratori e investigatori. Lo confermano i dati del Rapporto che analizza 46 processi intrapresi da 24 diverse Procure, e altre 214 inchieste, avviate da altri 75 uffici giudiziari. Un fenomeno criminale diffuso ovunque. Su 260 procedimenti monitorati, più della metà, per l’esattezza 143, non riguardano il Sud. Complessivamente, tra le Regioni più colpite, oltre alla Sicilia, alla Calabria e alla Puglia, vi sono Veneto e Lombardia. Le sole Procure di Mantova e Brescia stanno seguendo, ciascuna, ben 10 procedimenti per sfruttamento lavorativo. Allarmante anche la situazione dell’Emilia Romagna, del Lazio (in particolare la provincia di Latina), e della Toscana, dove il maggior numero di procedimenti è incardinato presso il Tribunale di Prato.

Per quanto riguarda i settori economici coinvolti, l’agricoltura è sicuramente quello maggiormente rappresentato, con 163 procedimenti, ma sono ben 97 le vicende che riguardano comparti produttivi diversi, prevalenti nel Centro e nel Nord. I settori maggiormente colpiti sono quello manifatturiero e della lavorazione dei tessuti, dell’allevamento, della pesca, della lavorazione delle carni, del volantinaggio e dell’edilizia. Significative sono le inchieste relative ai settori della logistica e del turismo condotte dalle Procure di Padova, Foggia, Rovereto, Vercelli, Siena, Napoli, Forlì, Pavia e Milano. E lo sfruttamento non colpisce solo gli immigrati, infatti in 15 inchieste sono coinvolti lavoratori italiani.

Altro elemento particolarmente interessante è che “nella maggior parte le vittime erano titolari di un contratto di lavoro utilizzato come copertura per le condotte di sfruttamento”. Ma, “le vittime lavoravano sempre per un numero di giorni e un monte ore nettamente superiore rispetto a quello previsto dall’accordo e, per l’attività di straordinario, venivano retribuite meno di quanto prevede la contrattazione collettiva o, in alcuni casi, non venivano retribuite affatto”. Non pochi i casi nei quali i lavoratori “al momento del pagamento, ricevevano effettivamente quanto indicato in busta paga, ma dovevano successivamente restituire gran parte del loro stipendio al datore di lavoro”.

Fatti che dovrebbero far riflettere proprio ora che si discute sulla regolarizzare di centinaia di migliaia di lavoratori immigrati. Su questo si è espresso con chiarezza il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho. “Regolarizzare gli immigrati che lavorano nel nostro Paese sarebbe veramente il raggiungimento di una duplice finalità. Da un lato si darebbe corpo al senso di umanità che deve sostenere qualunque iniziativa politica e sociale e dall’altro impedirebbe alle mafie di continuare a gestire le difficoltà e le sofferenze di queste persone con la mannaia dell’intimidazione e del condizionamento”.

Perché, avverte, “le mafie sono presenti nel settore dell’intermediazione del lavoro, con vere e proprie società che offrono manodopera a prezzi più bassi”. Chi si oppone ad una seria regolarizzazione non fa altro che favorire questa situazione.


Toni Mira è caporedattore nella redazione romana di Avvenire, giornale per il quale da anni cura le inchieste e i dossier di approfondimento.

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2 COMMENTI

  1. Ho apprezzato molto l’intervento di Bellanova, problema antico che nemmeno Gramsci volle affrontare. Allora c’era il latifondismo, i padroni possedevano centinai di ettari di terreni da coltivare con seminativo una volta l’anno. Era la fame nera. Poi con la repubblica ci fu l’esproprio e la situazione si è invertita con le colture intensive. Ora, in alcune zone, c’è da lavorare tutto l’anno, ma il bracciante è rimasto alla fame. Mi auguro che qualcosa cambi ma ho molti dubbi.

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