mercoledì 2 Dicembre 2020

Densità non è sovraffollamento. Il ruolo delle grandi città nella gestione dell’emergenza
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Tratto da Covid and the City. Le città che saremoserie POST sulle città dopo il coronavirus. Domande, appunti, proposte concrete.

Saremo capaci di trasformare una crisi globale in un’occasione di ripensamento delle nostre città e delle nostre vite? Riusciremo ad approfittare di questo stand-by collettivo per cambiare il lavoro, la scuola, il welfare, il nostro modo di organizzarci e di muoverci?


Ci basta tornare indietro di poco per ricordare che le città non erano mai state così straripanti di persone. Sotto la spinta propulsiva di Greta Thunberg, milioni di giovanissimi sono scesi nelle piazze di tutto il mondo facendosi portavoce – pacificamente e in modo creativo – di un ambientalismo nuovo. La crisi climatica, nei suoi aspetti ecologici, sociali e politici, è stata al centro di un movimento dal basso che ha mobilitato la gioventù sia dei paesi ricchi sia di quelli più poveri, dove gli effetti del climate change si stanno facendo sentire in modo meno sopportabile.

In forme simili, pacifiche e svincolate dalle forme tradizionali di impegno politico, si sono manifestate le piazze del malcontento politico, come in Italia le Sardine. Sono nate quasi sempre da una recriminazione apparentemente marginale, come l’aumento di una tariffa nel trasporto pubblico in Cile, della benzina in Francia o nei costi della telefonia, ma che nascondono invece ragioni profonde, nelle diseguaglianze che non trovano voce né progetto politico. È una domanda di dignità di vita che porta in strada giovani (ma anche anziani) a Beirut con forme di mobilitazione non partitica. Così a Hong Kong, a Quito, a Teheran, ad Haiti.

Nell’osmosi perfetta di reale e virtuale, il messaggio di Greta nasce nelle città, si trasferisce subito nel web e viceversa, perché la cultura social è sia causa sia effetto della mobilitazione di cui è capace.

Salute vs Ambiente: come uscire dal dilemma?

Molto del nostro comune destino dipenderà dalla capacità di tenere insieme la piazza piena di ieri e la piazza vuota di oggi. La prima esprimeva l’esigenza di proteggersi dalla crisi climatica, la seconda di proteggerci dal pericolo invisibile del virus. Ma crisi climatica e crisi sanitaria ci chiedono uno sforzo collettivo di intelligenza e di capacità di adattamento. I due temi, almeno in questa prima fase, non sono così facilmente conciliabili se passiamo dalla dimensione teorica a quella pratica.

Qualche domanda tra le tante possibili: per tornare a vivere insieme useremo più auto private (per proteggere la salute) o più mezzi pubblici (per salvare l’ambiente)? La crisi del mercato automobilistico, che metterà in saldo tante auto in giacenza, spingerà molti ad acquistarne di nuove? Se sì quali? a benzina, ibride o elettriche? Sarà sostenibile un servizio di trasporto pubblico costretto a garantire distanziamento sociale a costo di una drastica riduzione del carico di persone o di un massiccio aumento dei mezzi? Questi sono i problemi a cui le amministrazioni dovranno rispondere considerando sia la razionalità sia l’emotività dei comportamenti collettivi.

Come funziona la nostra testa

C’è un problema a priori che riguarda il nostro modo di pensare, prima che le decisioni politiche. Le neuroscienze ci stanno insegnando che il nostro cervello è programmato per non recepire il pericolo quando arriva e per rimuoverlo non appena lo si scampa. Lo spiega bene Jonathan Safran Foer nel suo libro Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi (Guanda, 2019), a proposito dell’avvento del nazismo prima, e della crisi climatica poi. Abbiamo come umani un grande limite emotivo: il nostro sistema di allarme non reagisce a stimoli troppo concettuali; più è grande, ma intangibile l’emergenza, più facciamo fatica a reagire in modo tempestivo.Ciò spiega perché tanti ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale non fuggissero davanti all’imminente pericolo della deportazione nazista.

Ciò spiega perché non tutti sentiamo, eccetto i più giovani, il pericolo della crisi climatica. Ciò spiega perché la Comunità Europea, la Gran Bretagna o gli Stati Uniti abbiano fatto così fatica a recepire il pericolo dell’arrivo del coronavirus. Gli stimoli astratti, la comunicazione dei numeri non sono sempre elaborati dalla nostra coscienza e vengono derubricati a spam di cui liberarsi. Quello che muove davvero tutti – anche i più duri – è la forza emotiva ed empatica. Se si ammala o viene a mancare qualcuno della nostra cerchia più prossima, siamo improvvisamente sopraffatti dal senso di pericolo e passiamo dall’ascolto passivo del bollettino dei morti all’emozione sensibile. Greta non ha mosso milioni di ragazzi in tutto il mondo perché ha ostentato numeri o rivelato verità nascoste, ma perché ha messo in campo la sua improbabile presenza scenica, la sua giovinezza, il suo corpo, la sua parola. Ha osato dire – con tutto il suo modo di essere – che l’ambiente è cosa troppo importante per essere lasciata agli ambientalisti, agli scienziati, ai politici e, più in generale, ai soli adulti. È questione urgente e trasversale, che riguarda tutti.  Dobbiamo riconsiderare davvero la dimensione affettiva della nostra vita. Greta si è rivolta ai ragazzi sapendo che le nuove generazioni sono già ambientaliste, per nascita. Non ascoltano parole, prediche o reprimende, imparano facendo, vivendo per via empatica, copiando e replicando modelli. Greta ha usato un linguaggio semplice e contemporaneo, ha parlato di future generazioni e di figli, con un’immediatezza che forse la generazione dei suoi genitori aveva perso.

La paura si incarna nel corpo dell’altro

Anche per la crisi sanitaria valgono le osservazioni appena fatte, ma con una piccola complicazione: in presenza di un nemico invisibile cerchiamo di costruirne noi una qualche rappresentazione. La grande città diventa così la materializzazione del rischio di contagio. A un livello più individuale la paura si incarna nel corpo dell’altro: è il vicino che incontro, il commerciante da cui faccio la spesa, lo sconosciuto che mi taglia la strada in questi giorni di quarantena. All’overdose di chat con cui riannodiamo amicizie, legami parentali e professionali, fa da contraltare la distanza timorosa delle relazioni per strada: non ci si sorride, ci si scansa, ci si parla il meno possibile. La paura astratta del virus diventa paura concreta del corpo dell’altro che si avvicina.  

È cruciale che si faccia un po’ di ordine e che si capisca che il concetto di immunità è strettamente legato a quello di comunità, certo attrezzata a gestire situazioni di rischio: – la densità urbana non è il sovraffollamento (o l’assembramento). Concettualmente ogni città nasce e si sviluppa per governare la moltitudine nello spazio;- la prossimità non è necessariamente promiscuità. Si può essere molto prossimi e concentrati ma anche distinti e distanziati. Ovviamente questo non può valere per le città informali (vedi favelas) dove la situazione è ben più problematica;- il rischio si gestisce meglio dove c’è densità di persone (che in caso di bisogno si possono isolare) e non dove c’è rarità, isolamento, solitudine, difficoltà a raggiungere i servizi.

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