giovedì 2 Luglio 2020

Il patrimonio immobiliare pubblico è davvero un bene comune?
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Se vogliamo seriamente mettere mano al patrimonio edilizio esistente, ipotizzare una sua manutenzione e adeguamento, soprattutto in termini di risparmio energetico, e, perché no, anche di riutilizzo, dobbiamo, prima di tutto, conoscerlo. Non solo “unendo le informazioni in possesso dei diversi enti”, come proposto da Vito Crimi nel 2019, ma rilevandolo, utilizzando le tecnologie BIM (Building Information Modeling – tecniche di modellazione informatizzata e di gestione elettronica del progetto).

E’ un sistema utilizzato largamente nel mondo, che sta diventando sempre più frequente anche nei concorsi di architettura e nelle gare d’appalto in Italia, che permette, attraverso il ridisegno architettonico e tecnico del fabbricato secondo determinate modalità, di avere tutte le informazioni necessarie:
• all’analisi dello stato attuale
• alla determinazione degli interventi necessari
• alla pianificazione delle manutenzioni
• alla programmazione delle ristrutturazioni, degli adeguamenti strutturali e di efficienza energetica
• al controllo dei tempi e dei costi
• all’aggiornamento automatico della documentazione tecnica

Si può procedere per priorità e per elementi simbolici. Si dovrebbe iniziare dalle istituzioni culturali e dalle scuole per arrivare agli ospedali e alle RSA. Poi i social-housing e il patrimonio residenziale e, infine, tutto il patrimonio storico. I tecnici che operano in campo edile, architetti, ingegneri e geometri, dovrebbero costituire, attraverso i rispettivi ordini professionali, degli elenchi di professionisti e/o società che sono in grado di svolgere questo lavoro di rilievo tramite le tecnologie BIM. E sono migliaia. Gli ordini potrebbero fungere da corpi intermedi per definire il valore economico di un simile coinvolgimento. È una priorità paragonabile ad una emergenza e bisognerebbe trattarla come tale. Come, dopo una catastrofe naturale, i professionisti, arruolati temporaneamente nelle unità della Protezione Civile/Vigili del Fuoco, fanno la stima dei danni del patrimonio storico-artistico, residenziale e infrastrutturale, così i professionisti che hanno aderito a questa iniziativa, rilevano il patrimonio edilizio pubblico utilizzando le tecnologie BIM, in stretta collaborazione con gli uffici tecnici comunali e dei singoli manufatti, siano musei, ospedali, rsa o scuole, in modo da permettere una gestione ragionata, sostenibile ed efficace di questi edifici.

Fare un vero lavoro di raccolta dati e digitalizzazione degli stessi, utilizzando anche tecnologie avanzate come quella BIM, del patrimonio edilizio pubblico, che è un bene di tutti, dimostrerà quanto sia vantaggioso, a medio-lungo termine, sia dal punto di vista economico che di benessere ambientale. Perché potremmo capire se e quali sono le criticità dei manufatti, programmare interventi di adeguamento strutturale, di manutenzione e di ottimizzazione dell’efficienza energetica con costi e tempi certi.

Considerare gli edifici pubblici come catalizzatori di energie, elementi intorno ai quali ricostruire le comunità.

C’è bisogno di ripensare alla modalità della convivenza civile.

C’è bisogno di ridurre la distanza tra cittadino e istituzioni, c’è bisogno di informare, di conoscere e di approfondire, ma c’è anche bisogno di raccogliere più informazioni possibili su come effettivamente vivono i cittadini nelle comunità di riferimento, per poter essere efficaci nell’elaborare strategie di risoluzione delle problematiche ordinarie e straordinarie.

Mettendo insieme due elementi:
• La Strategia Nazionale Aree Interne, 2014-2020, che ha evidenziato, tra le altre cose, la richiesta di costruzione di almeno un “luogo”, un “hub” in cui gli innovatori delle aree interne possano continuare a ritrovarsi e a scambiare idee con l’obiettivo di porsi come dei veri e propri corpi intermedi fra Stato e cittadini (F.Tantillo, 2019)

• La bozza del DDL Turismo e Cultura del febbraio 2020, che prevede la creazione di Zone franche della Cultura, dove le imprese culturali e creative possono iniziare o proseguire la loro attività economica, beneficiando di determinate agevolazioni. Sono aree urbane, individuate dai Comuni con oltre 100mila abitanti, comprensive di immobili pubblici inutilizzati da riconvertire

emerge la necessità – soprattutto nelle aree interne dove si vive una sorta di “marginalità culturale” che impedisce, a queste aree, di essere pienamente riconosciute come parti integranti nelle sorti dello sviluppo del Paese – che almeno un edificio pubblico venga messo a disposizione della collettività affinché diventi un luogo di confronto, di aggregazione e lavoro, ma anche luogo di scambi e produzione di contenuti.

È quello che dovrebbero fare le istituzioni culturali già presenti, e sono tante, su tutto il territorio nazionale, ma che non fanno.

Perché fare cultura, soprattutto in un momento come questo dove è forte la tentazione del ritorno alla “normalità”, cioè quella fragilità e quella inconsistenza che c’era prima del virus, significa cambiare, trasformare, anche problematicamente, le cose, i rapporti sociali, le dinamiche produttive, le relazioni, il destino dei territori e delle persone (D.Pitteri, 2020)

E allora occorre estendere l’idea della Zona franca della Cultura anche ai Comuni di piccole dimensioni utilizzando, come perno, un edificio pubblico, da trasformare in edificio “mondo” dove la cultura può recuperare la sua capacità rivoluzionaria e visionaria di trasformazione della società. Perché per ridurre la “marginalità culturale”, introiettata soprattutto nei cittadini che vivono nelle aree interne, bisogna che la cultura svolga appieno il suo ruolo, al fine di agevolare gli scambi, ridurre l’isolamento, migliorare le competenze, aumentare la capacità critica e diminuire l’autoreferenzialità.

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