domenica 27 Settembre 2020

Meno ideologia, più concretezza. Così mettiamo in sicurezza l’agroalimantere
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Affrontare la lettura del DL Rilancio è un’impresa ardua perché si tratta di un documento economico ben più grande di una manovra, come ha detto Giuseppe Conte, “una doppia manovra” di bilancio con i suoi 55 miliardi.

L’obiettivo è il Rilancio dell’economia messa alle strette da una crisi senza precedenti e con questo spirito voglio guardare a quel provvedimento così aspettato e richiesto da cittadini e imprese del nostro Paese. Un provvedimento che per certi versi tradisce il titolo che si è voluto dargli, perché molte delle misure fanno seguito ai provvedimenti precedenti e quindi ha dovuto continuare a finanziare misure di sostegno alle persone, misure di intervento al sistema sanitario stremato dall’emergenza ed ha dovuto mettere in campo misure di ristoro per così dire “flat”.

Non poteva non essere così, le misure di sostegno sono indispensabili e senza la messa al riparo di persone, famiglie e lavoratori non si può pensare al rilancio. Anzi lo dico da subito, trovo poco adeguata alla situazione dividersi tra coloro che privilegiano l’uno – il sostegno – e coloro che privilegiano l’altro – il rilancio. Mai come ora sono dimensioni che vanno tenute insieme. Certo il crinale su cui si trova l’Italia è sicuramente uno dei più difficili e rischiosi della storia del nostro Paese dal dopoguerra ad oggi. Per questo non bisogna perdere tempo e cercare di trovare soluzioni per riallineare il Paese agli altri che come sappiamo non soffrono di molti dei deficit strutturali che ha l’Italia, prima di tutto il debito che inevitabilmente andrà ad incrementare e che ci renderà più fragili.

Per quanto riguarda il settore agroalimentare a cui è stato chiesto di sostenere il lockdown non facendo mai mancare cibo ai nostri concittadini, il giudizio sarà nelle cose stesse, ovvero dipenderà dalla capacità di essere veloci nell’esecuzione di quelle misure perché mai come ora il tempo non è una variabile secondaria.

Leggiamo di misure a fondo perduto per il ristoro del calo di fatturato e ci sembra una misura positiva, abbiamo apprezzato il fondo di 450 milioni di euro per le filiere maggiormente colpite e ci sembra positivo il fatto che si voglia intervenire subito per quei comparti che hanno dovuto gettare via le produzioni, penso al florovivaismo, ma anche al settore lattiero caseario e a certi comparti zootecnici.

Tuttavia non va dimenticato che per la rigidità di risposta che ha tipicamente il settore agroalimentare, molte crisi rischiano e quasi certamente si apriranno nel prosieguo dei mesi. In questo senso la liquidità alle aziende è fondamentale.

Dobbiamo dire che rispetto alla farraginosità burocratica di molte delle nuove misure messe in campo dai decreti precedenti, abbiamo visto con favore la reintroduzione di un vecchio strumento come la cambiale agraria che rispetto alle dimensioni delle aziende italiane si sta rivelando, come abbiamo sempre sostenuto, una soluzione ben accolta dalle aziende agricole, per questo bene il rifinanziamento del fondo di garanzia ISMEA.

Voglio concludere con una riflessione che purtroppo ha riguardato parte del dibattito pubblico e politico del decreto in merito all’agricoltura. Dico purtroppo, perché ancora una volta, l’agricoltura ha vissuto sulla sua pelle uno scontro ideologico che non ha fatto bene al settore ed ha condotto ad un accordo al ribasso per il settore e più in generale per la società. Mi riferisco inevitabilmente alla questione della manodopera per il settore. Lo dico senza timori o timidezze, perché per prima e solitaria, CIA è stata un organizzazione che ha proposta la sanatoria per lavoratori stranieri da impiegare nelle campagne di raccolta in arrivo: il risultato non ci vede gioire per mediazione trovata a tavolino, ci aspettavamo di più e di meglio.

Quando poi vedo che questa legittima aspettativa passa per la stigmatizzazione di un intero settore che viene dipinto per intero per  quello dei fenomeni di caporalato e sfruttamento, mi ribolle il sangue. Anche qui, aspettiamo l’esito, tuttavia trovo difficile e complicato il percorso che si basa su di un assunto, o meglio pregiudizio, sbagliato. Meno ideologia, lo dico a tutte le forze politiche, ci avrebbe fatto avere una regolarizzazione che sarebbe stata giusta dal punto di vista umano e morale, ma anche utile per le imprese.  


Dino Scanavino è il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori

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1 COMMENTO

  1. Ritengo che la regolarizzazione delle persone presenti in Italia senza permesso di soggiorno ( lavoratori occupati in agricoltura e nella cura alle persone) e che quindi sono vittime di ipersfruttamento sia una questione di giustizia sociale e come tale dovrebbe essere risolta. Si tratta per il lavoro di cura di una carenza strutturale dell’intervento pubblico a supporto delle famiglie ; per il lavoro in agricoltura il problema si tratta di un sistema produttivo che porta a domanda di forza lavoro con punte eccessive di richiesta in tempi troppo limitati. Un ordinamento colturale diversificato distribuisce la domanda di lavoro in modo più uniforme durante l’anno. La estrema specializzazione delle colture che porta a territori coperti da una sola coltura ( sia essa la vite o colture arboree come la mela etc) crea il problema . Le scelte sono state fatte dagli imprenditori stessi anche se facilitati dalle politiche d’intervento nazionale e comunitario; sono state supportate anche dalle stesse Associazioni . Un numero crescente di imprenditori agricoli hanno fatto scelte produttive alternative che non creano i problemi di picchi di domanda di bracciantato , hanno ordinamenti colturali più sostenibili anche dal punto di vista ambientale. E’ su questa riconversione dell’agricoltura che si dovrebbe puntare ed ovviamente dovrebbe essere sostenuta dalle Associazioni di categoria.

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