lunedì 25 Gennaio 2021

Buon senso e saggezza per governare il cambiamento
B

La dimensione reale dell’impatto che la pandemia avrà sul sistema politico, economico, sociale e produttivo la conosceremo soltanto fra qualche mese. Non sono tra coloro che pensano che tutto tornerà com’era prima di questa crisi e che sia auspicabile tornare alla vecchia normalità. Questo evento, infatti, ha messo in luce una criticità per quanto riguarda il modello produttivo e la sua sostenibilità e anche l’esistenza di rilevanti diseguaglianze sociali che, tra l’altro, si stanno accentuando. Leggevo in questi giorni che, secondo la Caritas, il numero dei poveri è raddoppiato. Se noi accostiamo la criticità da pandemia a quella che si era manifestata nel 2019, vale a dire la denuncia del movimento dei giovani che si è mosso per rivendicare l’eco-compatibilità dello sviluppo economico, possiamo ben comprendere che siamo di fronte all’esigenza di un forte cambiamento. Sarebbe quindi auspicabile che, a partire da questa difficoltà, si trovi una strada nuova che la sappia trasformare in opportunità al fine di costruire un inedito paradigma di sviluppo.

Abbiamo alle spalle quarant’anni di ciclo economico dominato dalla teoria del neoliberismo e dal cosiddetto dio-mercato, non dal mercato, che non va demonizzato, a patto che non si sostituisca al valore della persona e della risorsa umana, che non sia espressione di quel far west della concorrenza che ha generato molte diseguaglianze .

Sono dunque necessari cambiamenti profondi nel sistema produttivo che si fondino su una nuova architettura pensata come modello di sviluppo improntato sulla compatibilità ambientale e sull’uguaglianza sociale.

In secondo luogo, per quanto riguarda i governi e la loro azione, siamo tutti convinti, a livello mondiale, che si tratti di affrontare questa crisi con una forte iniezione di liquidità monetaria, anche a costo di aumentare il debito. Anche in questo caso le vecchie regole, a cominciare da Maastricht, hanno dimostrato di non saper più funzionare. Cosa fare? L’Europa, dopo gli iniziali sbandamenti (vedi Christine Lagarde a proposito dello spread e  Ursula von der Leyen sulla questione degli eurobond), che hanno negativamente pesato e non poco, sembra aver trovato una strada maggiormente solidale. Altrimenti, se andiamo avanti con i nazionalismi pensando che sulle difficoltà degli altri vinciamo noi e sopravviviamo, commettiamo un imperdonabile errore politico. Prendo a esempio la Germania che, da questo punto di vista, non ha fatto una parte propositiva perché, ad un certo punto, il problema è sembrato quello di salvare qualcuno e non, invece, uscire fuori tutti insieme da una crisi mai vista prima.

In secondo luogo, è evidente che la liquidità deve andare ai soggetti fondamentali: al sistema delle imprese perché, se le imprese non lavorano, non c’è occupazione e c’è povertà. In secondo luogo alle famiglie, che accusano il colpo, e ovviamente, ai lavoratori e ai pensionati.

Le raccomandazioni al governo, dal nostro punto di vista, non possono che partire da qui. Bisogna che ci sia una distanza corta tra le decisioni e realtà: per il sostegno al reddito di famiglie e lavoratori e per la ripresa di attività delle imprese. Può essere il “bazooka” alla Mario Draghi, cioè i 750 miliardi di euro messi a disposizione dalla Banca Centrale Europea; possono essere le misure della Cassa integrazione in deroga predisposte dal Governo italiano o di quella europea. L’importante è che tra il momento dell’annuncio e quello dell’acquisizione delle risorse da parte dei destinatari, passi poco tempo. Dopo tre mesi di emergenza pandemica la parola d’ordine deve essere “velocità” perché c’è chi ancora oggi non ha potuto usufruire di alcuna misura di sostegno a causa di ritardi e intoppi burocratici.

Occorre, inoltre, aver ben  presente che non si può prescindere dalla tutela universale: non possiamo dimenticare gli ultimi, quelli che hanno maggiori difficoltà.  La catena debole del mercato del lavoro e della condizione sociale. È necessario, quindi, tutelare tutti.

Il terzo comandamento è la durata: non possiamo immaginare che la Cassa integrazione valga solo per 18 settimane, perché questa pandemia ce la porteremo dietro per molto più tempo. La nostra Cassa integrazione in deroga, ad esempio, dovrebbe valere per tutto il 2020.

Bene, infine, aver previsto nel decreto Rilancio le risorse a fondo perduto per le piccole e medie imprese. Non dimentichiamo che in Italia ci sono 4 milioni e mezzo di unità locali e che il 90% è costituito da piccole e micro aziende fino a dieci dipendenti. Ci sono le imprese familiari, ci sono quelle con il singolo imprenditore senza dipendenti e così via. Abbiamo una varietà “micro” molto elevata e sono le situazioni più deboli e più esposte. Bisogna che queste risorse a fondo perduto servano a riaprire le attività mettendole in sicurezza.

E arriviamo al capitolo sanità. Dopo averla distrutta per decenni con tagli di risorse e, quindi, di presidi territoriali, di attrezzatura e di personale, non stupiamoci se quando arrivano queste emergenze siamo impreparati e registriamo un alto numero di vittime di medici e infermieri: i nuovi eroi che sono stati in prima linea per gli altri e per i quali i mille euro annunciati non sembra siano rientrati in questo decreto che ha le dimensioni di una vera e propria manovra. D’ora in avanti dovrà essere chiaro a tutti che investire in sanità e ricerca non è un costo per lo Stato, ma un investimento.

Per stare al fianco dei cittadini bisogna sforzarsi di fare le scelte giuste. L’idea che, per essere un buon politico, basti usare il linguaggio che si utilizza al bar o in privato è un sottoprodotto culturale, un populismo d’accatto che purtroppo viene usato dai leader di molti partiti. Chi fa politica deve anche fare scelte impopolari, se sono lungimiranti. Tutto questo si è perso. L’augurio è che si ritrovi la strada del buon senso e della saggezza, del gusto della politica e soprattutto dello studio e dell’approfondimento dei contenuti. Anche questo serve per la nostra augurabile rinascita.


Cesare Damiano è Presidente dell’associazione Lavoro&Welfare

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2 COMMENTI

  1. Giustamente parla del “far west della concorrenza” che, mi corregga se sbaglio, usa lo strumento di abbassare i prezzi per vincere sul mercato. E l’abbassamento dei prezzi, mi corregga se sbaglio, viene ottenuto soprattutto abbassando i salari attraverso la competizione fra i lavoratori (ad esempio delocalizzazione ..). I prezzi bassi sono ricercati dai produttori per conquistare i consumatori che, qualunque sia il loro reddito, psicologicamente cercano un proprio vantaggio, da noi si direbbe la “bazza”. Consumatori inconsapevoli dell’effetto farfalla (il cui battito di ali in america potrebbe provocare un ciclone in asia)! Se vogliamo cambiare forse dobbiamo spiegare qualcosa alle farfalle … al come i loro apparentemente innocui atti possano essere responsabili di cicloni

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