lunedì 21 Settembre 2020

“Quel giorno a Capaci”. Parla Sandro Ruotolo
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Il racconto del giornalista, oggi senatore, che fu tra i primi ad accorrere sul luogo dell'uccisione di Giovanni Falcone e della scorta

“Quel 23 maggio del 1992 ero a Capaci. Ricordo la gimcana tra le tante auto rovesciate e la carcassa  di quella degli agenti di scorta di Giovanni Falcone. Immagini terribili che non dimenticherò mai”.

Comincia così la nostra intervista a Sandro Ruotolo, oggi senatore del Gruppo Misto eletto a Napoli, ma per oltre trent’anni giornalista tra i più impegnati sul fronte della legalità e della denuncia del potere mafioso.

Un impegno in prima linea che lo portò a essere tra i primi testimoni di una delle stragi che più hanno segnato la storia recente del Paese. Perché dopo quel giorno nulla fu come prima e tragicamente, come ci spiega Ruotolo, “quei fatti ci hanno resi migliori”.

Senatore, 28 anni dalla strage di Capaci. Oggi la mafia è più debole?

No, assolutamente. Oggi ha messo radici, non è più la mafia delle stragi ma non perché l’abbiamo sconfitta. I soldati che compirono quegli atti orrendi sono in galera, ma non è vinta. Oggi la vera emergenza è al Nord, perché lì la mafia è entrata nelle imprese e si sciolgono consigli comunali anche in Valle D’Aosta. È una mafia diversa, con la ‘ndrangheta che muove 40 miliardi all’anno con il traffico di stupefacenti in tutta Europa e pulisce i soldi nell’agroalimentare e nel turismo. E oggi insieme ai soldi per l’emergenza Covid, è arrivata la paura che la criminalità possa metterci sopra le mani, per questo è giusto sburocratizzare ma senza perdere il controllo. Inoltre, come ho denunciato, con l’emergenza c’è il rischio concreto che chi è in difficoltà finisca nella mani dell’usura, ormai non passa giorno senza che vi siano allarmi in tal senso. Pensiamo che su 100 euro riciclati nei modi classici ne tornano indietro 50/70, con l’usura ne tornano 150. Per questo bisogna fare presto. Bisogna velocizzare perché i soldi legali arrivino prima di quelli illegali.

Torniamo a Giovanni Falcone e a Capaci.

Il 23 maggio del 1992. Alle 22 io ero a Capaci, presi il primo aereo da Roma e viaggiai con Giuseppe Ayala, approfittando di quell’ora per intervistarlo. Da Punta Raisi arrivai subito sul luogo dell’attentato. Quello a cui più spesso si pensa è la voragine, le due auto sull’orlo del baratro, ma in realtà c’erano tante macchine capovolte e molti feriti. Ricordo il passaggio tra queste auto, e i colleghi di Montinaro, Schifani e Dicillo che mi portano dall’altro lato dell’autostrada, dove era stata sbalzata l’auto della scorta, la Savona 45. La vidi quella volta e non la dimenticherò più, fu devastante, con i colleghi dei tre agenti in lacrime. Una ferita ancora aperta.

Una ferita per cui la verità storica e processuale non è ancora stata scritta. Senza quella la commemorazione non rischia di essere un esercizio retorico?

Al contrario, è proprio perché la ferita è aperta che l’emozione per quella strage è ancora così forte. E poi c’è un problema di memoria: gli universitari di oggi nel 1992 non erano ancora nati, dunque è importantissimo ricordare per costruire il futuro e per non cadere negli stessi errori. Falcone e Borsellino sono diventati degli eroi civili al pari dei partigiani, che lasciano il testimone ad altri partigiani. Ma ricordiamoci che un Paese senza verità non ha futuro, ed è per questo che sentiamo tutto ancora in maniera così viva, perché la verità non c’è ancora. C’è una verità giudiziaria, che però non è tutto, perché manca la verità storica.

A proposito di storia, spesso ci si dimentica che Falcone, dall’Addaura alla calunnie fatte circolare su di lui, fu spesso lasciato solo. È dunque credibile che un pezzo dello Stato abbia tradito?

Non c’è dubbio che ci fosse un pezzo dello Stato e un pezzo di magistratura che non stava con Falcone. Altrimenti non si spiegherebbero non solo Capaci, ma tutta una serie di altri fatti, dal fallito attentato all’Addaura nell’89, all’uccisione di Salvo Lima, fino a via D’Amelio e alle stragi sul continente a Milano, Firenze, Roma. E abbiamo scoperto che nel piano di destabilizzazione erano coinvolte anche la ‘ndrangheta e la camorra. Fu un ’93 terribile, poi nel ’94 si ferma tutto. Che vuol dire?

Un suo collega, Saverio Lodato, ha svelato che tra le ‘menti raffinatissime’ di cui parla Falcone, lo stesso magistrato fece il nome di Bruno Contrada.

Sì, Contrada che da numero due del Sisde fu poi arrestato. Le forze mafiose si sono sempre relazionate con i poteri forti, e non c’è dubbio che sugli attentati a un certo punto ci sia stato un pezzo deviato dello Stato. Dobbiamo pensare a un filo unico, che dall’Addaura nel 1989 cambia la geopolitica e che va rintracciato nella crisi della Prima Repubblica. Esplode con Mani Pulite e con la crisi della DC, che non può più fare da  garante di determinati interessi, che dunque vanno a caccia di nuovi riferimenti. Un filo che oggi si può  provare a rintracciare anche con i nuovi strumenti di indagine come la digitalizzazione e l’incrocio informatizzato dei dati. Se ne è avuto un esempio con la strage di Bologna, con delle carte di Licio Gelli venute fuori dal processo All Iberian, che hanno consentito alla Procura generale di Bologna di chiedere l’apertura di un processo a carico dei veri mandanti. Dunque anche dopo 40 anni c’è sempre una domanda di verità. Una verità che ancora oggi non può contare, a proposito del periodo stragista mafioso, su nessun pentito di Stato.

Falcone è stato ucciso mentre era in servizio a Roma. Per qualcuno, più che di vendetta per il maxiprocesso, si trattò di un tentativo di frenare la cultura investigativa che il magistrato stava portando fino ai piani alti del governo, dalla DIA fino al carcere duro. La mafia è riuscita nel suo intento, o l’insegnamento di Giovanni Falcone si è fatto comunque strada?

Non siamo all’anno zero, ma certamente ancora oggi abbiamo casi di parlamentari per i quali la magistratura chiede l’autorizzazione a procedere. Il problema è che la mafia si relaziona con il potere, e questo purtroppo accade ancora. Se fosse solo una partita a chi spara di più lo Stato vincerebbe, ma il fatto  è che i mafiosi sono più avanti di noi nel capire il business. Non si tratta solo della politica, oggi la mafia entra negli affari senza dover neanche minacciare. Al Sud, accanto ai corpi, abbiamo avuto gli anticorpi mafiosi, siamo più avanti. Dopo la morte di Falcone non dimenticherò mai la protesta dei lenzuoli bianchi. Ricordo che ai funerali a Palermo incontrai il segretario della Cgil, Bruno Trentin, e da quello compresi che la lotta alla mafia era diventata una questione di società civile. Oggi al Nord c’è invece una grande sottovalutazione perché lì la mafia non spara. Solo che poi ai processi scopri che incendiano i mezzi meccanici e che volevano uccidere una collega di Venezia.

E ormai la mafia ha superato anche i confini italiani. Si sta facendo abbastanza?

Non c’è dubbio che anche lì loro sono un passo avanti, ecco perché ricordare Falcone e Borsellino è così importante e non retorico. È un sentimento così presente e vivo perché avvertiamo ancora oggi il pericolo. Noi siamo il Paese che ogni giorno ricorda una vittima, abbiamo avuto una guerra civile. Per questo c’è bisogno di ricostruire la storia del nostro Paese, e fino a quando questo non avverrà, il lutto non potrà dirsi elaborato. Ecco perché quei fatti sono più che mai attuali: perché si tratta di una questione irrisolta. 

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