mercoledì 27 Ottobre 2021

Affrontare la crisi con un nuovo capitalismo, l’analisi di Francesca Masiero

Quale deve essere la vocazione del capitalismo contemporaneo per essere sostenibile e non generare emergenze sociali? Quale modello di impresa dobbiamo immaginare nel futuro?

Si tratta di due questioni di fondamentale importanza per ripensare il modello di economia con cui affrontare la profonda crisi nella quale ci stiamo immergendo. Due aspetti strettamente connessi sui quali Francesca Masiero, amministratrice delegata di Pba, pone l’accento in questo secondo appuntamento del ciclo formativo “Quale Poi”, una serie di lezioni-incontro con personalità del mondo dell’economia, della cultura, della scienza, del giornalismo.

Maserio, nella sua lucida analisi, mette a fuoco i limiti della globalizzazione, della delocalizzazione, parlando del concetto di humanitas di Terenzio, citando il “Club di Roma” di Aurelio Peccei. Fino ad arrivare al modo con il quale oggi, a suo giudizio, dovrebbe essere redistribuita la ricchezza.

Si parte dal modo in cui le disuguaglianze – predominanti e irruenti nelle crisi – possano sfociare in maniera inevitabile nello scontro sociale. “Quanta filantropia, quanta sostenibilità e umanesimo è necessario mettere nel capitalismo contemporaneo – si chiede l’imprenditrice filosofa – affinché il mondo possa reggere senza scontri sociali. Oggi la volontà di un mondo in salute e in pace non è più una scelta tra più opzioni o una scelta morale, ma è l’unica modalità possibile affinché tutto il sistema regga”.

E analizzando il concetto di humanitas di Terenzio, quel sentirsi partecipi di un cammino comune, sottolinea come oggi l’economia reale debba “rimettere il denaro al suo posto nel mondo, riconducendolo a strumento per il fare”, al servizio, quindi, del bene comune o non dell’individualismo.

“Fare le cose per bene non deve essere meno redditizio che farle sfruttando qualcosa o qualcuno”, sottolinea poi l’imprenditrice invitando tutti a guardare “quanta marginalità abbiamo lasciato sulle strade della delocalizzazione”. E ancora: “Provate a guardare oltre il bilancio annuale di una società e vedrete quanto strutturato intellegibile abbiamo perso, regalando tecnologie e know how preziosissimo. Abbiamo accettato ad esempio di avere soci stranieri senza conoscerne la loro cultura. E così facendo abbiamo distrutto quasi completamente la potenza della suggestione che il made in Italy era in grado di imporre al mondo”.

L’analisi di Maserio è netta nel sottolineare gli errori della delocalizzazione, “spostare altrove la nostra differenza specifica ci ha fatto diventare fragili”, al punto, aggiunge, da mettere in discussione anche il futuro delle prossime generazioni: “In nome del profitto immediato abbiamo disertato la responsabilità di partecipare alla costruzione di un piano per il futuro”.

La ricetta di Maserio è lineare e al tempo stesso complicata da realizzare: fare in modo che i limiti della ricchezza del singolo diventino i diritti dell’altro. “Puoi diventare ricco quanto vuoi – sottolinea – ma devi farlo nella misura in cui nessuno debba essere trattato da servo, da terra di conquista, da uomo spazzatura”. E l’approdo di questo concetto non può essere che un nuovo modo con cui redistribuire la ricchezza, ovvero secondo una sorta di auto-regolamentazione di chi la produce, partendo quindi “dal percorso che crea la ricchezza stessa”.

Guarda la lezione-incontro.


Quale poi è un percorso di formazione in rete promosso dalla Fondazione Costituente presieduta da Gianni Cuperlo e svolto in collaborazione con Immagina.