giovedì 2 Luglio 2020

Affrontare la crisi con un nuovo capitalismo, l’analisi di Francesca Masiero
A

Quale deve essere la vocazione del capitalismo contemporaneo per essere sostenibile e non generare emergenze sociali? Quale modello di impresa dobbiamo immaginare nel futuro?

Si tratta di due questioni di fondamentale importanza per ripensare il modello di economia con cui affrontare la profonda crisi nella quale ci stiamo immergendo. Due aspetti strettamente connessi sui quali Francesca Masiero, amministratrice delegata di Pba, pone l’accento in questo secondo appuntamento del ciclo formativo “Quale Poi”, una serie di lezioni-incontro con personalità del mondo dell’economia, della cultura, della scienza, del giornalismo.

Maserio, nella sua lucida analisi, mette a fuoco i limiti della globalizzazione, della delocalizzazione, parlando del concetto di humanitas di Terenzio, citando il “Club di Roma” di Aurelio Peccei. Fino ad arrivare al modo con il quale oggi, a suo giudizio, dovrebbe essere redistribuita la ricchezza.

Si parte dal modo in cui le disuguaglianze – predominanti e irruenti nelle crisi – possano sfociare in maniera inevitabile nello scontro sociale. “Quanta filantropia, quanta sostenibilità e umanesimo è necessario mettere nel capitalismo contemporaneo – si chiede l’imprenditrice filosofa – affinché il mondo possa reggere senza scontri sociali. Oggi la volontà di un mondo in salute e in pace non è più una scelta tra più opzioni o una scelta morale, ma è l’unica modalità possibile affinché tutto il sistema regga”.

E analizzando il concetto di humanitas di Terenzio, quel sentirsi partecipi di un cammino comune, sottolinea come oggi l’economia reale debba “rimettere il denaro al suo posto nel mondo, riconducendolo a strumento per il fare”, al servizio, quindi, del bene comune o non dell’individualismo.

“Fare le cose per bene non deve essere meno redditizio che farle sfruttando qualcosa o qualcuno”, sottolinea poi l’imprenditrice invitando tutti a guardare “quanta marginalità abbiamo lasciato sulle strade della delocalizzazione”. E ancora: “Provate a guardare oltre il bilancio annuale di una società e vedrete quanto strutturato intellegibile abbiamo perso, regalando tecnologie e know how preziosissimo. Abbiamo accettato ad esempio di avere soci stranieri senza conoscerne la loro cultura. E così facendo abbiamo distrutto quasi completamente la potenza della suggestione che il made in Italy era in grado di imporre al mondo”.

L’analisi di Maserio è netta nel sottolineare gli errori della delocalizzazione, “spostare altrove la nostra differenza specifica ci ha fatto diventare fragili”, al punto, aggiunge, da mettere in discussione anche il futuro delle prossime generazioni: “In nome del profitto immediato abbiamo disertato la responsabilità di partecipare alla costruzione di un piano per il futuro”.

La ricetta di Maserio è lineare e al tempo stesso complicata da realizzare: fare in modo che i limiti della ricchezza del singolo diventino i diritti dell’altro. “Puoi diventare ricco quanto vuoi – sottolinea – ma devi farlo nella misura in cui nessuno debba essere trattato da servo, da terra di conquista, da uomo spazzatura”. E l’approdo di questo concetto non può essere che un nuovo modo con cui redistribuire la ricchezza, ovvero secondo una sorta di auto-regolamentazione di chi la produce, partendo quindi “dal percorso che crea la ricchezza stessa”.

Guarda la lezione-incontro.


Quale poi è un percorso di formazione in rete promosso dalla Fondazione Costituente presieduta da Gianni Cuperlo e svolto in collaborazione con Immagina.

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5 COMMENTI

  1. La ricchezza non viene prodotta solo dalle imprese, ma dalla società nel suo complesso. Dal lavoro e dall’intelligenza di ognuno.
    Il capitalismo è stato solo bravo a vendere l’idea di aver creato ricchezza per tutti: niente di più falso. Non l’ha creata: la cultura, la scienza e la tecnologia, l’energia a buon mercato l’hanno fatto. Non solo non l’ha creata, ma l’ha messa nelle mani di pochi.

    Ad esempio, da molto tempo si sta quantificando il valore del lavoro domestico, se lo contabilizzassimo in termini economici. Il Prodotto Interno Lordo aumenterebbe dal 70% al 125%: stiamo parlando di cifre molto importanti.
    Nelle aziende lavorano persone preparate per anni da genitori e insegnanti.

    Quindi la redistribuzione della ricchezza non deve avvenire per gentile concessione dei ricchi, ma per scelta della società intera.
    Per fare in modo che “nessuno debba essere trattato da servo, da terra di conquista, da uomo spazzatura” in tutto il mondo si sta facendo avanti l’idea di un Reddito di Base Universale.
    https://www.facebook.com/groups/IstituzioneRedditoDiBaseUniversalePetizione/permalink/628182754692873/

  2. Ma non ho capito bene come umanizzare il capitalismo! Se vogliamo una iniziativa privata, credo che in questo momento storico è inevitabile e necessaria, ma dobbiamo necessariamente cambiare questa società, contro il capitalismo che è anarchico, egoista e sul suo modo di fare modella tutta la società. Non illudiamoci di cambiarlo, senza una cultura della giustizia sociale che si afferma, ed una cultura, ed uno stato che spinga il capitalismo a rinunciare alla forma di egemonia che attualmente vige nella nostra società con tutte le conseguenze che vediamo chiaramente tutti i giorni.

  3. Non posso che essere d’accordo con Massimo Modica, che mi precede nei commenti: il concetto “Puoi diventare ricco quanto vuoi ma devi farlo nella misura in cui nessuno debba essere trattato da servo, da terra di conquista, da uomo spazzatura” è bellissimo, nobile, alto ma purtroppo lasciato alla sensibilità individuale.
    Non credo che ci si possa auspicare un capitalismo-filantropo, la filantropia è sicuramente positiva se si innesta in un terreno di “equità”, altrimenti per quanto possa portare benefici sa spesso di elemosina, di elargizione magnanima.
    Da considerare anche che il capitalismo è sempre più propenso ad incassare gli utili e a socializzare le perdite: quando l’acqua si fa alta, Mamma Italia buttami il salvagente.
    Speriamo di cominciare a fare i primi passi, perché l’orizzonte di cui parla Francesca Masiero encomiabile) a me sembra sempre più lontano.

  4. Buonasera Massimo, buonasera Pierangelo e buonasera Francesco,
    lasciatemi spiegare. In ebraico ad indicare la carità ( o ancora più precisamente l’elemosina) è la parola Tzedaka, questa parola ha una radice che ben chiarisce di “cosa stiamo parlando”, viene infatti da Tzedek, che significa giustizia. Giustizia umana o giustizia divina. La Carità (o l’elemosina) – la beneficienza in generale – è quindi, qui, non un’offerta volontaria che esprime la generosità di chi la compie, l’atto gratuito di una donazione principalmente in denaro, ma una questione di “giustizia”. Non è un suggerimento morale che fa più bene a chi la fa piuttosto che a chi la riceve ma un dovere fondamentale, un precetto di convivenza, un’intenzionalità di giustizia nei confronti del vivente.
    Io credo che mai si debba scambiare l’assistenzialismo con la carità. Perché è ingiusto. Perché il gesto di carità, il più difficile e il più alto, è quello che vuole migliorare il mondo, è quello che vuole che accada qualcosa anziché niente, è quello che non si muove senza una strategia costruttiva all’interno della quale il mio gesto imprime nella realtà un impronta di senso. Dopo il mio gesto il mondo è migliore ovvero più indipendente da me, più sicuro e ricco perché il mio gesto ha dato alle persone gli strumenti per agire.
    E’ evidente che non nasciamo con le medesime possibilità, per alcuni è tremendo, per altri facilissimo, per altri ancora impossibile. Ma tutti siamo chiamati ad agire con responsabilità secondo giustizia. E ognuno deve, dunque può, farlo.
    grazie di avermi ascoltata,
    Francesca

  5. Grazie Francesca,
    in effetti cin la chiave di lettura che espone sopra non posso che dirmi d’accordo.
    È un piacere interloquire con lei.

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