lunedì 18 Gennaio 2021

Una nuova idea di Paese che metta al centro capitale umano, conoscenza e innovazione
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Questa che stiamo vivendo è una crisi epocale. I governi di tutto il mondo hanno dovuto far fronte, non solo a una crisi sanitaria gravissima, ma anche a uno tsunami che ha seriamente compromesso i redditi di milioni di lavoratori, bloccato la maggior parte delle attività produttive, determinando un crollo del fatturato  e, conseguentemente, della domanda e dell’offerta. Il Covid ci ha fatto entrare definitivamente nel XXI secolo, imponendo una riflessione, che avevamo pensato di poter rimandare, su come governare una società complessa e frammentata che ancora non si era ripresa dagli effetti della crisi finanziaria 2008-2011. Una crisi che ha determinato l’ampliarsi delle disuguaglianze e l’allargamento del solco tra chi è dentro e chi è fuori dal sistema. Oggi, rischiamo di allargare ulteriormente questa divaricazione con gravi conseguenze politiche e sociali e per la tenuta complessiva dei nostri sistemi democratici.

Nel corso della fase più acuta dell’emergenza, ci si è mossi navigando a vista in uno scenario senza precedenti, in cui è stato necessario sostenere -contemporaneamente – i cittadini a mantenere, nel limite del possibile, il loro reddito, e le imprese a restare in piedi, attraverso prestiti garantiti, trasferimenti a fondo perduto e la riduzione delle incombenze fiscali. Questa è stata la strategia per resistere all’onda d’urto di questo choc. L’unica possibile.

Ma adesso si pone il tema di cosa fare domani, una volta terminata l’emergenza, quali modelli dovremo utilizzare e, su quali settori della vita pubblica dovremo investire per ricostruire i tessuti produttivi l’economia, la società. Perché è del tutto evidente, che lo straordinario sforzo collettivo compiuto dalle istituzioni, dai cittadini, dalle imprese e dai lavoratori, non sarà sufficiente se non sarà accompagnato da una visione a lungo periodo. L’Italia convive da molti anni con un debito la cui sostenibilità è messa sotto pressione dalla crisi Covid, con l’incapacità di semplificare la burocrazia e i processi decisionali, con una spesa corrente eccessiva e, soprattutto, con investimenti insufficienti sulla conoscenza, i saperi e la ricerca.

Eppure, i fatti, sono davanti a noi ad indicarci la strada da percorrere. I Paesi che oggi sono più solidi e robusti sono quelli che, dopo la drammatica crisi del 2008, hanno maggiormente investito sul capitale umano e sulla persona. Dunque, non è immaginabile limitarsi a pensare all’erogazione di trasferimenti diretti, come lasciano intendere i sovranisti: stampiamo moneta e il gioco è fatto. Magari fosse così! Oggi, ancora più di prima, dobbiamo investire sul rilancio del tessuto produttivo attraverso un serio investimento su conoscenza e innovazione rafforzando, in questo modo, anche la resistenza delle imprese rispetto ai cambiamenti epocali che devono affrontare. Mi riferisco, in particolare a misure che incrementino gli investimenti nell’università, nella ricerca e nell’istruzione e formazione professionale superiore – settori che rappresentano un sistema integrato di assoluta importanza per far ripartire l’Italia.

Il governo si dovrà impegnare per intervenire con adeguati strumenti di orientamento e comunicazione pubblica per motivare gli studenti neo-maturi, e in particolare le studentesse, a proseguire gli studi nelle università e, soprattutto, nei percorsi di laurea STEM. Sarà indispensabile rafforzare le professioni tecniche, attraverso gli investimenti sulle lauree triennali che abilitano direttamente al mondo del lavoro, creando figure professionali in linea con le sempre più complesse necessità del mercato.

Dovremo stare dalla parte dei più fragili, per impedire che si allarghino disuguaglianze e aumentino iniquità, attraverso il potenziamento dei fondi per il diritto allo studio degli studenti con difficoltà economiche, estendendo anche l’area di quelli esentati dal pagamento delle contribuzioni. E sarà imprescindibile investire in ricerca, anche grazie a una maggiore collaborazione tra pubblico-privato per ripensare il sistema economico e sociale post Covid, partendo da quattro grandi sfide che rappresentano un’opportunità per risolvere problemi sociali e allo stesso tempo per rendere l’Italia competitiva e metterla in prima linea nelle industrie del futuro: crescita green, cultura, infrastrutture e mobilità, benessere sociale e collettivo. Il Ministro dell’Università, Gaetano Manfredi, sta già lavorando su molte di queste questioni su cui è stato, tra l’altro impegnato, da una risoluzione molto articolata e ben fatta, approvata all’unanimità dalla VII commissione alla Camera.

Non ci sono ricette consolatorie per evitare un duratura crisi del Pil, la caduta dei redditi, l’esplosione della disoccupazione, l’aumento delle disuguaglianze. La politica deve costruire un’idea per far crescere e rilanciare il sistema. Un’idea di Paese. Per rispondere a paura e impoverimento diffuso, dobbiamo rimettere al centro la persona, la sostenibilità dei processi produttivi, la difesa dei servizi pubblici e dei beni comuni, il sostegno all’innovazione delle competenze, con l’obiettivo di aiutare imprese e lavoratori ad affrontare un mondo del lavoro ulteriormente e radicalmente trasformato in cui le nuove tecnologie a l’automazione avranno uno spazio sempre maggiore.

Il PD deve essere l’interprete di questo programma riformista e progressista. Nei prossimi mesi arriverà molta liquidità dall’Europa, l’Italia sarà la beneficiaria della quota più rilevante del Fondo Next Generation Ue, con più di 170 miliardi di euro. Noi dovremo essere in grado di spendere bene queste risorse, destinandole a crescita e sviluppo: meno spesa corrente, più investimenti, più benessere collettivo.

Dovremo essere capaci di smentire i nostri errori di gestione e programmazione, costruendo una politica economica sana e moderna. La vera sfida oggi non è più quella di elencare tutti i malanni, provando a dargli momentaneo ristoro ma di scegliere verso quale direzione andare. Percorrendo vie inesplorate. Una sfida che chiama in causa la responsabilità di ognuno di noi e la sottoscrizione di un patto civile, sociale ed economico. Questa è l’unica strada che ci permetterà di riempire di nuovi significati il nostro futuro.


Simona Malpezzi è senatrice del Partito Democratico e sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento

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2 COMMENTI

  1. È indispensabile e urgente che il PD si dia un programma strategico ben definito. La politica per troppo tempo è stata lontana dai cittadini. Lontana proprio in modo ” fisico” sottovalutando la voglia di politica e di partecipazione che c’è nella società. Quanti sono stati i candidati catapultati nei territori perché “seggi” ritenuti sicuri che non avavano nessun legame e empatia con la popolazione che avrebbero dovuto rappresentare? C’è voglia di partecipazione in tante persone, le sardine in questo senso lo hanno in qualche modo mostrato. Ma per far partecipare le persone serve una strategia chiara, una visione del futuro che li coinvolga. Ora si sente che “tutto non sarà come prima”, ma se non ci dotiamo presto, ora di un programma credibile che indichi una strategia e una visione del futuro, che usi nuove forme di partecipazione, e che soprattutto sia ” chiara e visibile”, che colpisca il cuore e la voglia di cambiare, temo che tutto resterà come prima se non peggio. Tante forze disposte a rimpegnarsi in politica andranno perse. Non possiamo indugiare oltre. Stabiliamo alcuni punti chiari, e quello indicato da lei è tra i più importanti, informiamo e traduciamo in atti politici e legislativi chiari.

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