martedì 22 Settembre 2020

Chiamiamolo Bonus Città
C

Si chiama Bonus Casa, ma con un certo ingegno si deve leggere Bonus Città. I beneficiari diretti sono le Famiglie, i protagonisti reali potranno essere i Sindaci e le Imprese Responsabili di Territorio.

Tra le opportunità più interessanti contenute nel Decreto Rilancio (art. 119) vi è senz’altro il superbonus del 110% per interventi di riqualificazione energetica e sismica del parco residenziale, con la possibilità di trasformare la detrazione fiscale in sconto in fattura e cessione del credito. Prescindendo dai tecnicismi e dagli aggiustamenti che arriveranno sia in fase di conversione in Legge sia dalla decretazione attuativa, la misura rappresenta probabilmente una delle ultime grandi iniezioni di fiscalità pubblica ed è cor-responsabilità di tutti cogliere tutto il suo potenziale.

Primo, perché nel tempo-Covid avevamo certamente bisogno di uno strumento shock per convincere le famiglie a migliorare la sicurezza, il comfort e le prestazioni energetiche delle proprie abitazioni, ma per traguardare l’oltre-Covid abbiamo la necessità di favorire un nuovo abitare legato alla qualità del contesto, degli spazi pubblici, delle infrastrutture verdi e digitali.

Secondo, perché abbiamo già imparato da alcune passate esperienze che l’incentivo fiscale “puntiforme” può addirittura accentuare le diseguaglianze e, in ogni caso, non garantisce spontaneamente il raggiungimento di obiettivi di sistema. Sarebbe solo un effetto doping per l’edilizia migliorare le “case per dormire” senza trasformare le “città per vivere”.

Terzo, perché uno degli apprendimenti dell’ultimo ventennio è che le scelte pubbliche non possono più “mettere una pezza” solo all’economia senza rafforzare contemporaneamente la qualità sociale e ambientale delle nostre città. Non possiamo più puntare ad una generica ripresa come se l’economia fosse una macchina e non l’esito di una costruzione sociale di più lungo termine.

Lo sguardo durante-Covid ci aiuta a cogliere alcuni “anticipi di futuro” rispetto al nostro vivere e abitare le città. Nella fase 1 casa si è trasformata in un caleidoscopio di esperienze ed è diventata simultaneamente il luogo della scuola, del lavoro e del tempo libero. In molti casi l’unico “campo di gioco” per affetti, desideri, paure e speranze. Già dalla fase 2 sono le città sono chiamate a lasciarsi sfidare dal loro oltre-Covid, che per le famiglie diventa un oltre-casa (il quartiere, le strade, la piazza) e un oltre-green (la prossimità, le relazioni, gli spazi pubblici).

Nella “città per vivere” i fattori più rilevanti per le famiglie sono la qualità dell’immobile (in termini di sicurezza sismica ed efficientamento energetico), ma soprattutto la qualità contestuale insieme agli spazi pubblici e di relazione. Tale obiettivo di sistema, in un quadro di bilanci pubblici deteriorati, sarà raggiungibile se il superbonus del 110% verrà concepito come risorsa per azzerare l’esborso delle famiglie, nell’ambito di progettualità a più larga scala orientate a rigenerare “spicchi di città”. In questo senso, un superbonus che non riqualifica solo gli edifici, ma rigenera paesaggio e comunità, necessita il coinvolgimento del Terzo Settore, almeno per il momento e in modo sorprendente escluso dalla opportunità normativa.

In queste settimane AUDIS, insieme ai Comuni (Bologna, Ferrara e Prato) e alle Utilities su base nazionale (Eni, Enel, Snam), lancerà il progetto “Rigenerazione di Classe A” proprio per dare la soluzione tecnico-procedurale alla più grande operazione pubblico-privata sulla “città esistente” con l’utilizzo del superbonus, la garanzia della regia pubblica e l’impegno delle imprese a creare “valore condiviso”. Un tentativo per non limitarsi a resistere o semplicemente ripartire, ma per iniziare ad “essere trasformativi” e non tornare al “business as usual”.


Marco Marcatili è economista e responsabile Sviluppo Nomisma

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1 COMMENTO

  1. Covid19 ha dato un’accellerata nel ripensare ai modi di abitare. Certo le situazioni sono molto diverse: i casermoni di periferia delle grandi città piuttosto che le villette (e i tremontiani capannoni) che costituiscono la “città diffusa” che degrada ed ingombra larga parte dei paesaggi del nord Italia. Villette, specie quelle nate a partire dagli anni del boom 60/70 ormai decadute nella qualità ed anche nella fruizione: molte chiuse, molte sottoabitate. Abbiamo “scoperto” in queste settimane la altre potenzialità /esigenze dell’abitazione, da dove si possono anche risolvere online molti spostamenti precedenti (acquisti, incontri, finanche il lavoro) . Ma non tutte sono tarate per queste funzioni. Come non sono tarate per essere abitate da persone magari ancora autosufficienti, della terza/quarta età che vivono da sole in spazi ora rindondanti (piuttosto che stipati nelle RSA). Anche il fronte del co-housing, da gestire magari con trasformazioni/permuta di stabili, può essere un altro importante ambito da affrontare e risolvere positivamente in queste contingenze di invecchiamento demografico/ripensamento della socialità e disponibiltà di intervento pubblico.

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