giovedì 9 Luglio 2020

Giù le mani dalla Lombardia
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La Lombardia è una delle regioni più ricche e produttive d’Europa? Sicuramente sì. E’ la regione più popolosa e densamente abitata d’Italia? Certo, sono i dati a dirlo. I cittadini lombardi sono spesso un esempio in materia di civiltà, di inventiva, di creatività, di impegno civile e di dedizione al lavoro, al volontariato, all’attivismo economico e sociale? Non c’è alcun dubbio e mai nessuno l’ha messo o lo metterà in discussione. L’Italia, senza la Lombardia, sarebbe un Paese diverso, enormemente più povero ed enormemente meno competitivo.

Riconoscere tutto questo, però, non significa – non può significare – non osservare, con la stessa onestà e la medesima schiettezza, che la stessa Lombardia sia stata investiva dallo tsunami del coronavirus in maniera esponenzialmente più violenta rispetto ad ogni altra regione d’Italia, diventando una delle aree geografiche più colpite in Europa e nel mondo. Oggi, nel momento in cui scriviamo, oltre la metà dei contagiati e delle vittime da Covid-19 in Italia sono in Lombardia (e no, qui non risiede neanche lontanamente il 50% delle popolazione italiana). Circa un decimo se allarghiamo l’orizzonte fuori dai confini nostrani.

Numeri che, adesso che siamo in piena fase due, diventano incredibilmente ancora più pesanti. Mentre ci sono province ed intere regioni italiane che viaggiano verso quello che fino a qualche giorno fa veniva considerato un miraggio, il traguardo dei contagi zero, in Lombardia ci si barcamena ancora intorno a cifre mai raggiunte altrove: un giorno 300 nuovi contagiati, un giorno 200, il giorno dopo 400. Ad ora, nella regione ci sono circa 25mila persone positive (e parliamo solo di quelle accertate), una classifica in cui, a seguire, c’è il Piemonte, distanziatissimo, con 6mila positivi.

Davanti ai numeri, c’è davvero poco da discutere. In realtà, ci sarebbe molto da lavorare. E invece quel che hanno fatto, sinora, la propaganda leghista e quella della destra in senso lato, è stato sollevare un gran polverone. Invece che mettere legittimamente in dubbio l’operato del presidente della Regione Attilio Fontana e dell’Assessore alla Sanità Giulio Gallera, si è preferito alzare il solito muro di ipocrisia. Ora la logica che si cerca di imporre è la seguente: chi attacca la gestione dell’emergenza – che evidentemente è stata disastrosa – attacca la Lombardia.

Eh no, cari signori. C’è una gran fetta di popolazione lombarda, e non solo, che non ha alcun interesse ad attaccare la Lombardia, ma che non ha le fette di salame sugli occhi. Mettere in discussione le modalità con le quali l’emergenza Covid è stata affrontata non significa essere anti-lombardi o non essere riconoscenti per quanto la Lombardia ha fatto negli ultimi decenni per l’Italia e per l’Europa. E’ esattamente il contrario. Nessuno scontro di civiltà, come vorrebbero imporre i leghisti tramite i loro messaggi fatti girare ad arte su Whatsapp.

Semplicemente si tratta di prendere coscienza del fatto che la sanità lombarda – benché possa annoverare tra le proprie risorse delle vere e proprie eccellenze a livello mondiale – si sia rivelata inadeguata davanti alla più grande crisi verificatasi dal dopoguerra ad oggi. Che il progressivo cedimento degli ultimi decenni della sanità pubblica davanti allo strapotere di quella privata – a differenza, per esempio, di quanto avvenuto in Veneto o in Emilia-Romagna – sia stato un errore strategico le cui tragiche conseguenze sono risultate evidenti solo oggi. Che il presidente Fontana e l’assessore Galleria abbiano quasi sempre preso le decisioni sbagliate fin dall’inizio, incaponendosi, perseverando negli errori, dimenticandosi della medicina del territorio e di fatto decidendo di “non gestire” le famose tre T: testare, tracciare trattare.

Evitiamo di mettere il dito nella piaga e citiamo solo alcuni titoli dei capitoli più imbarazzanti di questa storia: l’errore nell’ordine che ha fatto saltare la fornitura di 4 milioni di mascherine, l’indecente scena di Fontana, incapace di infilarsi una mascherina davanti alla telecamera, il clamoroso svarione di Gallera – quello che si vorrebbe candidare a sindaco di Milano – che dopo tre mesi dalla scoperta dell’esistenza del ‘paziente 1’ ha dimostrato di non aver ancora capito il concetto di indice di contagio, la spavalderia con cui il governatore, a fine febbraio, parlava del Covid-19 come di una patologia “poco più grave di un’influenza”. E stendiamo un velo pietoso sulla provocazione di scegliere Guido Bertolaso, subito messo fuori gioco dal virus, come commissario regionale, e sulla assurda esperienza dell’ospedale Covid in Fiera, inaugurato in pompa magna (in barba al distanziamento sociale), costato una cifra ancora non identificata alla collettività e capace di ospitare la “bellezza” di 25 pazienti prima di chiudere.

“E allora Zingaretti che va a fare l’aperitivo a Milano e Sala che diceva di riaprire?”, dicono ora i peones leghisti, in una sorta di riedizione dei sempreverdi “e allora le foibe?” o “e allora i marò?”. La differenza è di forma e di sostanza. Sala, benché abbia avuto un potere decisionale infinitesimale rispetto a quello di Fontana, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato. Zingaretti ha fatto lo stesso, si è preso il virus, è guarito e ha gestito l’emergenza in maniera finora impeccabile nel Lazio. Per entrambi si tratta di “errori” commessi all’inizio della fase calda, quando la situazione sanitaria non era affatto chiara. Per intenderci stiamo parlando dello stesso periodo in cui Salvini diceva di “riaprire tutto” e Fontana si faceva fotografare mentre pranzava a Chinatown.

Invece, davanti al disastro, davanti alle bare che venivano portate via da Bergamo a bordo dei camion dell’esercito, davanti allo scandalo delle Rsa – di cui il Pio Albergo Trivulzio è diventato il macabro simbolo – davanti alle decine di migliaia di vittime, l’atteggiamento della giunta lombarda è sempre stato lo stesso: arroganza, indifferenza alle critiche, contrattacchi scomposti, rivolti il più delle volte al governo centrale nel tentativo di rigirare la frittata. E, cosa ancora più odiosa, il tentativo di strumentalizzare quanto avvenuto, cercando di fomentare una sorta di “difesa della Lombardia” contro gli attacchi di chi non la rispetta, di non la ama, di chi non ha riconoscenza per ciò che ha fatto per l’Italia e per gli italiani.

Cari leghisti, siamo noi a dirlo: giù le mani dalla Lombardia. Non permettetevi di utilizzare una regione e una popolazione per difendere l’indifendibile. Chi vuole bene alla Lombardia, oggi, non è con voi. E’ con i medici e gli infermieri che hanno messo la loro professionalità, il loro sacrificio, in alcuni casi addirittura la loro vita a disposizione degli altri. E’ con le centinaia di associazioni di volontariato che hanno garantito aiuto a chi ne aveva più bisogno. E’ con i bravi amministratori e i sindaci che con umiltà si sono messi al servizio delle loro comunità. E’ con imprenditori e lavoratori che, nonostante tutto, hanno provato e stanno provando a mettere l’interesse generale davanti a quello personale.

Chiedere all’amministrazione regionale di cambiare tutto e di rendere conto degli errori commessi, in questo momento, non significa essere contro la Lombardia. Significa volere il bene dei lombardi. Significa credere in un futuro migliore, che metta magari al centro dell’agenda la lotta ai cambiamenti climatici, in una delle regioni più inquinate nel mondo. Che provi a ricostruire un tessuto di umanità, una sanità territoriale degna di questo nome, che investa in conoscenza e innovazione. E che la smetta di utilizzare la buona fede dei cittadini lombardi per coprire incapacità e inefficienza.

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