mercoledì 30 Settembre 2020

La bacheca delle idee. Immaginiamo insieme il futuro

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E adesso? Si ridia coraggio al partito

Ce l’abbiamo fatta. Questa settimana abbiamo ottenuto un grande risultato che premia mesi e mesi di duro lavoro portato avanti strada per strada, quartiere per quartiere da tutti i nostri candidati e dai nostri militanti. Abbiamo messo davanti il bene della collettività rispetto a molti impegni della nostra quotidianità per concentrarci sulla campagna elettorale e siamo stati premiati dagli elettori; bisogna andarne fieri. Salvini passerà quel che resta di settembre a leccarsi le ferite, mentre i leghisti si sono già chiusi nel palazzo a cercar di capire cosa sia andato storto.

Ma non sprechiamo altro tempo a parlare di chi ha approfittato di queste elezioni per parlare di presunti gatti arrostiti piuttosto che di rilancio del territorio, per offendere le donne piuttosto che cercare soluzioni per il divario di genere causato dalla pandemia. Parliamo di noi, perché, sebbene ora sia il momento dei festeggiamenti, non dobbiamo scordarci che il vero lavoro inizia adesso. Mi viene in mente la parte iniziale dell’Eneide e l’esultanza dei Troiani: pensando di essersi liberati finalmente dall’assedio degli Achei, vollero solo far festa, accogliendo addirittura un dono lasciato dai nemici con conseguenze disastrose. Giunta la notte non si resero conto che il nemico non era affatto sconfitto e il resto è storia nota: il sole era sorto e i Troiani da vincitori, ancora ebbri della loro vanagloria, si risvegliarono vinti.
Abbiamo vinto le regionali, siamo il primo partito in città e provincia, i nostri candidati hanno fatto il pieno di preferenze e adesso? Come successe in Emilia-Romagna le promesse populistiche e irrazionali dei grillini non reggono la prova delle urne, mentre la lista “Toscana più a sinistra di” viene bocciata dall’elettorato anche in presenza della possibilità del voto disgiunto. Quindi chi, adesso, se la prende con gli elettori, accusandoli di aver preferito il cosiddetto “voto utile” piuttosto che “di cuore”, non si rende conto che questa sconfitta è frutto di anni e anni di scelte sbagliate in cui certe formazioni hanno preso sempre più la forma di grandi comitati elettorali. Infatti l’obbiettivo non sembra quello di un progetto a lungo termine, ma piuttosto quello della rielezione del proprio rappresentante in attesa della prossima tornata elettorale, nella quale si replicherà questo solito schema. Peccato invece per Sinistra Civica Ecologista che per una manciata di voti non entra in Consiglio, ma che in questa corsa ha avuto un ruolo fondamentale come collante con un mondo che necessitiamo di recuperare.

Da questa vittoria la nostra comunità ne esce rafforzata e più unita, dal livello regionale a quello nazionale. Ma che ne è del Partito Democratico della Federazione di Pisa? Con il 34,3% di voti in provincia noi militanti del Partito Democratico pisano non possiamo tirarci indietro di fronte al compito che i nostri elettori ci hanno affidato. I risultati parlano chiaro: non esiste niente fuori dal Partito Democratico, gli elettori non hanno fiducia nei progetti alla LeU e chiedono a noi uno scatto di qualità. Non possiamo sprecare questa bellissima opportunità, ci sono state date le forze e il sostegno per recuperare il nostro coraggio. Accontentarci di questa vittoria sarebbe un errore, come ha scritto la consigliera Olivia Picchi “ora è necessario che il PD pisano divenga di nuovo quel partito aperto e plurale formato dalle persone e non da una somma di leader”. Nel nostro PD nessuno è escluso, a nessuno si urla “a casa a casa”, ma ci si viene incontro a metà strada prendendo il meglio e peggio di ognuno di noi. Il partito è uno solo ed è rappresentato dalla collettività, non dai personalismi, è quella “piazza grande” che con il 66% dei consensi ha stravinto le primarie nel 2019 e da cui nessuno deve sentirsi rifiutato.

Dobbiamo adesso guardare fuori di noi e lasciarci contaminare da quelle esperienze virtuose che sono i Fridays For Future, i movimenti femministi, i vari comitati cittadini, ma soprattutto dobbiamo tornare ad ascoltare: chi ha partecipato ai tanti volantinaggi di questa campagna elettorale avrà capito che non esiste impegno politico senza ascolto e confronto. Bene, facciamo nostre queste importanti lezioni imparate per strada e apriamo una nuova fase. Dimostriamoci aperti, non “mostriamoci”, non limitiamoci a un ascolto sporadico dell’intellettuale di turno o di chi occupa una piazza per poi dirgli “è stato bello, ciao”. Tra un paio d’anni avremo il compito di far sì che questa passi alla storia come la prima e ultima giunta leghista della nostra città, ma perché questo accada dovremo presentare una “forza piazza grande”, capace di unire chi in passato non era unito. Perciò non possiamo presentarci con un programma e un candidato autoreferenziale. Un partito che lavori per i grandi cambiamenti strutturali di cui questo paese necessita oggi più che mai, che trasformi il nostro territorio in un mondo in cui i giovani possano sognare senza essere mortificati da scelte sbagliate che loro non hanno voluto, ma soprattutto un partito che lavori per tutti e per tutte senza discriminazioni di alcun genere.

Nel 1912 un gruppo di donne che lavoravano nelle industrie tessili di Lawrence, una città del Massachusetts, scoprirono che i loro superiori avevano deciso di ridurre drasticamente la loro già bassa paga. Queste dissero “troppo è troppo”, così lasciarono le macchine e uscirono in strada. Piano piano, percorrendo strada per strada, uomini e donne si unirono a quel piccolo gruppo. Ben presto le piazze di Lawrence vennero invase da più di ventimila lavoratori in sciopero, divenendo delle piazze grandi in cui etnie e lingue si mischiavano armonicamente. Non erano ben visti dall’opinione pubblica e in molti rischiavano il licenziamento, ma al grido di “bread and roses” resistettero. Questi si organizzarono, si diedero obbiettivi comuni e marciarono uniti per giorni. Molti lavoratori vennero uccisi dalla polizia e i padroni delle fabbriche sembravano imbattibili, ma chi era sceso in quelle piazze grandi non si fece demoralizzare, continuarono la protesta e infine cantando “L’internazionale” i lavoratori conquistarono nuovi diritti.

Ecco, vorrei che il nostro Partito Democratico fosse più come quel gruppo di donne e di uomini che, nonostante differenze spesso difficili da colmare, riuscirono ad unirsi e a marciare uniti per il bene di tutte e di tutti. Un partito capace di sognare in grande, lottare duramente e di vincere.

Enrico Bruni
25 Set 2020

Valori antichi per una Sinistra Nuova

l temi che dovrebbero stare a cuore ad una possibile sinistra nuova, sono in realtà temi antichi ma ancora attuali: la dignità umana, l’equilibrio ecologico del pianeta, il ruolo dei lavoratori nel mondo attuale.
Si tratta di capire come difendere e rappresentare una maggioranza dei cittadini che ha visto negli ultimi trent’anni ridurre i propri diritti e i propri redditi, soprattutto a partire dalla crisi del 2008 e recentemente a causa della crisi innescata dall’emergenza covid. Come ripensare l’equilibrio tra uomo e ambiente nell’era dell’antropocene. Come consolidare ed espandere la preziosa cultura dei diritti umani in un mondo che reagisce alla crisi riducendo gli spazi democratici. In generale come contrastare politicamente e culturalmente le forze che diffondono e lucrano sulla paura seminando e costruendo l’opposto della paura: la speranza. In altre parole si vuole reagire ad un mondo più “duro e cattivo” che offre un ambiente sociale collettivo con sempre meno possibilità di costruzione di una vita dignitosa e felice con la speranza della possibile costruzione di un mondo migliore. Dove ruggisce l’urlo dell’egoismo e della competizione è necessario far risuonare il canto della solidarietà e della cooperazione.
Se questo è il nucleo centrale molte sono le possibilità d’azione per cambiare insieme il mondo intorno a noi, perché un altro mondo sia possibile a partire dalla trasformazione del presente. Penso che la via mediana tra riformismo e rivoluzionarismo è trovare e praticare la strada della trasformazione, fatta da azioni concrete e pragmatiche che tengano conto delle condizioni date, ma sempre ispirate da alti valori politici, culturali, spirituali (il cuore pensante).
Crediamo che per questo compito sia importante e utile ripartire dall’affermazione chiara dei valori a cui ispirarsi, perché siano di orientamento e ispirazione per la pratica politica quotidiana.
Perché i valori da cui si parte sono così importanti per l’azione politica? Perché le scelte politiche influenzano la vita delle persone. Un politico con dei solidi valori umani, con una coscienza attiva, fermo nei suoi principi morali, può riflettere su quali effetti avranno le sue scelte sulla vita dei cittadini.
Ciò che noi crediamo, i valori a cui ci ispiriamo se siamo sinceri si rifletteranno nelle nostre menti, e quindi nei nostri pensieri, nelle nostre parole e nelle nostre azioni.
Per certi aspetti la politica moderna nasce dal grido gettato contro l’immobilità tradizionale del vecchio mondo dell’Ancien Régime dalla Rivoluzione Francese. Questo grido si articolava fondamentalmente in tre richieste:
LIBERTÀ: libertà dalle rigide tradizioni del passato per immaginare di costruire una nuova società dove gli individui avessero la possibilità di scegliere come vivere.
UGUAGLIANZA: l’affermazione della potente idea che gli essere umani nascono uguali e devono avere le stesse possibilità, che ogni cittadino è un valore.
FRATERNITÀ: il riconoscimento politico della regola aurea, presente in tutte le religioni e nelle vie sapienziali, che insegna a “non fare agli altri ciò che non volete sia fatto a voi”.
Da allora ad oggi la coltivazione del tema della libertà come valore assoluto è stata alla base delle culture politiche di destra, mentre l’affermazione del tema dell’uguaglianza come valore assoluto è stata la base ideale delle culture politiche di sinistra.
Purtroppo la storia ha mostrato come perseguire solo la libertà senza curarsi dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità dei cittadini ha costruito società individualiste e ingiuste, fino ad arrivare al rovesciamento nella dittatura. Mentre gli sforzi di costruire società egualitarie senza salvaguardare la libertà dei singoli ha portato a società grigie e totalitarie.
Una Sinistra Nuova, oggi, deve recuperare entrambi i valori della libertà e dell’uguaglianza come ispirazione di una società futura. Per tenerli insieme in un equilibrio armonico dobbiamo recuperare l’energia spirituale del terzo tema, quello della fraternità: Per chi crede in un dio padre, l’idea che tutti gli uomini in quanto suoi figli tra loro sono fratelli, per chi ha una spiritualità laica o segue altre vie religiose, la comprensione della reciprocità e dell’interdipendenza tra gli esseri umani.

La fraternità può essere il tema spirituale e politico per tendere a costruire il sogno di una società in cui libertà dei singoli e solidarietà tra simili si armonizzino per creare realtà veramente umane. La fraternità oggi include l’amore per il proprio pianeta e per le creature che lo abitano, l’ambiente dal quale dipendiamo e che merita il nostro rispetto.
I valori dell’equità, della giustizia sociale e della dignità umana sono gli antidoti contro il potente veleno del nostro tempo: l’esclusione. L’indifferenza agli altri. Il nemico principale della sinistra dello scorso secolo è stato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ed ha lottato per affermare il diritto alla vita, e ad una vita dignitosa, dei singoli esseri umani. Il modo in cui rilanciare oggi questi valori, per una sinistra nuova, dovrebbe essere l’affermazione del “diritto di avere diritti”, l’affermazione del valore di ogni singolo essere umano, combattendo l’indifferenza verso il prossimo e l’esclusione di una parte di umanità dalla possibilità di contribuire a costruire comunità inclusive, solidali e cooperative. Libertà civili e diritti umani saranno affermate da persone integre, che mettono al centro della loro riflessione e della loro azione il valore della vita umana.

Una sinistra nuova può arrivare ad affermare libertà ed uguaglianza, diritti dei cittadini e giustizia sociale, tramite una riaffermazione e una condivisione del tema cruciale della fraternità umana come punto di partenza e di arrivo di una nuova umanità, più libera e consapevole.

Luca Pouchain
24 Set 2020

Le elezioni regionali e il ruolo del PD

Le elezioni regionali del 20-21 settembre sono terminate con un pareggio tra gli schieramenti di centrosinistra e centrodestra. Rispetto a 5 anni fa, la coalizione di centrosinistra ha confermato la Toscana, la Campania e la Puglia, mentre il centrodestra ha confermato il Veneto e la Liguria ed è riuscito a conquistare le Marche.

In attesa che anche in Valle d’Aosta si completi il quadro della nuova giunta regionale (ricordiamo che a differenza delle altre regioni, qui i cittadini votano i consiglieri che a loro volta scelgono il Presidente), è interessante entrare un po’ più nel dettaglio di quanto avvenuto per comprendere le principali dinamiche politiche in atto.

Non c’è dubbio che le due regioni su cui erano accesi i riflettori di tutti gli osservatori e sul cui esito si sarebbe giocato il destino politico di molti protagonisti nazionali e locali erano la Toscana e la Puglia. La prima governata da sempre da giunte di centrosinistra, la seconda che negli ultimi 15 anni è diventata “rossa” sfruttando le divisioni nel centrodestra.

Ebbene sia in Toscana che in Puglia l’esito è andato nettamente oltre le più rosee aspettative. Nel feudo rosso, che a detta di molti era diventato contendibile, il centrosinistra ha raggiunto il 48,6% contro il 40,4% della candidata del centrodestra migliorando la performance di 5 anni fa soprattutto in termini assoluti con oltre 860.000 voti raccolti rispetto ai 656.000 del 2015. In particolare, il Partito Democratico si è confermato primo partito a livello regionale con percentuali tra il 27,6% della circoscrizione di Lucca e il 38,9% di Firenze. Un successo figlio di una campagna elettorale giocata tutta in attacco nelle ultime settimane precedenti il voto, drammatizzata al punto giusto, che è servita a catalizzare il voto verso le liste di centrosinistra e a mobilitare un elettorato incerto. Tuttavia non si può non notare come nelle circoscrizioni di Arezzo, Grosseto, Lucca, Massa Carrara e Pistoia il centrodestra abbia avuto la meglio in scia anche con le precedenti consultazioni comunali. In queste zone della Toscana, è fondamentale ricucire un rapporto con il territorio per evitare i noti campanilismi tra Firenze e il resto della regione.

In Puglia, se vogliamo, il risultato è stato ancora più sorprendente per le proporzioni con cui è avvenuto. Il centrodestra si presentava unito per la prima volta dopo 15 anni con lo stesso candidato presidente, Fitto, vincitore nel 2000 e con il vento in poppa sull’onda dei risultati delle Europee del 2019. La mancata alleanza con il M5S inseguita e auspicata sino all’ultimo momento, la candidatura di disturbo di Italia Viva e Azione contro il presidente uscente Emiliano, non lasciavano presagire un risultato positivo. Tuttavia, come per la Toscana, l’impegno profuso nelle ultime settimane di campagna elettorale soprattutto puntando direttamente gli elettori 5S e in parte del centrodestra, ha prodotto una vittoria della coalizione di centrosinistra con il 46,7% dei voti e quasi 900.000 voti raccolti. Un successo nel quale il PD si è ritagliato il ruolo di protagonista essendo primo partito in tutte le circoscrizioni (ad eccezione di Brindisi) nonostante le numerose liste a sostegno di Emiliano. Non c’è stato voto disgiunto, bensì gli elettori hanno votato direttamente il PD e la coalizione di Emiliano piuttosto che disperdere le preferenze verso una pura testimonianza.

In Campania si è abbattuto, invece, il ciclone De Luca che ha letteralmente spazzato via il centrodestra e il M5S. A inizio anno i sondaggi lo davano indietro di una decina di punti percentuali rispetto a Caldoro nel remake della sfida andata in scena già due volte negli ultimi 10 anni. Ma il Covid19 ha capovolto l’esito della partita rilanciando il presidente uscente grazie al suo piglio decisionista e “poliziesco”. Una presenza costante sul web, una coalizione monstre di 15 liste ha fatto il resto. Anche in Campania il PD è stato il primo partito in tutte le circoscrizioni (ad eccezione di Benevento) e a Napoli città. Tuttavia nonostante i quasi 400.000 voti raccolti, il Partito Democratico dovrà accontentarsi solo di 8 consiglieri sui 32 spettanti alla maggioranza. L’operazione di disturbo messa in piedi con una gran quantità di partiti ha, infatti, impedito che il PD raccogliesse molti più consiglieri di quelli ottenuti (presenza dimezzata rispetto a 5 anni fa). Ciò lascia presagire una non semplice gestione dei rapporti tra le tante istanze e richieste che verranno dalle 12 liste presenti in consiglio regionale. L’anno prossimo si voterà per il Comune di Napoli. L’auspicio è che si possa ripartire dall’esperienza politica e civica che ha portato all’elezione di Sandro Ruotolo alle suppletive in Senato.

A fare da contraltare a queste vittorie, ci sono le sconfitte in Liguria, nelle Marche e nel Veneto. Sconfitte legate essenzialmente alle specificità dei territori.

In Liguria, la snervante trattativa portata avanti dal PD e dal M5S per la scelta di un candidato comune si è risolta solo nel mese di luglio lasciando praticamente campo libero al presidente uscente Toti vincitore per assenza di un competitor vero. Dopo l’Umbria anche in Liguria, in cui si proponeva lo schema giallorosso, non si è raggiunto l’obbiettivo sperato. Ciò deve far riflettere sulle condizioni e le ragioni che dovrebbero portare ad un’alleanza tra PD e 5S soprattutto se, come sembra, gli elettori rimasti ai 5S stanno ritornando fisiologicamente nell’alveo del centrosinistra.

Nelle Marche, invece, la sconfitta è stata pesante soprattutto se si considera contro chi è avvenuta ossia contro lo stesso candidato che 5 anni fa era arrivato addirittura al terzo posto. In termini assoluti il centrosinistra ha raccolto più voti rispetto al 2015 (274.000 vs 250.000), tuttavia il centrodestra è riuscito a intercettare il forte malcontento legato alle difficoltà nella ricostruzione post terremoto e a scelte nell’ambito della sanità difficili da difendere per quanto legittime in alcuni casi. Una sconfitta netta, quindi, che impone una seria riflessione sugli errori commessi per poter ritornare ad essere credibili e vincenti.

In Veneto, infine, è accaduto più o meno quanto successo in Campania a schieramenti invertiti. L’unica grossa differenza è che nel primo caso la lista del candidato presidente Zaia ha cannibalizzato tutte le altre raggiungendo il 44,5% dei consensi. In altre parole, se si fosse candidato da solo avrebbe vinto comunque contro tutti anche del centrodestra. Tutte queste elezioni hanno risentito naturalmente dell’onda emotiva scaturente dal Covid19. I candidati presidenti in carica sono stati tutti riconfermati (ad eccezione delle Marche), accrescendo il proprio consenso personale a discapito delle liste a sostegno.

Il Partito Democratico, in questo contesto fortemente competitivo, è riuscito però a raccogliere più voti di tutti gli altri partiti. Un risultato importante in un contesto difficile. Sia per le avverse condizioni economiche e sociali che il Governo dovrà affrontare nei prossimi mesi sia per presunte candidature interne al PD che avanzavano e che “tifavano” per una sconfitta del Segretario Zingaretti. Ancora una volta gli elettori si sono dimostrati più avanti e lungimiranti di una parte dell’informazione e di una parte dei dirigenti di partito. L’auspicio è che nei prossimi mesi si possa davvero imprimere una svolta all’azione di Governo cominciando con la riscrittura totale dei decreti in-sicurezza e proseguendo con una pianificazione dei progetti da inserire nel Recovery Fund.

La serietà, la competenza e l’intraprendenza pagano. Anche in politica.

Antonio Angelino
23 Set 2020

Mandiamoli a casa! Sì, ma casa dov’è?

Uno dei leitmotiv che sta accompagnando la campagna elettorale per il referendum costituzionale di domenica 20 e lunedì 21 è, appunto, lo slogan “mandiamoli a casa”. Uno slogan dietro al quale vi è l’idea che, confermando la riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari dagli attuali 945 ai 600 dalla prossima legislatura, gli elettori potranno finalmente rivalersi sulla “casta”, riducendo il numero di eletti al Parlamento.

Molti analisti e politici dicono che ciò che sta facendo più presa sugli elettori sia la possibilità di ridurre i costi per la spesa pubblica (si parla dell 0,007% su base annua) e fanno leva su questo punto per cercare di mitigare (e far passare in secondo piano), invece, il vero sentimento che maggiormente motiva i sostenitori del “Sì”.

Anni e anni di antipolitica, di demolizione dell’immagine e della fiducia nelle istituzioni e di demagogia spicciola, hanno fatto sì che l’idea di poter ridurre il numero dei “privilegiati”, con tutto ciò che ne consegue: auto blu, scorte, diarie, rimborsi etc., smuovesse nel profondo gli animi di milioni di italiani. I cittadini sembrano oggi infatti maggiormente propensi a diminuire i propri rappresentanti pur di fare un “torto” alla politica, che non al Referendum del 2016. Le ragioni a favore del sì e quelle a favore del no sono molte, complesse e tutte ampiamente supportabili, ciò su cui bisognerebbe invece concentrarsi è come si possa essere passati nell’arco di 4 anni dal bocciare una riforma (quella Boschi-Renzi) che già prevedeva la riduzione del numero dei Parlamentari, al promuovere – almeno stando a quello che dicono i sondaggi – una riforma che prevede un taglio addirittura maggiore del numero dei rappresentanti alla Camera e al Senato.

La domanda è: la possibile vittoria del sì, quindi, sarà frutto della volontà degli elettori di “cambiare” in senso migliorativo il Paese, o sarà solamente il risultato di un voto anti-sistema? Questo è il vero nocciolo della questione. Si può essere infatti d’accordo o meno sulla riduzione dei costi della politica, sullo snellimento del funzionamento delle Camere e degli iter legislativi (recentemente, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è espresso a favore della riforma, affermando che la riduzione del numero degli eletti non impatterebbe negativamente sul funzionamento del Parlamento), ma quanto ci si può ritenere soddisfatti di una vittoria del “sì” sapendo che moltissimi avranno votato in questo modo mossi unicamente da un sentimento di rabbia e di rivalsa nei confronti della politica?

Quando si afferma “mandiamoli a casa”, ci si dimentica che i politici eletti, i nostri rappresentanti, non vengono da Marte, né sono delle entità estranee all’umanità. In una Democrazia sana, i politici sono la pura ed efficace espressione della società che rappresentano, né più, né meno. È quindi alla società che bisognerebbe rivolgere lo sguardo: quando essa infatti è in grado di produrre ottimi amministratori e rappresentanti (al di là dell’appartenenza politica) sarà una società democraticamente sana; ma quando invece da questa società scaturiscono politici corrotti, mistificatori e seminatori di odio, bisogna indagarsi attentamente su quali siano le ragioni di un tale risultato e come porvi rimedio. Non basta gridare “sono tutti ladri” e/o “mandiamoli a casa”.

Esiste quindi una soluzione a questo enorme problema? Sì, ovviamente non semplice né tanto meno rapida, ma c’è: per avere e mantenere una società democraticamente sana bisogna investire nell’istruzione, nella ricerca, nell’università, nella cultura, nello sport, nell’ambiente e sulla redistribuzione, in modo serio e deciso.

La speranza è dunque che al di là dell’esito referendario, la politica sappia con coraggio cogliere queste istanze e riesca mettere in atto nuove riforme incisive per dare un nuovo corso alla vita politica del nostro paese e, di conseguenza, nuovi stimoli positivi per tutti gli Italiani. Che la riforma venga approvata o meno, la sfida per la politica, soprattutto vista la terribile crisi che stiamo vivendo, è quella di contrastare la demagogia e il populismo (le vere minacce per la tenuta della Democrazia) fornendo risposte concrete, restando sempre a contatto con la società e i suoi problemi, facendosi carico delle proprie responsabilità, con serietà e unità.

Francesco Carfì
18 Set 2020

Sicurezza e Legalità. Come contrastare i falsi messaggi della Destra italiana

La drammatica vicenda di Willy Monteiro e la descrizione dei “bravi ragazzi italiani” che lo hanno brutalmente ucciso grida la necessità di uscire dalla logica dell’episodio isolato per tentare, invece, un ragionamento più ampio. Viviamo in un paese in cui la Destra ha scelto la sicurezza come il proprio tema identitario, legandolo a quello dell’immigrazione; gli immigrati vengono dipinti come portatori di insicurezza, come delinquenti e spacciatori.
La Destra italiana ha reclutato senza alcun problema movimenti estremistici che fanno dell’ordine sociale, della purezza della razza e della difesa di un vetero clericalismo i loro, presunti, obiettivi.

Ma cosa si cela dietro la facciata? Il mito della forza fisica e della violenza e uno stile di vita spesso ai limiti della legalità, quando non palesemente illegale.
Gli assassini di Willy Montero sono solo l’ultimo esempio di una Destra violenta e coinvolta nel traffico di droga. Prima di loro Massimo Carminati (“Er cecato”) passato dai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) alla banda della Magliana e poi ai traffici di “Mafia capitale”.
Poi le curve degli stadi italiani ormai nelle mani di capi ultrà dichiaratamente fascisti e coinvolti nel traffico di droga, spesso in collusione con le mafie. Si pensi a Fabrizio Piscitelli (alias Diabolik) capo ultrà della Lazio ucciso per il controllo del traffico di droga a Roma nell’Agosto 2019. Oppure si pensi a Luca Lucci, capo ultrà del Milan, condannato per traffico di droga, che l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini ha salutato nel 2019 con larghi sorrisi e strette di mano rendendo pubblicamente omaggio alla tifoseria rossonera più estrema.

Tutto questo spiega perché la Destra parli sempre di “Sicurezza” e mai di “Legalità” !
Ma come fa un genitore a sentirsi tranquillo per i propri figli sapendo che ci sono in giro persone come gli assassini di Willy Monteiro ? Persone capaci di devastare un ragazzo per una lite su futili motivi. E’ questa la sicurezza che la Destra ci prospetta?

Maurizio Montanari
13 Set 2020

Smartworking e glocalworking

Nel nuovo contesto che si sta delineando, dove i grandi cambiamenti nel mondo del lavoro stanno iniziando a generare cambiamenti anche negli stili di vita e nell’intera geografia globale, si distingue la visione del manifesto apartitico glocalworking nato per ispirare e contribuire al cambiamento in atto rimettendo il lavoro al centro della ripresa socioculturale locale.

Il manifesto Glocalworking è un modello di attrazione territoriale volto a rilanciare il tessuto socioculturale locale per riattivare economia e modelli sociali sostenibili. Un movimento in grado di sviluppare le aree locali e di supportare le famiglie nel nuovo contesto socio-economico che si sta delineando. Glocalworking è un manifesto per stimolare una nuova geografia creata dal lavoro digitale: in un un’ottica volta anche a stimolare gli enti preposti per cogliere al meglio le possibilità a livello locale, stiamo sviluppando una piattaforma per incentivare e aiutare le piccole località ad attrarre lavoratori digitali e per creare un movimento che connetta i vari attori per implementare questo modello.

E’ pertanto una nuova visione di un modello di società sostenibile, distribuita ed equa, che mette l’Italia al centro del cambiamento. Le tecnologie digitali stanno rivoluzionando il modo in cui ci interfacciamo con le città e le piccole località cambiando la geografia di intere nazioni.

Grandi città attrattive e innovative entrano in crisi affrontando dubbi sul futuro del mercato immobiliare e delle attività locali. Mentre località minori e fuori dai grandi circuiti internazionali iniziano a sperare di recuperare attrattività. Tra i vari fautori e detrattori dello smartworking, Glocalworking prova ad allargare la prospettiva rispetto alle visioni parziali, pur se corrette e frutto d’interessi meritevoli (benefici per l’azienda, benessere del lavoratore, vantaggi per le città del sud come anche interessi in crisi delle attività economiche delle grandi città), proponendo una visione globale capace di creare un nuovo modello di società, sostenibile ed equa, che porti benefici a tutti redistribuendo lavoro, cultura e valore economico.

I lavoratori digitali, “smartworker e nomadi digitali” nel Mondo saranno centinaia di milioni nei prossimi mesi e si stima un miliardo nel prossimo decennio. Il lavoro è dovunque e il futuro di città, piccole località e interi Paesi dipenderà dalla capacità di attrarre smartworker e lavoratori digitali.

In Italia possiamo avere un vantaggio competitivo importante perché il tessuto socioculturale italiano è formato da micro, piccole e medie realtà locali e imprenditoriali, siamo un Paese di paesi, che se messi in relazione e in sinergia sono in grado di sviluppare un nuovo rinascimento umano e digitale. L’Italia può essere la culla di talenti e lavoratori digitali di tutto il Mondo, possiamo riportare i nostri cervelli a casa e attirare nuovi lavoratori che porteranno valore, innovazione e cultura, connettendo e rigenerando il tessuto urbano e dei piccoli comuni.

Per poterne cogliere al meglio le possibilità dobbiamo incentivare il lavoro digitale, creare un visto per lavoratori digitali in grado di attirare stranieri e cervelli in fuga soprattutto nei piccoli comuni e creare modelli di “distributed innovation” per mettere a sistema risorse locali e centrali.

Qui il manifesto http://www.glocalworking.com

Riccardo Del Nonno
13 Set 2020

In The Democratic Paradox, Mouffe cerca di analizzare il nocciolo della questione democratica, prima che la politica abbia disconosciuto il ruolo del conflitto. La tradizione democratica e la tradizione liberale si sono incontrate in Europa durante un momento di lotta comune contro l’assolutismo: si può dire che l’agonistica tra la tradizione liberale e la tradizione democratica sia perdurata fino, più o meno, a 30 anni fa. Ma si tratta, appunto, di un nesso puramente europeo e contingente, così che basti ricordare l’iniziale opposizione del mondo liberale a concedere il suffragio universale anche ai contadini e agli operai, visti come “rozzi, animaleschi e ignoranti”. Negli ultimi 30 anni questa “tensione agonistica” è venuta a cessare con il primato della tradizione liberale sulla tradizione democratica. Per cui, i principi egualitari e, soprattutto, quelli di sovranità popolare sono divenuti obsoleti e perfino “sovversivi”.

Per scardinare l’egemonia neoliberale, di conseguenza, va quindi ripristinata la stessa agonistica tensione. Considerando i rimandi a The Democratic Paradox e constatato che la tradizione liberale (diritti individuali borghesi, separazione dei poteri e rispetto delle leggi) e la tradizione democratica (uguaglianza e sovranità popolare) non sono la stessa cosa, possiamo di nuovo ricordare come la “democrazia liberale” europea (io e Mouffe preferiamo l’espressione “democrazia pluralistica”) sia stata per molto tempo l’articolazione contingente – e non data a priori – tra le due tradizioni. Quando questa situazione è crollata, con l’avvento della postpolitica, sono nati parecchi movimenti europei bollati come “populisti”. Questi ultimi rappresentano casi di forze intenzionate a ripristinare quell’agonistica tensione tra la tradizione democratica e la tradizione liberale. I movimenti populisti reazionari, detti “di destra” rispondono a solo una delle due componenti della tradizione democratica: la sovranità popolare.

Tanto Salvini quanto Le Pen affermano di voler ridare la voce ai cittadini, ovvero ai tanti dimenticati dalla postpolitica. I movimenti populisti pienamente democratici, dal 15-M al movimento Occupy e agli Insoumis dì Melenchon, a differenza dei populisti “di destra”, riprendono entrambi gli aspetti della tradizione democratica: sovranità popolare ed egualitarismo (il quale viene soppiantato dal darwinismo sociale nella visione reazionaria). Ciò mostra che, in luce di questo ragionamento, molte delle domande a cui rispondono i movimenti populisti di destra sono “domande democratiche”, ed è solo la risposta ad essere propriamente reazionaria.

Ma, quali sono nello specifico le conseguenze della postpolitica, cioè l’esito vittorioso della tradizione liberale sulla tradizione democratica?
Innanzitutto una compromissione estrema della democrazia pluralistica, studiata ed analizzata da Macpherson: politicamente parlando si è assistito alla nascita dei termini “centrodestra” e “centrosinistra”, quando pochi si accorgono che si tratta di termini relativamente nuovi. Si tratta del preludio nei confronti di quel “consenso al centro” in cui, ad un certo punto della storia, conservatori e socialdemocratici decisero che bisognava accettare l’egemonia neoliberale. Se il crollo dei regimi bolscevichi doveva imporre un insegnamento al socialismo europeo, era quello che occorreva conquistare l’egemonia entro i margini della democrazia pluralistica, che è una cosa ben diversa dall’accettare i dogmi dell’egemonia neoliberale e dell’austerità. L’altra conseguenza politicamente rilevante, assumendo una politica privata del conflitto, in cui tutti sono d’accordo sulla stessa visione del mondo e in cui bisogna votare secondo i mercati, è quella che Mouffe chiama oligarchizzazione: se i cittadini non possono scegliere tra progetti che abbiano delle caratteristiche chiaramente diverse la politica diventa esecuzione tecnica. E i tecnici chi sono? Semplicemente gli esperti. Anthony Giddens, sociologo britrannico, diede basi teoriche alla postpolitica e alla distruzione della politica: con il suo Beyond Left And Right ispirò Tony Blair, artefice dell’egemonia neoliberale nel Labour. Considerare l’antagonismo obsoleto costringe dunque i cittadini a non avere voce in capitolo, finchè i cittadini stessi saranno costretti ad accettare qualunque via, perfino la più reazionaria, che permetta l’espressione del conflitto agonistico. Mouffe fa notare come uno dei motti del movimento 15-M fosse stato “abbiamo il voto ma non abbiamo voce”: è una frase che riassume una tragica malattia chiamata postpolitica, di cui mi sono occupato nel mio libro Over The Politics (Santelli, 2020).

Passare dall’antagonismo al democratico agonismo vuol dire affrontare un avversario all’interno di uno spazio simbolico definitosi democraticamente, senza arrivare alla distruzione fisica dell’avversario in senso propriamente “antagonistico”. Nel caso dei liberali la situazione non è, invece, né agonistica, né di tipo antagonistico: l’avversario è solo un competitor, facente parte di una competizione tra elites, dove il vincitore è colui che risulta più abile in termini econometrici e di esecuzione tecnica. Costui arriverebbe dunque ad occupare un determinato posto di potere per poter svolgere le stesse politiche del predecessore. Vi è stato il momento in cui Mouffe ancora credeva che la socialdemocrazia potesse riprendere una visione dissociativa di tipo agonistico, ma quel poco di speranza è andato ad esaurirsi definitivamente con la crisi del 2008. Mouffe sottolinea come la socialdemocrazia non abbia svolto determinate scelte per via di parametri esterni al Politico, ma ci sia stata un’implicazione decisionale di tipo attivo. La socialdemocrazia ha svolto quelle politiche non perché costretta, come qualcuno potrebbe ipocritamente sostenere, ma perché ha scelto di imboccare una determinata via, che implica la volontà di compiere certe – a mio parere oscene – scelte politiche.
La conquista degli affetti, la mobilitazioni di pulsioni che provengono dal profondo dell’incoscio non nega la possibilità di realizzare, entro i termini della democrazia pluralistica, per via dinamica e temporanea, una società altamente razionale, altamente ecologica e democratica.

Quello che Mouffe chiama, credo un po’ impropriamente, modello giacobino, proprio delle sinistre estreme ed extraparlamentari, non è l’unico approccio che merita a dirsi rivoluzionario. La lotta contro-egemonica affiancata da quella verso la società organica può realizzarsi entro le strutture fatiscenti della democrazia liberale, non smantellandola come vorrebbero determinati settori del mondo leninista, ma rafforzandola e fornendole gradi più elevati di tenore democratico. Per dirla brevemente: condivido perfettamente il pensiero di Mouffe che giudica l’approccio agonistico e lo scontro culturale contro-egemonico già sufficientemente rivoluzionario. Ciò porta me e Mouffe all’interno di un progetto di radicalizzazione della democrazia distante dagli obiettivi dell’estrema sinistra extraparlamentare, ma molto distante da quelli della socialdemocrazia europea. È falso e fuorviante che la lotta contro l’egemonia neoliberale debba passare per lo smantellamento della cornice istituzionale della democrazia liberale.

Occore quindi che la democrazia liberale sia trasformata in una controparte che ne è la sua diretta evoluzione: potremmo definire democrazia radicale questo obiettivo, senza dimenticarne, tuttavia, la multidimensionalità.

Yahia Almimi
12 Set 2020

Il populismo e la realtà

Stamattina mi sono svegliato un po’ alternativo. Perché, per la prima volta, ho riflettuto, e mi sono chiesto: “Ma, alla fin fine, cosa c’è di male nel populismo?”. Il populismo prevede che chi governa agisce seguendo la volontà del popolo. Se questo desidera qualcosa, quel qualcosa è giusto e deve essere fatto. E allora, ho deciso di immedesimarmi nel populismo, per provare a proporre qualcosa, partendo proprio da quello che le persone vogliono, desiderano, bramano.

— Cominciamo da un presupposto: a chi piace tutta questa situazione creata dalla pandemia da Covid-19? A nessuno, suppongo. Ma allora, se non piace a nessuno, perché dobbiamo subirla? Non è meglio un mondo senza mascherine, senza distanziamento, senza quarantena? Ma certamente. E allora facciamo una bella cosa: da adesso il covid non esiste. Puf. È tutta un’invenzione di Bill Gates. Ma ora possiamo alzare la testa. Basta distanziamento, mascherina e compagnia bella, viviamo tranquilli, senza rendercene conto. Come? Ho forse sentito qualcuno dire che le persone muoiono di covid? Ma tanto muoiono i vecchi, che prima o poi dovrebbero morire. Ma anzi, ma lasciamoli morire! Sono meno pensioni da pagare. Non è geniale? Cosa? La gente finisce in terapia intensiva? Ma sì, ma erano malati, probabilmente stavano male prima, non preoccupiamoci. Del resto, non è un mondo libero senza covid quello che vogliamo? Eccolo servito!
— Però non mi convince. E se fossi io a prendere il virus? E se finissi in terapia intensiva? E se a morire non fosse un vecchio qualsiasi, ma mio nonno?
— Ma cosa dici? Vuoi solo terrorizzare la gente, sei un terrorista psicologico, vuoi che la gente sia insicura, sei una zecca, dai fastidio, devi essere eliminato, tu e la tua famiglia, e anche i tuoi amici, e anche gli amici dei tuoi amici.

Ma non è tutto: ovviamente il coronavirus non è l’unica cosa che dà fastidio. Ci sono anche gli stranieri, che vengono qui solo a crearci nuovi problemi, a delinquere, a spacciare, ci sono i disabili, che sono difficili da mantenere, per non parlare dei malati mentali. Insomma, sono tantissime le categorie di persone che danno fastidio. Tutti noi vorremmo un mondo in cui non ci siano disabili, migranti, malati mentali, perché richiedono un impegno per occuparsene. Ma se tutti noi vogliamo un mondo libero da quegli individui, perché non li eliminiamo? E allora, eliminiamoli tutti, facciamolo fino in fondo, e dobbiamo farlo bene. Scusate, ma non è questo che vogliamo? Un mondo libero da persone che possono dare fastidio? Eccolo, basta eliminare le categorie fastidiose e ci siamo. Voilà.
— Ma è davvero giusto? Quelle persone hanno una dignità. Perché dobbiamo eliminarle?
— Eccolo, il buonista, la zecca, che preferisce i migranti, i disabili, al suo popolo. Eccolo, il nemico del popolo. Un momento… Ma dà fastidio. Eliminiamolo!

Ma passiamo a temi meno sociali e più economici. I soldi. Quanto ci piacciono i soldi. Certo, per guadagnare, cari miei, bisogna lavorare. Però, alla fine, pensiamoci: quante volte non abbiamo voglia di andare a lavorare? Tantissime. Ma alla fine, tutti desideriamo una gita in vacanza. E allora, perché dobbiamo subire il lavoro? Idea: distribuiamo dei soldi a tutti. 1000 euro al mese per tutti. Anzi no, 2000. Non vi basta? E facciamo 3000. 5000. 10.000. Venduto per 10.000, nessuno offre di più. Cosa, siete perplessi? Non avete motivo di esserlo: chi è che non vorrebbe ricevere dallo stato 10.000 euro al mese, senza bisogno di lavorare? Nessuno. E allora facciamolo.

Ma dove li troviamo quei soldi? Con le tasse. Ma chi le vuole pagare le tasse? Nessuno. Ma allora, se non vuole pagarle nessuno, perché le paghiamo? E se invece, abolissimo tutte le tasse, imposte, bollette, bollettine, parcelle, aliquote, pagamenti? Del resto, è questo che il popolo vuole. Chi non vorrebbe che fossero levate tutte queste tasse?

— Ma i soldi non crescono sugli alberi. Come facciamo a pagare, senza finire i soldi?
— Eccolo, il professorone, il gufo, che vuole solo l’infelicità del popolo. Dà fastidio? Eliminiamolo! E uno, e due, e tre, e puf, parapapù, non ci sei più.

Tutti vorremmo un mondo in cui si viene pagati senza far niente, e senza tasse. Tutti vorremmo un mondo in cui non esistono problemi. Tutti vorremmo un mondo in cui vengano eliminate tutte quelle cose che danno fastidio. Ma se il populismo ha come scopo quello di realizzare ciò che desidera il popolo, perché non possiamo realizzare tutto ciò?

Ah già. Dimenticavo. Vi è, ahimè, un antidoto al populismo. Si chiama realtà.

Valentino Ferrari
7 Set 2020

Referendum: solo un Sì dei democratici può allontanare lo spettro del populismo e garantire l’avvio di una nuova stagione riformista

Se il 7 settembre la direzione nazionale del Partito democratico decidesse di schierarsi a favore del SI al referendum sul taglio del numero dei parlamentari ci troveremmo difronte ad una svolta, non tanto per l’apporto numerico, seppur non di poco conto, che il Pd con il sostegno del suo elettorato potrebbe fornire al fronte del SI, quanto per il valore politico di questa decisione.

Perché i democratici si farebbero inevitabilmente garanti dell’avvio di una nuova stagione di riforme attesa da decenni. Verrebbe così scongiurato il rischio che la riduzione del numero dei parlamentari possa essere un’iniziativa fine a se stessa, all’insegna del populismo, una sorta di rivalsa del popolo nei confronti della classe politica che a nulla servirebbe, trasformando l’appuntamento referendario in un’occasione unica, compiendo il primo passo verso una nuova stagione di riforme attese ormai da troppo tempo. Non è un caso se, in parlamento, il voto favorevole del Pd alla riforma sia arrivato dopo il passo indietro del Movimento 5 stelle sull’introduzione del vincolo di mandato e sul referendum propositivo illimitato che avrebbero messo in discussione il ruolo del parlamento.

Se il Movimento 5 stelle prenderà in considerazione la necessità di accompagnare la riduzione dei parlamentari con una riforma della legge elettorale e dei regolamenti parlamentari e il Partito democratico riuscirà ad aprire il dibattito su temi più ampi, come la sfiducia costruttiva, l’eventuale superamento del bicameralismo perfetto, il potere del Presidente del consiglio di proporre la revoca dei ministri al capo dello stato, ci troveremmo difronte ad una svolta riformista senza precedenti.

Lorenzo Ciani
1 Set 2020

Referendum e democrazia deliberativa

Un governo che funzioni meglio e costi meno. Ecco cosa vogliono le persone.
La stagione del Big government che ci ha accompagnato fino agli anni ‘90 ha prodotto apparati pletorici ed inefficienti. Quella dello Stato minimo, successiva, li ha depauperati eccessivamente, con tagli lineari poco selettivi e mirati. Le istanze dei cittadini e delle cittadine sono rimaste intatte, frustrate. L’Italia, come una mosca che sbatte sul vetro, pervicacemente non riesce a realizzare l’innovazione istituzionale che servirebbe per una svolta nei processi decisionali pubblici.

E a rimetterci è la nostra capacità di costruire politiche solide, fondate, logiche, condivise. E’ ancora una volta il caso di un referendum, quello sul taglio dei parlamentari. Il vero dato che emerge dalla povera discussione di questi giorni è che non c’è un vero confronto razionale fra diverse soluzioni e che s’inizia a procedere per attacchi personali o annunci apocalittici. Operando una semplificazione propagandistica dei problemi che avvelena il dibattito pubblico con “sostanze” tossiche che operano su un corpo sociale di per sé non esattamente al meglio della sua forma dopo anni di malattia populista.

Una patologia che non vede ripresa ed inizia a contagiare strati della popolazione e della politica insospettabili. Allo stato attuale delle cose, il referendum in Italia è uno strumento quasi inutilizzabile rispetto allo specifico quesito per il quale è convocato. Si trasforma regolarmente in un giudizio pro o contro chi lo propone, chi sostiene le ragioni di un cambiamento. E così si perde sempre di vista il merito delle questioni. Non è compito di questo scritto sostenere dunque le ragioni del Si o del No ma difendere quelle di un buon processo decisionale, ben organizzato e costruito, condiviso e fondante dal punto di vista democratico.

Come la democrazia rappresentativa, anche quella diretta – forse da prima di quella parlamentare – è in fortissima crisi. La partecipazione ai referendum è in un trend di forte calo per diversi motivi. Ma soprattutto ad essere entrate in crisi sono le motivazioni e le pratiche democratiche che dovrebbero sostenere l’intervento diretto di cittadini e cittadine nelle decisioni politiche. Non è ovunque così. In altri Paesi a questo inconveniente si è ovviato in un modo corretto. Si è provato e si è riusciti a rendere la democrazia diretta più deliberativa affiancandola con percorsi di coinvolgimento dei cittadini e delle cittadine nella decisione.

E’ così che la Francia fa decidere a 150 persone estratte a sorte (su base campionaria e rappresentativa della popolazione) le misure per abbattere del 40% le emissioni gas-alteranti entro il 2030. E’ così che l’Irlanda fa individuare a 66 cittadine e cittadini, provenienti dalle diverse circoscrizioni elettorali dell’Isola, più 33 rappresentanti del Popolo, le modifiche alla sua Costituzione. E’ così che nell’Ostbelgien, la regione germanofona del Belgio, nasce un’Assemblea di Cittadini definita su basi campionarie che ogni anno decide importanti questioni svolgendo un lavoro di affiancamento autorevole delle Istituzioni. Autorevole perché non certo affidato ai social network o a qualche sondaggio d’opinione, autorevole perché informato, competente, discusso. Esattamente come deve essere un verdetto: il modello è molto simile a quello dei Giurì popolari anglosassoni. A essere “processata”, però, è una decisione.

Un recente studio OCSE mostra come questo modello ormai si vada diffondendo sempre più nel mondo. E’ un modello che risolve molti problemi delle democrazie e che diffonde benefici effetti alla sfera più generale dell’opinione pubblica che, è stato osservato, tende a conformarsi maggiormente a criteri di logica e razionalità decisionali. In Italia, di recente, è nata una proposta di legge popolare per sostenere la nascita di Assemblee deliberative di Cittadini e Cittadine (https://www.politicipercaso.it/) e diverse regioni italiane hanno leggi sulla partecipazione (ma non su base stabile e campionaria). A livello nazionale ed in Sardegna, tuttavia, il percorso è molto indietro. Farebbe davvero benissimo alla nostra democrazia, così distante delle persone, attivare percorsi come quello deliberativo. Ora abbiamo l’occasione di ottenerlo attraverso una legge e superare il modello dualistico-referendario che ci priva di un pensiero terzo, alternativo, creativo. E di aprirci a mondi nuovi, diversi. Di migliorarci. Cogliamola.

Stefano Sotgiu
1 Set 2020

Nel Trentino allevatori e pastori in difficoltà per gli attacchi di lupi e orsi

È iniziata in questi giorni un’inusuale “desmontegada” sul Lagorai, catena montuosa nel cuore del Trentino. Capre, pecore, manze, api stanno rientrando dall’alpeggio con più di un mese d’anticipo. Motivo? Gli allevatori e i pastori sono disperati delle continue predazioni da parte di branchi di lupi e in ultimo dell’orso M49.

La situazione non è più sostenibile: gli attacchi sono continui, predazione dopo predazione le greggi diventano sempre meno numerose, lo stress negli animali aumenta e questo comporta una forte riduzione del latte prodotto, nonché una qualità inferiore dello stesso. Ma non è soltanto una questione economica. Il pastore vive nel terrore perché a rischio oltre alla vita degli animali c’è anche la sua. Gli allevatori vedono distrutti anni di sacrifici, di alzate alle cinque del mattino per mungere, cure e attenzioni nei confronti del bestiame. Innegabile che tra allevatore e animale si crei un rapporto d’affetto e sbaglia chi pensa che si possa risolvere il problema delle predazioni semplicemente elargendo indennizzi.

Per il prossimo anno alcuni allevatori minacciano già di non far salire in malga la loro quota di animali. L’abbandono del sistema dell’alpeggio, così come si gestisce da millenni sul versante “latino” della Alpi col sistema della malga gestita con regole, usi e consuetudini antichi, comporterebbe oltre che un gravissimo danno ambientale, lasciando le nostre montagne all’incuria e all’avanzamento del bosco, anche un danno agli stessi animali, relegati ai soli prati del fondovalle nel migliore dei casi o tenuti a stabulazione fissa nelle stalle.

Negli ultimi decenni le istituzioni politiche locali hanno riservato molta attenzione alla fauna selvatica con progetti di reinserimento che hanno impedito l’estinzione di alcune specie, uno fra tutti il progetto “Life Ursus” che ha evitato l’estinzione dell’orso bruno in Trentino. Ora però l’attenzione va spostata con la massima urgenza al paesaggio antropico dove con dedizione e sacrifici operano pastori e allevatori. Le istituzioni nazionali e provinciali, fino ad oggi latitanti, dovrebbero attuare al più presto un piano mirato di contenimento e controllo della fauna selvatica e lo devono fare con serietà e determinazione. I pascoli di alta quota insieme al paesaggio culturale delle malghe, simbolo della gestione collettiva del territorio, in equilibrio e in coabitazione con la fauna selvatica, sono una “civiltà” cui gli episodi di predazioni continue che si stanno susseguendo segnalano una pericolosa rottura.

Si tratta insomma di ripristinare quella stabilità tra il lavoro dell’uomo sulle alte quote e la natura selvaggia, tra la componente naturale e quella culturale, che nei secoli passati, non senza difficoltà, è pur sempre stata garantita.

Tiziano Silvio Cova
27 Ago 2020

Le ragioni del NO al taglio dei parlamentari

Il taglio del numero dei parlamentari associato all’avvenuta abolizione del finanziamento pubblico ai partiti porterà ad un sistema sostanzialmente oligarchico.

È in gioco la qualità della nostra democrazia. Sfatiamo il primo mito legato al taglio dei parlamentari: il risparmio economico. Il dimezzamento del numero dei deputati e dei senatori non genererà alcun sostanziale beneficio economico per gli italiani.

L’Osservatorio Cottarelli ha stimato in circa 3 euro il risparmio annuale per le famiglie. In pratica il costo di un cornetto e di un caffè.

Sfatiamo il secondo mito: l’aumento dell’efficienza della politica. Il dimezzamento del numero dei deputati e dei senatori non migliorerà la produttività del Parlamento.
La riduzione dei parlamentari provocherà, invece, una grave conseguenza per la nostra democrazia: Riduzione della rappresentanza democratica e svilimento del ruolo del Parlamento.

Attualmente l’Italia occupa il quintultimo posto in Europa per numero di parlamentari ogni 100.000 abitanti (1,2) contro ad esempio il Portogallo (2), Regno Unito (2,4), Grecia (2,6), Austria (2,9). Con il dimezzamento dei deputati e dei senatori, tale rapporto scenderà sotto l’unità. Tutto ciò si tramuterà in un sempre minore radicamento territoriale dei futuri parlamentari. Il risparmio economico vero si avrebbe NON intervenendo sul numero, ma sugli stipendi e i benefit dei parlamentari.

Inoltre, il Parlamento, da architrave istituzionale del nostro Paese, è diventato sempre più subalterno alle imposizioni del Governo di turno innescando dannosi processi di personalizzazione della politica. Questo processo non potrà che aumentare in seguito al taglio dei parlamentari.

Accanto a queste motivazioni “politiche” ci sono ragioni “tecniche” che motivano il NO.
Il taglio del numero dei parlamentari avrebbe dovuto prevedere contestualmente:

1) riforma della legge elettorale;
2) riforma dei regolamenti parlamentari;
3) riforma del quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica;
4) superamento del “bicameralismo perfetto”.

Nessuno di questi interventi è stato compiuto, addirittura neanche calendarizzato, e non c’è alcuna garanzia che ciò avvenga. Dinanzi a tutto ciò, il NO è l’unica opzione che tuteli la nostra Costituzione da provvedimenti populisti e incompleti. Uno dei problemi della democrazia italiana non è il numero dei deputati e dei senatori, ma la qualità dei nostri rappresentanti e le modalità di selezione della classe dirigente.

Il Parlamento va difeso come istituzione anche dagli inquilini che lo occupano pro tempore. Il continuo picconare le istituzioni ha provocato negli ultimi anni una crescita esponenziale dell’astensione divenuta stabilmente “primo partito”. Noi dobbiamo riavvicinare i cittadini alla Politica non allontanarli definitivamente privandoli della migliore rappresentanza possibile (sia numerica che qualitativa).

Per queste ragioni il 20-21 Settembre invito a votare NO al taglio della democrazia.

Antonio Angelino, circolo PD Donna Olimpia

Antonio Angelino
23 Ago 2020

Una ripartenza basata su un’economia a basso impatto ambientale

Ci troviamo davanti ad un prossimo futuro nebuloso, in cui ci auguriamo che la fase più drammatica della pandemia sia alle nostre spalle ma allo stesso tempo siamo consapevoli che potremmo avere una seconda ondata di contagi in autunno.
Qualunque sia la situazione sanitaria che dovremo affrontare, dal punto di vista economico e sociale possiamo dire di avere davanti una sfida doppia, perché non solo ci corre il dovere di far tornare le cose “come prima” ma è necessario anche avere l’ambizione di ricominciare a vivere “meglio di prima”.

Prima appunto che il coronavirus cambiasse le nostre abitudini ed in generale le nostre vite, avevamo preso finalmente piena consapevolezza di quanto la tutela dell’ambiente non fosse una questione accessoria, ma il perno attorno al quale costruire le politiche di sviluppo.
È quindi quasi scontato che ora, quando si pensa a come ripartire, si opti per politiche di sviluppo sostenibile, che promuovano un’economia a basso impatto ambientale.
Siamo però anche consapevoli che non si può pensare a una sostenibilità ambientale senza che questa sia a misura di tutta la comunità, specialmente dei più fragili. Infatti, dopo un primo impatto in cui ci sembrava che questo virus colpisse tutti indistintamente, ben presto ci siamo resi conto che il peso di questa epidemia non ricadrà su tutti allo stesso modo.
Dobbiamo prepararci ad un periodo in cui la crescita delle disuguaglianze che intravedevamo prima della crisi subirà un’accelerazione e porterà sempre più famiglie sotto la soglia della povertà.

Non possiamo quindi non pensare, nella progettazione della ripartenza, alle fragilità che erano sotto i nostri occhi già prima della pandemia.
Uno studio della Commissione Europea aggiornato nel 2018 (1) mostra come circa l’11% della popolazione europea sia in una situazione di povertà energetica, ovvero si trovi nella condizione di non essere in grado di vivere in una casa calda d’inverno, fresca d’estate o sufficientemente illuminata tutto l’anno perché non riesce a sostenerne i costi. È ragionevole pensare che questo preoccupante dato sia destinato a crescere con le ricadute economiche che la pandemia ha portato con sé.
Dobbiamo anche riflettere sul fatto che “povertà energetica” significa anche che le famiglie che cercano energia a bassissimo costo per soddisfare le proprie necessità, si rivolgono gioco forza alle fonti più inquinanti, perché spesso le loro abitazioni hanno vecchi impianti o non sono efficienti dal punto di vista energetico o perché, semplicemente, nel brevissimo periodo costano meno.

È qui che perciò la politica deve porre più attenzione nell’impostare uno sviluppo nuovo, che sia sostenibile non solo dal punto di vista ambientale. Ben vengano quindi quelle misure che promuovono efficientementi energetici a basso costo, come quella dell’ecobonus presente nel recente Decreto Rilancio, ma occorre soprattutto che si favoriscano interventi strutturali negli edifici nelle aree più povere del Paese, nelle periferie più trascurate delle città, nelle aree interne troppo spesso isolate, oltre che intervenire su quegli edifici pubblici che hanno bisogno di essere risistemati, come molte scuole o gli ospedali.
Con il recente via libera al Recovery fund, tutto questo è diventato effettivamente realizzabile, in quanto inseribile nel piano di riforme che è necessario per accedere al fondo.
Fare questo significa progettare uno sviluppo davvero sostenibile, capace di favorire la produzione di energia da fonti più pulite e con meno sprechi, con il conseguente sviluppo di aziende che operano nel settore, ma significa anche e soprattutto non lasciare indietro chi già si trova in difficoltà.

Pensare ad una sostenibilità a tutto tondo, insomma, non fa bene solo al pianeta ma favorisce le nostre comunità, rendendole più eque, ed una politica che fa di questo uno dei suoi cardini potrebbe iniziare a colmare la distanza che si è creata con quei cittadini che la percepiscono lontana dalla loro quotidianità e dai loro problemi.

Emanuela Vici
19 Ago 2020

I due giardinieri, l’austero e l’universale

L’austero

Il giardiniere austero mette al primo posto il risparmio e l’ottimizzazione.
In particolare, è molto attento a non sprecare l’acqua. Le piante dovranno per la maggior parte accontentarsi dell’acqua piovana e dell’umidità notturna.
Naturalmente, il giardiniere non vuole che le piante muoiano, così passa molto tempo ad esaminarle una per una, per individuare quelle in sofferenza.
Quando ne trova una, la contrassegna come bisognosa, e aggiunge un po’ d’acqua. Ma a volte succede che non si accorga di una pianta sofferente, oppure se ne accorga troppo tardi, quando ormai si è ammalata.
Inoltre, se per qualsiasi motivo il giardinere si deve assentare per qualche giorno, per una pianta già in difficoltà questo potrebbe essere un ritardo fatale.
Alla fine dell’anno, ha speso solo 10 euro di acqua, ma ha perso il 10% delle piante.
Inoltre, alcune piante, pur non visibilmente sofferenti, hanno prodotto meno per insufficienza d’acqua.
Nel complesso perde il 30% del raccolto che avrebbe potuto ottenere se le piante fossero rimaste tutte sane.
Questo significa un mancato guadagno sul raccolto di 100 euro, più 20 euro per ricomprare le piante perse.
In totale, tra spese e mancati guadagni, dovrà mettere in conto 130 euro e tantissimo tempo per controllare tutte le piante.

L’universale

Il giardiniere universale installa un sistema di irrigazione automatico, che fornisce a ciascuna pianta una quantità modesta ma sufficiente di acqua, tutti i giorni.
Nessuna pianta può restare a secco, perché il sistema è semplice, automatico, facile da controllare.
Il giardiniere può anche assentarsi per qualche giorno, e le sue piante saranno al sicuro.
Può capitare che una pianta abbia bisogno di un po’ più di acqua delle altre. Ci possono essere tanti motivi: magari si trova in un punto più soleggiato, oppure in un terreno che trattiene meno acqua.
Il giardiniere risolve questi problemi in maniera strutturale, aumentando il flusso di acqua per quella piantina.
Quindi il sistema resta in gran parte automatico, e il giardiniere ha molto tempo libero che usa per studiare meglio le piante e per altre attività, compreso l’ozio.
Alla fine dell’anno, ha speso 50 euro di acqua. Non ha perso nessuna pianta.
Il raccolto è stato completo, e non ha dovuto spendere soldi per ricomprare le piantine morte.
In totale, ha speso solo 50 euro per l’impianto automatico, che userà anche l’anno prossimo e 50 euro di acqua, e ha avuto tanto tempo libero per sé e per le persone a lui care.

Questa è automazione. Questa è universalità. Questa è produttività. Questo è benessere. Questo è progresso.

Massimo Modica
12 Ago 2020

Pianificazione Economica: riprendiamo in mano la situazione.

Dopo la fine della Prima Repubblica, non fu facile riprendere il controllo dell’economia. Una delle brutture di Mani Pulite era che, con la fine dei grandi partiti storici del centrosinistra (PRI, PSI, PSDI, Sinistra Democristiana), la Repubblica giungeva a un brevissimo periodo buio, in cui i governi (Amato, Ciampi), furono costretti a scelte drastiche, pur di salvare i conti pubblici (ricordiamo il famoso prelievo forzoso del 6×1000 dai conti privati, oppure la drastica manovra di 93.000 miliardi di vecchie lire.
Ciò che, però, nessuno ha il coraggio di ripetere, è che la Repubblica già da tempo stava affrontando un periodo buio, economicamente. Durante il Governo Craxi, il Rapporto Deficit-Pil schizzò dal 69% al 92%. E, perlomeno secondo il mio modestissimo parere, sarebbe anche giusto dire che l’allora Ministero del Bilancio e della Pianificazione Economica rimaneva immobile, di fronte all’inevitabile crisi economica che si prospettava di lì a poco. L’ultima volta che quel ministero era stato calcato da qualcuno che veramente ci aveva creduto, era nel 79, con Ugo La Malfa.

I. LA MALFA E LA NOTA AGGIUNTIVA

Fino al 1967, il Ministero del Bilancio (così si chiamava), collaborava attivamente con il Ministero del Tesoro, vista la situazione costituzionale. I suoi poteri erano attivi anche in materia di programmazione economica. Costui presentava al CNEL e al Consiglio dei Ministri il programma della pianificazione, che doveva essere approvato prima da tutti e due gli organismi, per poi essere passato al Parlamento, dove doveva essere votato il disegno di legge approvativo.
Di personalità note che hanno calcato la poltrona di MBPE ce ne sono tante: Antonio Giolitti, Ugo La Malfa, Paolo Emilio Traviani, Paolo Cirino Pomicino, finanche Andreotti. Eppure, nonostante questo affollarsi verso il Ministero, forse l’unico ad essersene interessato è, perlappunto, La Malfa.
Nella ormai famosa “Nota Aggiuntiva”, l’allora Ministro del Bilancio parla alle camere, denunciando una pianificazione fallimentare nelle precedenti amministrazioni, e battendosi per la politica dei redditi e per la corretta riforma dell’amministrazione pubblica. Il Ministro riesce ad individuare formidabilmente il problema principale del Sistema-Italia, cioè l’inerzia del comparto statale, in relazione a una costante crescita dei consumi e dell’economia. La Malfa aveva previsto che, in un certo momento, la situazione economica ci sarebbe sfuggita di mano.

II. PIANIFICARE OGGI

La Malfa, da buon keynesiano, credeva fermamente nel libero mercato, ed era pronto a regolarlo, al fine di renderlo più umano.
Da una parte, non possiamo che dirci contenti di questo: se il nostro obiettivo principale è ancora un’economia umana, sappiamo che strada prendere.
Dall’altra parte, sappiamo benissimo che non basta solo questo: è necessario che lo Stato acceleri, al fine di raggiungere facilmente, di nuovo, la stabilità economica.
Dunque, dobbiamo necessariamente ricominciare a farci una cultura economica, specialmente ora che, al governo, abbiamo un centrosinistra diviso, ma unito su certi fronti.
Joan Robinson, Piero Sraffa, e i grandi governi socialdemocratici, come quello di Olov Palme, devono essere la nostra luce nel tunnel dell’indecisione, al fine di aiutarci, ancora una volta, a risolvere il problema economico. Stavolta per sempre.

Ernesto De Ambris
11 Ago 2020

La settimana di quattro giorni come strumento d’uguaglianza

Proprio in queste ore nel governo si sta discutendo sulle norme utili a un rilancio dei consumi e quindi della domanda. Tuttavia, i bonus temporanei non affrontano i nodi di una crisi che, ricordiamolo, era strutturale e precedente all’emergenza Covid-19.

Per costruire un’economia più forte, sana e giusta non saranno sufficienti neppure i miliardi del Recovery Fund. Agli indispensabili investimenti è necessario affiancare una politica per un rilancio dei salari e della domanda interna. Pochi giorni fa, proprio in questo spazio, il prof. Franzini ha messo in luce il legame tra alti livelli di diseguaglianza e bassa produttività, e questo è il nodo centrale da cui partire.
Una misura necessaria per affrontarlo è la riduzione dell’orario di lavoro che deve avvenire a parità di salario, con l’obiettivo di arrivare alla settimana di 4 giorni. Si ridurrebbe la diseguaglianza, perché si trasferirebbero verso il lavoro importanti quote di reddito che oggi vanno a remunerare sproporzionatamente il capitale e i patrimoni. Verrebbe stimolata la produttività perché le imprese sarebbero spinte a investire in tecnologia (1) infatti, come sosteneva Paolo Sylos Labini, quando non ti è possibile sfruttare oltre il lavoro, allora i neuroni cominciano a funzionare.

L’elenco dei benefici non si esaurisce certo qui. Il numero degli occupati aumenterebbe, come suggerisce l’evidenza empirica (2). L’ambiente ne avrebbe un beneficio perché più tempo libero comporterebbe la possibilità di soddisfare i nostri bisogni in maniera più dolce, diminuendo l’impatto ambientale dei nostri consumi (3). Si aprirebbe la possibilità di raggiungere una vera parità di genere: orari ridotti permetterebbero un ribilanciamento del tradizionale squilibrio che lascia sulle donne la gran parte del peso della cura della casa e dei figli, penalizzandole ingiustamente sul lavoro (4). Infine la nostra salute, oggi più che mai sopra ogni cosa, ne gioverebbe perché orari prolungati ci rendono fisicamente e psicologicamente più fragili (5).

Tutto ciò rende evidente che la settimana di 4 giorni a parità di salario contiene in sé la capacità di trasformare l’intera società, non solamente la nostra economia. Liberare tempo dal lavoro significa guadagnare tempo di libertà, dischiude la possibilità di sottrarci alla logica che ci vuole sempre impegnati a produrre o consumare.

Proprio questa trasversalità dei benefici implica un potenziale inespresso nel campo della costruzione del consenso. Attorno al discorso sul tempo è possibile aggregare una maggioranza molto ampia. È una misura che risponde a chi chiede più tempo per le relazioni umane e la famiglia, a chi si batte per una società che sfrutti meno intensamente l’ambiente, a chi è prostrato da un lavoro che odia, a chi trova assurdo dover scegliere tra lavoro e figli.

Naturalmente non è un tema nuovo. Il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro è come un torrente carsico che scorre sotto di noi: periodicamente riemerge, viene messo in luce questo o quel beneficio, ma poi si inabissa nuovamente. Eppure già oggi esiste un’ampia maggioranza potenzialmente favorevole, come per esempio in Gran Bretagna, dove il 63% della popolazione è a favore della settimana di 4 giorni (6).

Ma come sempre, per dirla con Nenni, le idee camminano con le gambe degli uomini e oggi ciò che manca è proprio qualcuno che abbia il coraggio e la lungimiranza di spendere il proprio capitale politico a sostegno di un’idea che forse può apparire utopica ma che è in realtà molto più solida e concreta di quanto potremmo esser portati a credere.

NOTE:
1-https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/riduzione-dellorario-di-lavoro-come-politica-industriale/
2-https://academic.oup.com/cje/article-abstract/25/2/209/1729807
3-https://www.peri.umass.edu/publication/item/503-reducing-growth-to-achieve-environmental-sustainability-the-role-of-work-hours-thomas-weisskopf-festschrift-conference-paper
4-https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S027795361730031X
5-https://www.jstage.jst.go.jp/article/jhe1972/30/1-2/30_1-2_197/_pdf/-char/en
6-https://autonomy.work/portfolio/4dayweekpolling/

Giorgio Maran
7 Ago 2020

Un piano nazionale straordinario per l’occupazione

Creare lavoro, contrastare la disoccupazione di massa, sarà, insieme con l’emergenza sanitaria che ci auguriamo possa prima o poi essere superata definitivamente, la vera urgenza per il nostro paese.
Il calo delle ore lavorate secondo l’Ocse in Italia, nei primi tre mesi della crisi, è stato del 28%, mentre le domande per la Naspi sono aumentate del 40% rispetto allo stesso periodo del 2019. Quando prima o poi avremo la fine del blocco dei licenziamenti, il problema esploderà in tutte le sue dimensioni. I primi a pagarne le conseguenze saranno giovani e donne, ma riguarderà anche le fasce più adulte del mercato del lavoro. Sempre secondo l’Ocse entro fine 2020 avremo livelli record di disoccupazione nelle economie occidentali raggiungendo il tasso del 9,4% ed in Italia raggiungeremo il 12,4%, cancellando quattro anni di miglioramenti. Entro la fine del 2021, nella migliore delle ipotesi, senza nuove ondate di epidemia, scenderà all’11%. Eppure, il dibattito sulle soluzione possibili per creare occupazione segna il passo, e ciò a mio avviso può essere spiegato in due modi. Si ritiene che non ci sia niente da fare oppure troppo ottimisticamente si ritiene che, superata la crisi sanitaria, l’economia tornerà a crescere come prima e con essa l’occupazione. In entrami i casi, c’è un errore di analisi. Non sappiamo esattamente quanti anni ci serviranno per uscire dalla pandemia a livello globale e quanto tempo occorrerà all’economia mondiale per assorbire lo shock. L’economia, almeno quella europea ed italiana, prima del covid19 non cresceva affatto, anzi eravamo in piena fase di stagnazione deflattiva: infatti, non siamo solo dentro la peggiore crisi economica mondiale dal dopoguerra, ma essa si cumula alla seconda crisi più grave dal dopoguerra, senza che ne fossimo usciti.
Perché serve un piano pubblico

Non è, altresì, vero che la politica non può fare nulla. È anzi verosimile ritenere che di fronte ad una depressione economica globale, causato da una contrazione drammatica della domanda, solo un robusto intervento pubblico, sul modello del New Deal rooseveltiano, può determinare nel breve periodo, e non nel lungo quando per dirla con Keynes “saremo tutti morti”, una ripresa dei livelli occupazionali. Si tratta di impedire l’esplosione di una “bomba” sociale, che ridarebbe fiato alle destre populiste, e soprattutto sarebbe pericolosa per la tenuta delle democrazie.

Tra l’”assistenzialismo” dei bonus e del Rdc e l’idea velleitaria di affidarsi alle magnifiche e progressive sorti del mercato, esiste una via inesplorata e che è invece la sola che realisticamente si può percorrere in queste condizioni. Sia la mano pubblica a creare lavoro, sia sostenendo le imprese e sia direttamente, attraverso l’intervento dello Stato e delle istituzioni pubbliche. L’altra strada, quella di incentivare fiscalmente le imprese in modo generalizzato, sarebbe inadeguata, perché è evidente che non basta incentivare l’offerta quando hai invece il problema della mancanza di domanda. Altro sarebbe invece puntare ad incentivi fiscali mirati, rivolti alle imprese che investono ed innovano, ma dentro un programma più ampio di investimenti pubblici a sostegno dell’occupazione e della domanda. Sconsiglierei invece di seguire la vecchia via ripetutamente battuta degli sgravi contributivi finalizzati alle assunzioni, magari concentrati nel sud, che non hanno mai fatto crescere più di tanto i tassi di occupazione. Ricordiamo che il governo Renzi nel 2015-2018 varò un programma robusto di sgravi, pari a circa 18 miliardi nel triennio, al termine del quale l’aumento del tasso di occupazione, piuttosto modesto, fu in gran parte dovuto alla crescita dei contratti precari, poiché le imprese alla fine del programma di sgravi licenziarono quasi la metà dei nuovi assunti e tornarono ad utilizzare i contratti a termine.
Servirebbe invece riscoprire e attualizzare, nel contesto odierno dell’economia ai tempi del covid, l’intuizione di Luciano Gallino di un piano nazionale straordinario per l’occupazione* finalizzato alla green economy, idea rimasta purtroppo fino ad oggi inascoltata, se non dalla Cgil che provò, a sua volta inascoltata, a fare sua quella ispirazione elaborando una sua proposta di piano, finalizzata all’occupazione di giovani e donne, durante il governo Renzi.**

La proposta
Provo qui a indicare alcune linee generali di un piano di questo tipo (prendendo a riferimento le proposte prima citate).
1- Il piano nazionale straordinario per l’occupazione dovrebbe andare di pari passo ad un programma poderoso di investimenti pubblici e di politica industriale, quale quello che il Pd ha già avanzato, finanziato ovviamente dal Recovery Plan.

2- Il piano dovrebbe ovviamente consistere anche in un vasto programma di formazione professionale continua e permanente (quindi lo potremmo ribattezzare piano nazionale straordinario per l’occupazione e la formazione), per formare milioni di giovani e per riqualificare lavoratori adulti espulsi dal ciclo produttivo.

3- Il piano dovrebbe comprendere anche una svolta decisiva nelle politiche attive del lavoro, con un programma vasto di assunzioni a tempo indeterminato di personale formato che ci porti ai livelli degli altri grandi paesi europei (in cui abbiamo un orientatore ogni 40 disoccupati, in Italia uno ogni 400!). Portare i nostri servizi per l’impiego, anche nel sud, ai livelli europei sarebbe molto più efficace per contrastare la disoccupazione giovanile di qualsivoglia programma di sgravi contributivi per le assunzioni.

4- Del piano farebbe parte anche un programma di assunzioni di giovani nella pubblica amministrazione, potenziando quello che il governo sta già mettendo in cantiere, finalizzato alla sua modernizzazione, fino a 100 mila nuove assunzioni nel triennio, di cui almeno il 50% giovani e donne.

5- Assunzione di almeno 20 mila ricercatori con contratti a tempo indeterminato, di cui almeno il 50% giovani e donne, nei settori delle energie rinnovabili e dell’economia circolare.

6- Assunzione di almeno 300 mila persone con contratti straordinari di 3 anni + 3 (che danno diritto a crediti formativi e titoli per concorsi pubblici successivi) nei settori della prevenzione antisismica, manutenzione del territorio e bonifiche, cura delle coste e delle spiagge, cura sociale, formazione, rigenerazione urbana.

7- Assunzione con contratti triennali (che danno diritto a crediti formativi e titoli per concorsi pubblici successivi) di 100 mila persone nei settori dei beni culturali ed archeologici, economia digitale, insegnamento della lingua italiana ai migranti.

8- 60 mila occupati in nuove cooperative, composte per almeno il 50% da giovani, donne e disoccupati di lungo periodo, con sostegni a fondo perduto, facilitazioni amministrative e di accesso al credito, nei settori dell’agricoltura biologica, agriturismo, produzione culturale, tutela del territorio e della forestazione, assistenza familiare.
9- 20 mila occupati in nuove imprese giovanili con facilitazioni amministrative e di accesso al credito, sostegni a fondo perduto, nei settori del risparmio ed efficienza energetici, innovazione tecnologica, housing sociale.
10- Le risorse di questo piano dovrebbero essere destinate in quota maggioritaria al mezzogiorno e alle aree interne, stabilendo come criterio di ripartizione i livelli di disoccupazione giovanile, femminile e strutturale.
11- Il piano dovrebbe essere coordinato e monitorato da un’Agenzia nazionale e realizzato dalle regioni e dagli enti territoriali, con la costituzione di cabine di regia con il coinvolgimento delle parti sociali.

Il quadro economico della proposta

Il piano, con un impegno di spesa pubblica nel triennio di circa 30 miliardi di euro per 520 mila posti di lavoro nel pubblico e 80 mila nel privato, potrebbe generare un crescita complessiva di circa 1,4 milioni di occupati in più, compresi quelli che si generebbero indirettamente, determinare un tasso di disoccupazione più che dimezzato al 5%, ed una crescita del Pil cumula di circa 5,7 punti di Pil reale, nonché una riduzione del debito pubblico, sia per la nuova crescita nominale del Pil e sia per le entrate tributarie aggiuntive, nonché un aumento sensibile dei redditi famigliari e una riduzione delle diseguaglianze sociali e territoriali.

Come finanziare il piano? Ovviamente con il Recovery Plan e i fondi della nuova programmazione europea, per una quota importante; con i risparmi che si potrebbero ottenere sul Rdc e sulla cassa integrazione; con la revisione degli sgravi contributivi e fiscali alle imprese; nonché con un contributo da parte delle grandi ricchezze a cui forse non è eresia chiedere in un simile contesto di farsi carico della solidarietà generale verso il paese. Altre risorse potrebbero venire dal coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti, Fondazioni, sistema bilaterale (enti bilaterali, scuole edili, ecc.).

Nell’attuazione del Piano dovrebbe esserci inoltre un coinvolgimento oltre che dei sindacati e delle associazioni di imprese, del terzo settore, delle associazioni culturali e ambientaliste, delle associazioni professionali, del mondo della ricerca e dell’università.

Naturalmente, possono esserci altre proposte diverse da questa, più efficaci, ma credo sia difficile immaginare in un contesto di depressione economica mondiale, dovuta ad uno shock della domanda, soluzioni che non prevedano un ruolo diretto dell’intervento pubblico.

Ciò che è certo è che creare lavoro e avanzare una politica incisiva per l’occupazione di giovani, donne e disoccupati di lunga durata non può che essere la priorità per il governo, ed il Pd ha il dovere di promuovere su questo una sua proposta.

Andrea Catena è resp. Centro studi per la Rinascita del Pd Abruzzo /Resp. Nazionale aree montane del Pd

*Un’agenzia per l’occupazione, obiettivo un milione di posti pubblici”, L.Gallino, Il Manifesto 29/04/2012
**https://www.rassegna.it/articoli/tutti-al-lavoro-la-proposta-della-cgil

Andrea Catena
5 Ago 2020

L’Europa e l’Italia alla prova del Recovery Fund

Se è vero che le idee camminano sulle gambe degli uomini, l’idea di un’Europa più solidale e inclusiva ha camminato con passo deciso nei corridoi di Rue della Loi a Bruxelles, sotto lo sguardo colorato del soffitto di Palazzo Europa.
All’alba del 21 luglio scorso, dopo quattro giorni di trattative serrate in seno al Consiglio Europeo, i leader dell’Unione hanno siglato un accordo storico, sottoscrivendo il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale per il periodo 2021 – 2027 (€1074 miliardi) e approvando l’inedito ‘Next Generation EU’ (€750 miliardi, di cui €390 miliardi di sovvenzioni e €360miliardi di prestiti), fondo destinato alla ripresa dell’economia europea dopo il lockdown delle attività produttive causato dalla pandemia (Conclusioni del Consiglio europeo, 17-21 luglio 2020).

Il Recovery Fund: uno storico passo avanti nell’integrazione europea
Il valore politico e simbolico dell’approvazione del Recovery Fund è stato immediatamente riconosciuto da molti commentatori, e salutato dal Commissario Europeo per gli Affari Economici Paolo Gentiloni come “la più importante decisione economica dall’introduzione dell’euro”. Sebbene la proposta di introduzione di ‘Coronabond’ depositata sul tavolo dei negoziati dall’esecutivo italiano sia stata formalmente accantonata nel corso delle trattative, per la prima volta nella sua storia la Commissione Europea viene autorizzata ad emettere debito comune per finanziare il fondo per la ripresa, in nome e per conto dell’Unione Europea. Nonostante non si tratti di una piena mutualizzazione dei debiti sovrani degli Stati Membri, l’accordo mette sulle spalle dei governi UE la responsabilità politica di una risposta comune alla difficoltà finanziarie seguite al lockdown delle attività produttive, segnando un punto di svolta non solo nel percorso di integrazione europea, ma anche nell’approccio degli esecutivi e delle istituzioni UE alla gestione delle crisi economiche.

‘Tutto ciò che è necessario’ per uscire dalla crisi
Il contrasto deciso fra l’atteggiamento dei leader europei nella crisi 2008 – 2012 e quello tenuto nella crisi attuale è evidente nei fatti e nelle politiche adottate, ed emerge chiaramente se solo si considerano gli attori istituzionali protagonisti della svolta odierna nel confronto con quelli della Grande Recessione. Se nella crisi dei debiti sovrani del 2012 la Banca Centrale Europea si ergeva, quasi in solitudine, a difensore della stabilità dell’Eurozona e della tenuta economica dell’UE, la presente crisi ha impegnato tutte le istituzioni europee nel tessere un complesso disegno di politiche pubbliche convergenti, volte a liberare le capacità finanziarie degli Stati Membri, e creative nel costruire strumenti comuni innovativi per far fronte allo shock simmetrico conseguente l’interruzione delle attività produttive.
Nella prima fase della pandemia, l’Unione ha fatto ricorso alle clausole di salvaguardia contenute nella disciplina della sorveglianza macroeconomica e della concorrenza, sospendendo il Patto di Stabilità e definendo un quadro normativo specifico e flessibile per la disciplina degli aiuti di Stato. Ha varato inoltre uno pacchetto decisivo di misure a sostegno delle imprese e dei lavoratori europei, mobilitando €200 miliardi a sostegno delle PMI tramite finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti, e dando vita con SURE ad una cassa integrazione europea dal valore di €100 miliardi, realizzando quel progetto di ‘community unemployment benefit scheme’ da attivare a sostegno dei lavoratori europei in situazioni di crisi economica, immaginato per la prima volta nel 1975 dal ‘Marjolin Report’ (Report of the study group, “Economic and monetary union 1980”). Decisiva, ancora una volta, è stata la BCE nell’approvare una serie di politiche, e tra queste il neoistituito Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (‘Pandemic Emergency Purchase Programme’, PEPP) del valore complessivo di €1.350 miliardi, finalizzato a ridurre i costi di finanziamento del debito e a sostenere cittadini, imprese e amministrazioni pubbliche nell’accesso ai fondi necessari per affrontare la crisi. Nonostante l’ampiezza e l’indubbia rilevanza del portafoglio di misure varate dalle Istituzioni europee, l’approvazione del Recovery Fund ha rappresentato il grande passo in avanti atteso nell’integrazione europea, ancora più indispensabile in un momento in cui in tutto il mondo l’azione delle banche centrali appare incapace di assicurare da sola effetti risolutivi della crisi. In tal senso, e a distanza di alcuni mesi, le (sfortunate) parole della Presidente Christine Lagarde nella conferenza del 12 marzo scorso (“We are not here to close spreads”) risuonano oggi come un chiaro monito ai governi europei a non scaricare interamente sulla BCE gli sforzi per agevolare l’uscita dalla recessione, spingendoli ad assumersi una responsabilità storica che questa volta doveva e non poteva non essere nelle mani della politica.

Mai più austerity. Una politica economica espansiva per l’Unione Europea e l’Italia
Il massiccio piano di interventi pubblici varato dalle Istituzioni UE e dagli Stati membri registra ed è la conseguenza di una netta inversione di tendenza rispetto all’approccio di austerità espansiva adottato nella crisi dei debiti sovrani, e ha ancora una volta un padre ideale nel Presidente Mario Draghi. Se nel luglio 2012 l’allora Presidente della BCE assumeva a nome dell’istituzione che guidava la responsabilità di “fare tutto ciò che è necessario per salvare l’Euro” (che per nostra fortuna, fu davvero “sufficiente”), spingendo coraggiosamente il suo mandato ai limiti dei confini delineati dai Trattati, il 25 marzo scorso lo stesso Draghi ricordava dalle colonne del Financial Times che “il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro shock di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire” (Mario Draghi, Financial Times, Opinion, 25 marzo 2020). Una raccomandazione di politica economica dal valore programmatico, fatta propria dai governi europei nelle azioni a sostegno della ripresa a livello nazionale, e capace di orientare i leader dell’Unione nel coordinare una risposta pubblica di dimensione europea.

In questo quadro, l’Italia si appresta a varare l’ulteriore scostamento di bilancio proposto dal Consiglio dei Ministri nella riunione dello scorso 22 luglio, per un valore di 25 miliardi di euro, al fine di rafforzare il sostegno economico stanziato per le imprese e prorogare la cassa integrazione (Comunicato Stampa del Consiglio dei Ministri, n. 57, 23 luglio 2020). L’imponente ricorso all’indebitamento del nostro Paese appare necessario per attutire i danni al comparto produttivo causati dal lockdown e garantire un sostegno prolungato ai redditi dei lavoratori più colpiti. Tuttavia, le stime di Banca d’Italia sulla manovra in approvazione, che fa seguito agli ingenti interventi degli scorsi mesi, prefigurano scenari complessi per l’economia italiana, con una caduta del 9,5% del PIL per il 2020, e con un livello di deficit delle Amministrazioni e di debito pubblico capaci di raggiungere rispettivamente l’11,9% e il 157,6% del PIL (Audizione parlamentare del Capo del Servizio Struttura economica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, 28 luglio 2020). Al massiccio sforzo economico profuso dal governo dovrà pertanto corrispondere un altrettanto decisivo impegno del sistema-Italia a spendere con efficienza ed efficacia le risorse messe a disposizione dall’Europa (€209 miliardi dal solo ‘Next Generation EU’) e dal mercato, per il bene delle famiglie, delle imprese e dei lavoratori. I cittadini italiani, e in particolare i giovani, sui quali graverà nei prossimi anni il peso del debito assunto per fronteggiare la crisi, dovranno assumersi con consapevolezza la responsabilità della ripresa economica, che sarà frutto non della unilaterale azione dell’esecutivo, ma della reazione collettiva di un intero Paese. “Il fiore della speranza è tornato al centro del giardino europeo”, e spetta adesso agli italiani trasformare quella speranza in crescita e benessere per le generazioni presenti e future.

Andrea Vignini
28 Lug 2020

La comunicazione politica del centrosinistra

Molti, quasi come in una cantilena, sostengono, ripetendolo in continuazione, che la sinistra abbia tradito le sue origini e che gli unici che abbiano veramente qualcosa da proporre siano nella sinistra extraparlamentare.

Consideriamo innanzitutto che, quelli che dovrebbero essere l’avanguardia vicina al popolo, in realtà stanno fuori dal mondo: parlano un linguaggio vetusto, arcaico, astruso, ultratecnicistico (specie in economia) e fanno un’analisi che alla fine non parla delle cose concrete.

Certo, presentano molte proposte choc per l’economia e la società, purtroppo inattualizzabili sul breve termine: pur concordando con queste forze sulla disumanità raggiunta del capitalismo, non è fattibile cambiare il sistema economico dalla sera alla mattina, ma bisogna dare dei correttivi per fare i miglioramenti necessari ad una transizione graduale verso un sistema economico più umanizzante. In tutto questo sembra che le forze di centro-sinistra parlamentari non siano capaci di comunicare con-vincentemente le loro proposte e anche i risultati ottenuti, offuscati dunque da questa cattiva capacità comunicativa.

Contraltare di questa tensione ad intra è l’attuale destra capace di creare mirabolanti e coinvolgenti narrazioni, quasi delle epopee con cui catturare l’elettorato. Per tale motivo spesso, anche da sinistra, la sinistra parlamentare è accusata di mancare della capacità di regalare un sogno ad un popolo tanto disilluso da farsi illudere spesso dal narratore di turno.

Ecco, nei dibattiti attuali di qualsiasi genere non c’è più la presentazione di un problema, un’argomentazione, una soluzione o un tentativo di soluzione: al contrario c’è tutta una narrazione che banalizza i problemi, creando slogan, frasi fatte e spesso anche fake news. Io preferisco cercare di spiegare le cose per bene, di essere onesto con me stesso e con gli altri, di portare le persone con un minimo di razionalità a capire quali sono i problemi e le soluzioni possibili al di là delle facilonerie di certi venditori di fumo.

Certo, bisogna semplificare il linguaggio bisogna essere più chiari, più veloci: non si possono scrivere post lunghissimi che, seppure ineccepibili a livello di contenuto, dopo poche righe fanno stancare il lettore digitale; però è anche vero che non si può permettere che la sinistra si livelli sulla destra, abbassandosi ad una narrazione banalizzante oppure riproporre schemi non più al passo coi tempi odierni.

Bisogna cambiare, essere più efficaci e più comunicativi, in questo senso più chiari, senza fare discorsi prolissi e barocchi, però non si può portare la sinistra che ha certi valori, quale sia la declinazione (comunista, cattolica, socialista, socialdemocratica eccetera), a scimmiottare la destra o l’estrema sinistra con facilonerie da bar o da circolo intellettuale elitarissimo.

Altrimenti si finirebbe per tradire quegli stessi valori di cui la sinistra extraparlamentare si lamenta che le forze di centro-sinistra abbiano perso ma che, se avvenisse veramente questo tipo di cambiamento a livello comunicativo-espositivo, a livello di proposta di propaganda, direbbero poi che hanno tradito la razionalità, cedendo a questa becera propaganda per slogan che vanno alla pancia, all’irrazionalità delle persone. Ecco, l’irrazionalità no, però sul sentimento sì, su quello bisogna lavorare: far passare la comunicazione dunque attraverso il livello dei sentimenti, dei buoni sentimenti, dei buoni valori, per far sì che il contenuto trasmesso inizi ad agire, piano piano all’inizio e poi sempre di più, anche sull’intelletto.

Dario Domenicali
28 Lug 2020

La storia de l’Unità merita di più

Citando Salvemini, che ritornò ad insegnare all’Università di Firenze dopo 24 anni dall’ultima volta in Italia dopo la dittatura fascista: “Come stavamo dicendo l’ultima volta…”, vorrei riprendere anche io a scrivere sulla testata che racchiude i pensieri dei militanti e dei dirigenti del mio partito. “Immagina”, però non è esclusiva, perché ha certamente il compito rimettere in moto intellettualmente il partito, ma anche e forse soprattutto serve a coinvolgere sensibilità apartitiche, ma certamente non apolitiche. Credere che la Sinistra si possa rinchiudere in un contenitore chiuso è un errore che abbiamo commesso per anni e appunto le sfiducia verso i partiti non si è evoluta in perdita di partecipazione nelle associazioni che promuovono solidarietà e che si concentrano su temi specifici, ma comunque del nostro campo: diritti sociali, civili, ambientalismo e femminismo.

L’ultima volta che scrissi su una piattaforma simile avevo 17 anni ed era il 2015, il giornale era l’Unità online. Vi era stato un litigio epistolare tra Cuperlo e l’allora direttore Staino. Vedendo la frenesia politica del mondo di oggi stiamo parlando di tre o quattro vite fa, ma storicamente è l’altro ieri. L’epilogo del giornale “Fondato da Antonio Gramsci nel 1924” la sappiamo tutti ed è una ferita aperta che stiamo pagando ancora oggi: politicamente abbiamo perso un simbolo, un meraviglioso simbolo che ci legava alle nostre radici; intellettualmente, invece, c’è stata una diaspora di giornalisti, intellettuali e soprattutto di lettori di Sinistra.

Non sono uno storico dell’editoria, ma sicuramente in questo 2020 anche nel mondo del giornalismo abbiamo avuto una disgrazia: la concentrazione dei giornali più importanti in mano di pochi imprenditori, che oltre a controllare la linea editoriale, presentano palesi conflitti di interessi, fanno azioni di lobbying e pubblicando a ruota contenuti di bassa qualità e sensazionalistici per attirare clienti indignati. Non faccio nomi di giornali per rispetto dei dipendenti, i quali, però, appena vi è stato il cambio di gestione hanno voluto esprimere il loro disappunto. Credo a chi mi riferisca sia abbastanza palese.

In questi anni, però, le attenzioni dei lettori più appassionati non si sono lasciate scemare accettando un compromesso a ribasso, ma si sono rivolti ad altro, perché per fortuna sono esplose teste online e riviste completamente nuove o altri giornali storici hanno assunto una linea innovativa, penso a: la rivista Pandora, a Left, a Jacobin Italia, a l’Espresso o anche quotidiani da il Manifesto ad Avvenire.
Come succede sempre: i vuoti lasciati da qualcuno vengono riempiti da altri, ma essendo noi di Sinistra quello che prima faceva l’Unità, ora lo fanno in sette o otto.

Il problema è legato a tutti gli altri lettori che non hanno tempo di fare una rassegna stampa per leggere più opinioni differenti per farsi un’idea completa dei temi, figuriamoci dedicare a un magazine di politica un weekend intero. Credo, quindi, che occorra rimettere al centro della discussione di questo paese l’importanza di un giornalismo libero da padroni e di un ordine dei giornalisti che sia efficiente e intervenga quando vi sono concentrazioni pericolose oppure quando un giornale supera il limite della decenza (e diciamocelo: molte volte sono dichiaratamente di Destra e giustificano razzismo, misoginia e altre forme di intolleranza con il fatto di non volersi adeguare al politially correct), ma anche federare tutti quei bravi e capaci editori indipendenti, giornalisti e giornaliste di ottima qualità, che sono sparsi nel paese.

Personalmente mi dispiaccio ogni anno quando esce l’edizione straordinaria de l’Unità per non far decadere la testa. Molte volte le firme dei direttori di questi speciali sono proprio di quei soggetti che infangano il nome della categoria dei giornalisti. Non farò un riassunto della vicenda giudiziaria, ma pongo qui una proposta che spero che i dirigenti della Sinistra (anche largamente detta) possano recepire e capire: credo che per l’esperienza ci abbia dimostrato che un giornale così storicamente e ideologicamente importante come l’Unità serva per la Sinistra, ma anche per il Paese, che la domanda di un giornale del genere esista, ma è sopita e/o troppo atomizzata e soprattutto che la rifondazione di questa testata debba segnare il definitivo divorzio con il partito, perché quest’ultimo può avere evoluzioni inaspettate, scindersi o addirittura sparire, perché, soprattutto in Italia, i partiti sono ciclici.
Sarebbe bene che la Storia de l’Unità non si fermi quando vi è una battuta d’arresto del partito. Non se lo merita. Dovrebbe essere il faro nel momento di smarrimento e non l’agnello sacrificale. Tra 4 anni sarà il centenario della fondazione e non mi voglio immaginare che il cambio rotta che abbiamo intrapreso non passi anche da qui.
Anche lo stesso Gramsci nella lettera che scrisse per l’esecutivo del PCd’I del 12 settembre 1923 scrisse:
“Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo <> puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale.”

Per quanto riguarda la parte più concreta della ricostituzione, per me sarebbe bene che la struttura societaria fosse una cooperativa giornalistica con azionariato popolare, che è tipico delle società sportive, ma in tal caso i lettori sarebbero soci e investitori.
Sono sicuro che c’è un popolo disposto sostenere questa idea e professionisti che sarebbero orgogliosi di contribuire. Come spesso accade: la parte più difficile è iniziare, il resto è tutto in discesa.

Hic Rhodus, hic salta.

Filippo Simeone
15 Lug 2020

Il PCI di Berlinguer e la Lega di Salvini: due mondi distanti anni luce

Uno dei più celebri aforismi attribuiti al genio di Albert Einstein recita: “due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, ma riguardo all’universo ho ancora dei dubbi”. Tra le numerose cose stupide dette da Salvini da quando ha deciso di fare il politico di professione, quella recente su Berlinguer è assolutamente inaccettabile oltre che pericolosa.

Da qualche giorno circola l’indiscrezione che la Lega dovrebbe aprire una propria sede nel cuore della Capitale in Via delle Botteghe Oscure 54 di fronte a quella che è stata per 50 anni la storica sede del Partito Comunista Italiano. Poco male, si dirà. In fondo, a quel civico sono già presenti gli uffici della UGL, sindacato di destra, e lo staff social di Salvini guidato da Luca Morisi.

Ciò che rende, però, l’intera vicenda inaccettabile è quando Salvini dichiara “i valori di una certa sinistra che fu, quella di Berlinguer, i valori del lavoro, degli artigiani, sono stati raccolti dalla Lega, se il Pd chiude Botteghe Oscure e la Lega riapre io sono contento, è un bel segnale”.

Aldilà di evidenziare come il solo fatto che Berlinguer e il PCI possano essere toccati da un pensiero di Salvini o da una sua dichiarazione, rappresenti una sventura da non augurare al peggior nemico, è necessario denunciare l’inconsistenza di quelle parole.

Il PCI di Berlinguer è stato quanto di più distante possa esserci dal sovranismo in salsa leghista che abbiamo imparato a conoscere in questi anni. Un sovranismo fatto di beceri slogan, selfie mangerecci, felpe di ogni tipo, razzismo galoppante. Gli ingredienti ideali per ergersi a capo-popolo senza però che si risolvano i problemi del popolo.

Berlinguer durante i suoi anni di segreteria diede al Partito, tra gli altri, un ruolo educativo verso intere fasce sociali, soprattutto le più deboli. Il PCI di quegli anni è stato un autentico partito popolare, non populista perché abbracciava i problemi sociali non per cavalcarli, ma per trovarne una chiave di lettura e una soluzione. Non era banale e non cadeva nel macchiettismo volgare tipico di Salvini.

Tuttavia, la dichiarazione di Salvini è anche pericolosa, e su questo si dovrà riflettere, perché brandire con tanta disinvoltura una presunta eredità dei valori di una certa sinistra è la spia di un distacco che gli eredi di quella scuola politica avrebbero dovuto preservare, custodire e innovare. In condizioni normali, nessuno proveniente da altre storie politiche si sarebbe permesso anche solo di pensare di rivendicare una tradizione forte come quella del PCI e di Berlinguer.

Nel 2013 i segnali di questo fenomeno sono esplosi alle elezioni politiche quando il M5S raccolse 8,6 milioni di voti che diventarono quasi 11 milioni nel 2018 con percentuali bulgare proprio tra le fasce sociali più deboli.
In quegli anni, furono proprio i 5S a saper capitalizzare al meglio, da un punto di vista elettorale, il disagio sociale con proposte populiste, ma pur sempre dando risposte ad un malessere crescente.

Le parole di Salvini trovano una loro giustificazione propagandistica se guardiamo a questo fenomeno di scarsa rappresentanza dei ceti più deboli da parte del partito che invece dovrebbe rappresentarli.

Forse la dichiarazione farneticante del leghista potrebbe avere, però, un pregio ossia scuotere l’intero campo di centrosinistra, PD in primis, a non poter più rinviare una profonda riflessione sull’Italia e sull’Europa che vogliamo, su quali pilastri sociali dovremo poggiare il Paese nei prossimi anni, su quale progetto politico vogliamo presentare agli italiani.
Perché se non si segue questa strada, il vero incubo sarà trovare, stavolta al civico 4 di Via delle Botteghe Oscure, qualcosa di peggiore dei nuovi vicini.

Antonio Angelino, Circolo PD Donna Olimpia, Roma

Antonio Angelino
9 Lug 2020

Il Pd trovi una soluzione per l’avvilente precarietà giovanile

È da 5 anni che mio figlio lavora con contratti di somministrazione nell’industria. Ha 35 anni e prima con Renzi, poi con Di Maio e oggi con Covid non può avere la gioia di un contratto definitivo. Bisogna prevedere contributi straordinari per le imprese che assumono giovani che per anni vivono questa situazione avvilente di precarietà. I contributi a pioggia permetteranno alle imprese di assumere con contratti da schiavi in somministrazione attraverso le agenzie con buona pace ai diritti. Da iscritto al PD sono stanco di dire che solo il PD potrà risolvere il problema. Ormai non sono più credibile. Se non ricevo nessuna risposta dico io addio al PD.

Leonardo Di Monte
29 Giu 2020

Suggerimenti per il mercato dell’auto post Covid

Alla ripresa delle attività lavorative dopo la fase 2/3 ci sarà un impiego di mezzi pubblici più limitato che nel passato e, conseguentemente, un forte aumento dell’uso di auto private. Poiché il parco auto italiano è mediamente molto anziano c’è da aspettarsi un aumento dell’inquinamento atmosferico nelle grandi città e nella pianura padana.
Si deve quindi incentivare il mercato dell’auto, non solo per il motivo di cui sopra, anche perché intorno ad esso gravitano moltissimi posti di lavoro: industrie, concessionarie, officine, industrie di accessori e di componenti di moltissime tipologie.
Molti cittadini sono in difficoltà ed altri, pur avendo la possibilità, sono spaventati e tendono a non comprare e quindi a non mettere in circolo la loro disponibilità economica. Bisogna quindi aiutare i primi ed incentivare gli altri ad acquistare automobili nuove, più sicure ed ecologiche.

Suggerisco due semplici provvedimenti:
1. Azzerare l’IVA fino a tutto il 2021, ripristinarla per metà della quota attuale fino a tutto il 2023.
2. Incentivare la rottamazione di auto a benzina di età superiore a 8 anni e i diesel fino ad euro 5. L’incentivazione deve essere collegata all’acquisto di auto nuove non solo elettriche (che rappresentano ad oggi il 2% del mercato), ma anche a benzina, gas e ibride.
Bisogna cercare di far lavorare a pieno ritmo gli stabilimenti italiani (che attualmente producono tutti i tipi di auto, solo in minima parte elettriche) e conseguentemente ridurre il numero di persone in cassa integrazione.
Suggerisco tre provvedimenti da studiare con attenzione:
1. Stipulare un accordo con FCA per i prossimi rinnovi dei parchi delle auto operative e di servizio acquisite dallo Stato, dalle Regioni e dagli Enti pubblici. Siano esse versioni speciali, funzionali a scopi particolari e dal giusto valore purche’ costruite negli stabilimenti italiani.
2. Accedendo al finanziamento MES potrebbe convenire rinnovare il parco di auto mediche ed ambulanze ormai vecchie. Sarebbe opportuno coinvolgere, oltre ad FCA, le aziende emiliane che costruiscono apparecchiature elettromedicali.
3. Per le auto che escono dagli stabilimenti italiani lo Stato eroghi, per i privati nei prossimi anni, un finanziamento al 110% fino alla cifra di 20000 euro da restituire in 5 anni. Il prestito deve poter essere girato ad una banca o alla concessionaria.
Buon lavoro!
Distinti saluti
Paolo Tiberio
Professore Emerito
Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari”
Università di Modena e Reggio Emilia

PS. Per evidenti motivi di immagine dell’Italia i nostri Parlamentari dovrebbero impegnarsi a non arrivare davanti ai palazzi del Senato e della Camera con auto straniere (a parte coloro che necessitano di auto ad elevato livello di blindatura). Analogamente dicasi per gli Onorevoli regionali.

Paolo Tiberio
28 Giu 2020

Più risorse per i disabili

Mi faccio portavoce delle esigenze dei disabili psichici e fisici e delle persone fragili. Soggetti che se va bene, a oggi, hanno un assegno dai 18 ai 67 anni di soli 297 euro mensili. Sono un piccolo aiuto che non consente nessuna indipendenza per le persone invalide. La Corte Costituzionale ha portato a 516 pare gli euro mensili equiparando l’invalidità alla pensione minima. È un primo buon passo che tuttavia sarebbe toccato alla politica fare, in particolare ai 5 stelle alleati del PD come da promessa in campagna elettorale. Ora ci si aspetta la riapertura dei centri diurni e delle visite a chi è nelle residenze protette oltre che la ripartenza dei tirocini di lavoro terapeutici. Il tema mi è particolarmente a cuore e vedo nella mia famiglia un aiuto concreto ma non tutti sono fortunati a essere aiutati e l autonomia di vita indipendente anche per me è sinonimo di dignità di vita.

A 29 anni infatti, dopo essermi ammalato nel 2013 e nonostante ciò finendo gli studi nel 2016 in Scienze politiche a Padova e Servizio Civile nell’anno 2017. Purtroppo nel 2018 come spesso accade alle persone fragili e da qui la mia disabilità riconosciuta nel 2019 sono ricaduto in malattia seppur meno grave. Necessitando di cure che per fortuna il nostro buon Servizio sanitario nazionale riconosce insieme al tirocinio della Regione veneto sto ripartendo e spero come tutti in una vita indipendente e perché no soddisfacente (sto studiando ancora Diritto interrotto nel 2018 causa malattia) partecipando ai concorsi pubblici per le categorie protette.

Spero nella completezza dell’analisi oltre che lunghezza mi piacerebbe vederla pubblicata sul sito Immagina standomi a cuore il tema. Un saluto cari compagni di partito (sono iscritto da Maggio 2018 e ho appena rinnovato l’iscrizione del 2020 per una sinistra popolare attenta ai bisogni dei più deboli e sociali oltre che ambientali).

Matteo Santato
26 Giu 2020

La complicata coesistenza tra gli istituti di cura pubblici e privati

Tra le numerose crepe sociali, politiche ed economiche messe in luce dall’emergenza Covid-19, quella che maggiormente ha avuto impatto e risalto, per ovvie ragioni, è stata la problematica cooperazione tra gli istituti di cura pubblici e quelli privati.
Le difficoltà riscontrate in molte regioni, soprattutto in quelle più colpite dal virus come la Lombardia durante la gestione dell’emergenza, hanno evidenziato una questione riguardo alla quale è cresciuto sempre di più negli ultimi anni un acceso dibattito politico: quale sanità funziona meglio? È più utile privilegiare la sanità privata o quella pubblica? Esiste una giusta proporzione di coesistenza?

Sicuramente l’emergenza ha reso chiaro più che mai quanto la sanità e la tutela della salute dei cittadini rappresentino a tutti gli effetti un così detto asset strategico nazionale.
Partendo da questo presupposto, quindi, quali risposte si possono dare per trovare una nuova prospettiva risolutiva della questione?
In primis, bisogna ricordare che la nostra Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività: non esistono dunque, come ha affermato qualcuno in questi giorni, pazienti “ordinari” e “non ordinari”; il nostro sistema democratico garantisce a tutti i cittadini, senza nessuna distinzione, il diritto a essere adeguatamente assistiti in caso di necessità.

Di conseguenza, si potrebbe giungere alla facile conclusione che le due principali possibilità siano le seguenti: o la sanità pubblica dovrebbe avere necessariamente le capacità per far fronte ai bisogni di tutti i cittadini anche senza l’esistenza della sanità privata; oppure, viceversa, con la sola esistenza della sanità privata, lo Stato dovrebbe debitamente garantire la copertura delle spese per ogni cittadino, sostenendo direttamente tutti i costi.
Privilegiare esclusivamente l’una a discapito dell’altra però non sarebbe possibile né giusto, in quanto gli istituti di salute privati avrebbero comunque un’importante utilità sociale e – essendo il frutto di un’iniziativa economica privata e libera – la loro esistenza sarebbe di diritto garantita dalla nostra Costituzione.
La coesistenza sembra perciò essere l’unica soluzione possibile, ma in quale misura?
Se molti dei problemi legati alla gestione dell’emergenza sanitaria nascono proprio dalla mancata o comunque difficile collaborazione tra i due sistemi, come si può pensare di proseguire su questo percorso?

Dalla “crepa” della sanità, come avrebbe detto Stein Rokkan, si sono generate due linee di pensiero opposte, che vedono da un lato i sostenitori della gestione pubblica e dall’altro i sostenitori di quella privata, ma come visto, nessuna linea può escludere l’altra. In questa impasse quindi, il compito di chi davvero difende la Democrazia è quello di trovare una giusta sintesi tra le due linee, tenendo ben presente che da un lato la salute degli individui e della collettività, diritto garantito dalla Costituzione e asset strategico nazionale, non può non essere una prerogativa dello Stato e che dall’altro l’iniziativa privata, necessaria allo sviluppo della società e della libertà, deve comunque essere tutelata.

Trovare una giusta proporzione di coesistenza e creare gli strumenti adatti e necessari a rendere i due sistemi cooperativi e integrati è possibile: il Sistema Sanitario Nazionale deve occuparsi necessariamente di tutti quei servizi indispensabili alla salute pubblica come: la gestione esclusiva dei Pronto Soccorso, l’erogazione dei servizi di assistenza ospedalieri per le persone affette da malattie fisiche e/o psichiche, l’erogazione delle terapie salvavita, etc. A fianco a ciò, gli istituti di salute privati dovrebbero erogare tutti quei servizi di non primaria necessità come ad esempio l’erogazione dei servizi non urgenti (esami radiologici, prelievi e analisi ematiche di routine etc.) garantendo però la propria disponibilità al servizio pubblico, che, in caso di estrema necessità, potrebbe disporre delle strutture e del personale. Se si verificasse una situazione di portata nazionale o internazionale, deve essere infatti dello Stato, che si compone dei cittadini, la prerogativa della tutela della salute della collettività, e non dei privati che, in ogni caso, agiscono nell’ottica di un interesse particolare, cioè il profitto.

In poche parole, bisognerebbe stabilire due (o più) livelli di necessità, da assegnare a seconda dei casi all’uno o all’altro sistema, creando un apposito e ben definito sistema normativo che non faccia nessun discrimine tra i cittadini se non sulla base dell’urgenza e della contingenza della propria necessità e che renda chiaro che in caso di eventi di interesse nazionale non dovrebbe esistere nessun principio di sussidiarietà.
Tutto ciò partendo da un più ampio quadro di riforma costituzionale che dovrebbe riportare la gestione della sanità interamente in mano allo Stato, eliminando le disparità e le disfunzioni esistenti tra i vari sistemi regionali, che hanno causato, come visto purtroppo nella crisi che stiamo vivendo, non pochi danni.

Francesco Carfì
26 Giu 2020

Il metano non è adatto alla transizione energetica

Ultimamente, si parla tanto di tematiche ambientali; gli ultimi report, dell’IPCC, hanno evidenziato la necessità di agire, subito, per contenere gli effetti della crisi climatica.
Per raggiungere gli obbietti prefissati, dovremo operare su più fronti; uno degli aspetti principali, riguarda la transizione energetica, verso le così dette “fonti rinnovabili”.

Queste ultime, consistono in sistemi di produzione illimitati e ad impatto ambientale pressoché nullo; rientrano, in questa categoria: l’energia eolica, quella fotovoltaica, quella idroelettrica, quella geotermica, quella termodinamica e quella a biomassa.
A breve, probabilmente, verrà introdotto anche un’altro sistema, capace di sfruttare le onde del mare, per raggiungere tale scopo.
Nonostante il nostro territorio sia ricco di risorse, ed esistano vari sistemi per produrre energia “verde”, alcune Regioni – in accordo col governo centrale – hanno deciso di promuovere lo sviluppo di grandi opere, inutili; parliamo del metanodotto, in Sardegna, e del gasdotto, Trans-Adriatico, nel sud Italia.

Questi progetti, purtroppo, non rappresentano un reale modello di transizione; il gas naturale, infatti, contribuisce all’effetto serra e non aiuta a risolvere la crisi climatica; sarebbe opportuno, invece, semplificare alcuni iter burocratici e incentivare lo sviluppo di una grande comunità energetica, “green”.

I ragazzi e le ragazze di Fridays For Future, in accordo con gli esperti del settore, hanno realizzato una serie di linee guida, consultabili sul sito http://www.ritornoalfuturo.it; queste ultime, danno informazioni utili su come effettuare il processo di transizione.
I decisori politici, volendo, potrebbero consultarle, per effettuare scelte più consapevoli.

Concludo il discorso ribadendo che il gas non può essere un mezzo utile a condurci fuori dall’epoca del carbone; abbiamo le conoscenze scientifiche e le tecnologie, necessarie, per prendere le giuste decisioni e proiettarci verso un futuro sostenibile; quindi, cosa aspettiamo ad utilizzarle? Vorremmo, ora più che mai, un vero #ritornoalfuturo.

Mattia Cucca
26 Giu 2020

Parità di genere nel sistema elettorale Pugliese

Tra un paio di mesi la Puglia andrà al voto per il rinnovo del Consiglio Regionale. Un Consiglio Regionale, quello uscente, che, colpevolmente, in questi cinque anni nulla ha fatto per introdurre nella propria legge elettorale il principio della parità di genere come indicato dalla nostra Carta Costituzionale e dalle Leggi n. 20 del 2016 e n.165 del 2017. Eppure in questi anni moltissime sono state le sollecitazioni, provenienti da ogni settore della società, per procedere in tale direzione.

Non da ultimo, il 5 giugno scorso le Consigliere di Parità Regionali Anna Grazia Maraschio e Stella Sanseverino in una lettera indirizzata al Ministro Boccia dichiaravano “Condividiamo l’appello del Presidente Emiliano fatto nei giorni scorsi al Governo per un intervento legislativo nazionale che obblighi, senza ulteriori differimenti, il Consiglio Regionale Pugliese ad adeguare la propria legge elettorale ai principi costituzionali.

Avvertiamo la necessità – scrivono le Consigliere – di rivolgerci a Lei e chiedere un’audizione in Conferenza Stato-Regioni per portare alla Sua attenzione alcune riflessioni in merito all’adozione di specifiche misure per la promozione delle pari opportunità̀ tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive.” Sempre il 5 giugno scorso, la Presidente della Commissione Pari Opportunità, Patrizia del Giudice, scriveva al Presidente per la nota questione dell’adeguamento della legge regionale elettorale n.2 del 2005 alla legge quadro nazionale n. 20 del 2016, in materia di equilibrio di genere dichiarando “ …..di recente Ti è stata offerta la grande possibilità di superare con la Tua autorità e con l’esercizio del potere che Ti compete l’impasse cui sembra (volontariamente?) caduto il Consiglio regionale.”, riferendosi a quanto dichiarato sull’argomento, alla stampa locale, da Marida Dentamaro, autorevolissima avvocato e docente di diritto amministrativo e già senatrice componente della commissione Affari Costituzionali del Senato: “La norma statale è autoapplicativa. Emiliano, se volesse, potrebbe introdurla nel decreto di indizione delle elezioni, senza il voto del Consiglio”. Condivido tali appelli ma non vorrei che facendo ciò si legittimi la deresponsabilizzazione della maggioranza consiliare.

Troppo semplice riversare ogni responsabilità sul Presidente Emiliano dimenticando come, nella campagna elettorale del 2015 la coalizione di centro-sinistra siglò un PATTO con tutta la Comunità Pugliese con la sottoscrizione di un programma elettorale in cui la parità di genere divenne uno dei punti programmatici.

Il programma di governo, che porto all’affermazione di Michele Emiliano, fu realizzato attraverso un inedito processo partecipativo, con l’obiettivo di coinvolgere tutte le sei province pugliesi. Tremila cittadini di tutta la regione contribuirono a scrivere quell’agenda politica, dando vita a un percorso di confronto e di proposta che ha visto protagonisti i territori, gli amministratori, i sindaci, i partiti, i movimenti, il mondo dell’impresa e del sociale, le associazioni allo scopo di costruire insieme le linee guida del governo della Puglia. Un circolo virtuoso fra la democrazia partecipata e quella rappresentativa. La visione strategica di questo documento, fortemente ancorata ai valori della Costituzione repubblicana, è quella di una regione competitiva, coesa e sostenibile, che valorizza gli asset specifici dei territori come leve fondamentali di un nuovo piano di programmazione per lo sviluppo economico e sociale della Puglia. Ebbene, in quel programma si affermò “l’Approvazione di una nuova legge elettorale che restituisca dignità alle istituzioni e alle donne, introducendo la doppia preferenza di genere, …” (RIASSETTO ISTITUZIONALE, Azioni) ed ancora “Non esiste cittadinanza pienamente realizzata senza un’effettiva parità di genere. Già 3 anni fa ben 30mila pugliesi presentarono al Consiglio regionale una proposta di legge d’iniziativa popolare, che avrebbe introdotto la doppia preferenza, nel rispetto dell’art. 117 della Costituzione italiana. Nelle precedenti due legislature, il Consiglio regionale ha respinto questa proposta. Noi la consideriamo parte integrante del nostro programma di governo e ci impegniamo a realizzarla nella prossima legislatura, modificando l’attuale legge elettorale in direzione di un riequilibrio di genere della rappresentanza.

Il tema della democrazia paritaria è uno dei punti cardine di un modello di welfare maturo che sappia andare oltre il bisogno.” (DIRITTI E CITTADINANZA, Azioni). Un patto di sincerità con i cittadini ma soprattutto con le cittadine, il contrario della demagogia. Vi è, quindi, un impegno morale, etico e politico che i consiglieri di maggioranza (uomini e donne) avevano assunto con tutto l’elettorato soprattutto con quello femminile che in Puglia, tra l’altro, rappresenta con oltre il 51% la maggioranza degli elettori. Donne che in una tornata elettorale potrebbero rappresentare, numeri alla mano, l’ago della bilancia e che necessitano di un’equa rappresentanza nelle posizioni decisionali. Ma in un sistema di machismo imperante come si può garantire un’equa rappresentanza politica alle donne? Come possono le donne fare la differenza nei processi decisionali relativi alla cosa pubblica con le loro competenze e la differente visione della vita e del futuro? Ecco che la doppia preferenza di genere rappresenta un valido strumento per dare piena attuazione non solo al dettato normativo ma, anche, per un’effettiva parità dei diritti delle donne.

Attendiamo che il Consiglio Regionale della Puglia voglia rispettare il patto sottoscritto nel 2015 con la sua comunità. Auspichiamo coerenza perché è questa che da credibilità a chi agisce. Ma se così non fosse? Beh, ricordino le donne nel recarsi alle urne che in Puglia rappresentano più del 51% dell’elettorato, un elettorato che può fare la differenza!

Anna Toma
23 Giu 2020

Burocrazia e sindaci

Se qualcuno mi chiedesse qual è stato il nemico peggiore in questi sei anni da Sindaco io non avrei dubbi a rispondere. Non è stata certamente l’opposizione, che ha svolto la sua parte; non sono gli insulti sui social, espressione di una società profondamente segnata da anni di crisi e da una politica, troppo spesso, non all’altezza; non sono stati i debiti ereditati, che stiamo cercando di onorare districandoci in un labirinto di norme, codici, codicilli da fare impazzire. No, il nemico peggiore è stata ed è una burocrazia assurda, deresponsabilizzata e priva del contatto con la realtà. Una battaglia continua, quotidiana che sono costretti a combattere tutti i sindaci di questo Paese. Fare 150 metri di strada, nulla di trascendentale, significa aspettare sei anni e questo la dice lunga sulla folle condizione di questa Nazione, soffocata da decine di enti inutili e competenze assegnate qui e là senza logica. Non esiste neppure una certezza.

Rispetti tutte le norme e poi ti dicono che sono cambiate e ti costringono a ricominciare.
Vale per il privato così come per il pubblico. Ogni giorno ti alzi e aspetti una comunicazione di qualche ufficio ministeriale o similari, che ti costringe a rincorrere tempi e risorse. Che razza di Paese è questo, dove tutto è incerto e per fare un’opera pubblica bisogna aspettare anni tra la progettazione di massima e l’inizio dei lavori. Una giostra impazzita dove tutti hanno diritto a intervenire, di esercitare il loro potere fine a se stesso mentre i comuni languono e devono trovare risposte alle comunità in mezzo a queste sabbie mobili.
Norme vecchie, meri esercizi di un diritto presuntuoso e inefficace, a fronte del bisogno sempre più forte di un sistema all’altezza dei tempi, che possa rispondere alle esigenze delle persone e preparare un futuro migliore.

Un veterosadismo preventivo che fa a pugni con la mancanza di un sistema incentrato sullo snellimento delle procedure, contestualmente a meccanismi che garantiscano controlli seri e zero condoni. Perché in questo Paese se sei onesto e rispetti le norme, troppo, troppo spesso, grazie alla logica “condonizia”, resti indietro e subisci pure una beffa.
In questi giorni sto sentendo mille proposte per rilanciare il Paese, ma se non partiamo dal ridimensionamento della burocrazia, dallo snellimento delle procedure, dal superamento di una tutela del territorio maniacale e facilmente aggirabile da chi commette abusi o da chi trova sempreverdi scorciatoie, da una giustizia civile certa e veloce l’Italia non ce la farà.
Investire miliardi di euro per poi bloccare tutto in un rivolo di autorizzazioni, in un coacervo di obblighi e competenze, significa produrre il nulla.

Cambiamo davvero l’Italia, partendo dal ridimensionare il peso di una burocrazia insensibile ai bisogni del Paese, lontana dalle legittime aspettative delle persone, deresponsabilizzata e terreno di coltura per la corruzione. Ridimensioniamo il ruolo di enti assurti a livello di divinità intoccabili, in grado di bloccare tutto e trasformare, nella testa di zelanti quanto incapaci funzionari il vecchio in antico, il rame in oro.

Ascoltiamo i sindaci che vivono quotidianamente il peso di una istituzione di prossimità, profondamente legata al territorio e alle persone, impegnati a trovare soluzioni ai bisogni delle persone. Ripartiamo dal concreto e non dall’inutile e fantasmagorica teoria. Invertiamo la logica affinché per cui è la realtà a doversi conformare alle norme e non la legge ad essere concepita per rispondere ai bisogni della comunità.
Non c’è tempo; occorre costruire adesso un futuro migliore rispetto al passato e al presente segnati da questa pandemia e da mille storture.
Ce la possiamo fare, occorre solo che la politica ne abbia voglia.

Marco Galli
22 Giu 2020

Il protagonismo del singolo e quello di una comunità

L’Italia è un Paese davvero strano.
Unico per le sue straordinarie potenzialità e bellezze e per i suoi anticorpi nascosti, riesce sempre a sorprenderci. In queste ore, il sindaco di Bergamo Gori ha avuto, infatti, la brillante idea di mettere in discussione la leadership del segretario nazionale del PD Zingaretti accusandolo di scarsa incisività e determinazione. Nonostante vi siano argomenti molto più alti e impellenti sui quali sarebbe opportuno aprire un dibattito nazionale (come vogliamo cambiare la mobilità? come vogliamo ridisegnare il sistema produttivo? come vogliamo semplificare la macchina amministrativa e attuare una riforma fiscale davvero progressiva?), è necessario circoscrivere certe dichiarazioni dandole il giusto peso.

Il 4 marzo 2018 ha segnato il punto più basso della storia del Partito Democratico e più in generale del principale partito della sinistra italiana. Ha segnato, in particolare, la più sonora bocciatura di una gestione individualista del partito e delle politiche liberiste messe in atto da un gruppo dirigente concentrato solo su sé stesso.

Il 4 marzo 2018 si tennero anche due importanti appuntamenti elettorali in Lombardia e nel Lazio. In Lombardia, l’attuale presidente Fontana, le cui scarse capacità amministrative sono emerse tutte nella gestione della crisi sanitaria da Covid-19, sconfisse l’attuale sindaco di Bergamo Gori che si fermò ad un mesto 29% delle preferenze. Un risultato peggiore lo ottenne solo Diego Masi nel 1995 contro Formigoni.

Nel Lazio, invece, lo stesso giorno della debacle nazionale e della sconfitta in Lombardia, il centrosinistra a trazione Zingaretti riuscì ad aggiudicarsi le elezioni regionali diventando il primo presidente a vincere per due volte consecutive la sfida alla guida della seconda regione italiana per popolazione.

Dopo un anno esatto, il 3 marzo 2019, Zingaretti è stato eletto segretario nazionale del Partito Democratico raccogliendo più di 1 milione di voti e quasi il 70% delle preferenze in una competizione che molti anche all’interno del PD speravano fallisse.
Dopo solo pochi mesi, già alle elezioni Europee con una gestione unitaria e inclusiva verso altre forze politiche, si sono visti i primi risultati positivi della nuova segreteria portando il PD al secondo posto sia in Italia che in Europa nell’ambito della famiglia socialista.

Nell’agosto del 2019, il Partito Democratico è tornato al Governo del paese con un atto di grande responsabilità e di strategia politica da parte del nuovo gruppo dirigente e non passa giorno in cui ognuno di noi sia grato del fatto che a gestire l’attuale crisi sanitaria ed economica vi sia questo Governo con il PD protagonista piuttosto che la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia della Meloni.

Quasi tutti i sondaggi danno, oggi, il PD saldamente al secondo posto in Italia molto più vicino alla Lega di Salvini nonostante vi siano state due scissioni, una dell’ex rottamatore (rimasto al Governo naturalmente) e un’altra dell’attuale europarlamentare Calenda (all’opposizione dell’attuale Governo) eletto con i voti del PD e creatore dell’ennesimo partito personale. Sempre perché in Italia non ci facciamo mancare nulla, è notizia di questi giorni che i due fuoriusciti abbiano trovato un accordo in Puglia per sostenere un candidato non di centrosinistra con la conseguenza che a vincere molto probabilmente sarà il centrodestra.

La statura di un politico si misura anche da questi episodi.

L’Italia in questo momento storico ha bisogno di tutto tranne che il protagonismo di qualcuno a caccia di prime pagine sui giornali.
Questo è il momento in cui ognuno di noi, nell’ambito delle proprie responsabilità, faccia la propria parte nell’interesse della sua comunità e del suo Paese.

Gli egoismi, in genere, si collocano automaticamente fuori dalla storia.

Antonio Angelino, Circolo PD Donna Olimpia, Roma

Antonio Angelino
21 Giu 2020

Liberalismo e Socialismo

Analisi davvero condivisibile e aperta al futuro … il PD con Provenzano e Emanuele Felice sta fin qui dimostrando un’articolazione “meridionale, riformista e liberale” dell’offerta politica del Centrosinistra. La potremmo riassumere: Stato forte e Economia sana. Perché il settore privato, sopratutto al Sud, senza una P.A. ringiovanita ed efficiente non può davvero decollare. Nel discorso del Ministro per il Sud, poi, si può apprezzare l’assenza di un sentimento ideologico e settario; l’attenzione è tutta posta sui territori e sui bisogni. Speriamo che altre forze politiche sappiano accogliere e far propria una analisi così complessa e davvero fruttifera per il Meridione.

Purtroppo, non c’è da sperare molto nelle Destre a trazione leghista e della rivoluzione liberale di Berlusconi non rimane nulla. E le altre forze del panorama politico italiano? Se riuscissero a superare il rischio di una terzietà inefficace e infelice, buona per le mosse del cavallo e per le tattiche di Palazzo (ma pericolosa per la tenuta del fronte democratico e progressista) potrebbero “fecondare” con le buone idee liberal-democratiche un ‘approccio unitario, necessario per arginare il pericolo reazionario e sovranista. La fase è complessa, Provenzano usa un lessico articolato, non cede al semplicismo, al manicheismo becero che degenera in violenza….. Anche nei nostri territori dovremmo sempre più sforzarci di diffondere e spiegare Complessità e Pluralismo, vivificare la dialettica epocale di un senso vivo e alternativo alla demagogia anti politica che tutto vorrebbe mischiare in un gorgo indistinto.

I partiti, i circoli, le associazioni, le forze che non si arrendono allo status quo, che si spendono per uscire dall’artificio pericolosissimo che lega campagna elettorale a consenso drogato e ricattato, dovrebbero andare insieme verso una direzione unica. Una direzione che mostri una alterità possibile, una Politica diversa. Le carriere personali, i posti di lavoro, il successo economico, vanno costruiti “nel mercato”, attraverso lo studio, il merito, i concorsi, le professioni !!! Oggi, molti, invece, (e andrebbero tutti allontanati dalle interlocuzioni politiche in atto, anche a Reggio, anche a Villa), solo per avere buoni rapporti personali con il politico in auge, sono riusciti o stanno riuscendo a puntellare le proprie rendite di posizione, lavorano alacremente per se stessi, senza sosta, senza vergogna! Lo possiamo dire con forza che la Politica è un’altra cosa? che è Bene Comune e servizio? Che dopo la Fede è la più alta Passione dell’Uomo libero? Noi, nel nostro campo, stiamo cercando di dirlo ogni giorno, senza paura, stigmatizzando atteggiamenti che respingiamo come estranei! Molti fingono di non capire, cambiano discorso, dicono che è difficile hanno già perso, e non lo sanno!

Enzo Musolino
21 Giu 2020

Progetto CURA ITALIA

Mi chiamo Riccardo Borchi, sono un libero professionista Web Designer/Developer e vivo a Pistoia. Vi scrivo per presentarvi “Cura Italia”, un progetto (non-profit) a cui ho dato vita a fine Marzo 2020, per dare il mio contributo in questo difficile periodo che stiamo attraversando.

Il progetto Cura Italia nasce come un modo per mettermi alla prova durante la quarantena e, allo stesso tempo, offrire un servizio utile alla comunità attraverso le mie competenze. Si tratta di un sito web che segue in tempo reale l’andamento del Coronavirus in Italia, raccogliendo i dati ufficiali messi a disposizione dalla Protezione Civile (compresi i dati di ogni singola regione e provincia), ma anche notizie, informazioni, consigli e materiali utili, tutto in un’unica piattaforma online con un’interfaccia user-friendly. Lo scopo del progetto, quindi, è anche quello di contrastare la disinformazione e rendere i dati facilmente comprensibili per chiunque.

È possibile consultare il sito su desktop, tablet o smartphone all’indirizzo http://www.curaitalia.it.

Quello che, inizialmente, voleva essere solo un lavoro dedicato a professionisti del mio settore come dimostrazione di quanto il nostro lavoro possa essere uno strumento al servizio della collettività, è diventato presto oggetto di apprezzamenti, idee e utili consigli da parte di molte persone.

Il sito web ha ottenuto, in tre mesi, circa 150.000 visite complessive (quasi 50.000 visite solo nella prima settimana di vita) e migliaia di condivisioni sulle maggiori piattaforme social, raggiungendo, in poche settimane, diverse decine di migliaia di persone in tutta Italia. Un riscontro enorme che non mi sarei mai aspettato di ricevere ma che mi conferma l’accoglienza positiva del progetto nella comunità, scientifica e non, rendendomi fiero del mio lavoro, ma soprattutto contento di aver creato qualcosa di utile in un momento così difficile per tante persone, tenendole aggiornate, informate e, forse, facendole sentire meno sole ad affrontare questo particolare periodo.

Sto già pensando alla fase successiva del progetto, che ritengo possa continuare a esistere anche in seguito all’attuale emergenza, mi piacerebbe rimanere sempre nell’ambito medico-scientifico, ma spaziando anche su altre tematiche (innovazione, tecnologia, ambiente, cultura, sociale, ecc.). Il progetto rimarrà aperto e collaborativo, chiunque potrà dare il proprio contributo, come già accaduto nella fase iniziale.

Vi ringrazio in anticipo per l’ascolto e spero possiate essere interessati nell’appoggiare e promuovere questa iniziativa di un semplice volontario e cittadino. Sono disponibile eventualmente anche a collaborare con la vostra piattaforma che ritengo davvero molto utile, tramite il mio sito o anche personalmente.

Cordiali Saluti,
Riccardo Borchi

Riccardo Borchi
21 Giu 2020

I cambiamenti climatici rappresentano una vera minaccia

Secondo gli ultimi report, dell’IPCC, restano meno di 8 anni, per contenere gli effetti della crisi; superata questa soglia, difficilmente riusciremo a gestire, in modo ottimale, la situazione. Gli scienziati sono stati chiari; dobbiamo assolutamente evitare che le temperature subiscano un incremento maggiore di 1,5^C, rispetto all’epoca pre-industriale.

Per raggiungere quest’obbiettivo, occorre porre in essere una serie d’azioni; a titolo esemplificativo, ne illustrerò alcune:
1) disincentivare il mercato dei combustibili fossili, rimuovendo tutti i sussidi che, ogni anno, vengono versati in favore delle lobby del petrolio;
2) creare un piano strategico, a livello internazionale, in cui siano presenti una serie di “target”, da raggiungere, in maniera progressiva, per orientare i mercati verso modelli di business più sostenibili;
3) realizzare organi istituzionali, caratterizzati dalla presenza di giovani ricercatori (economisti, esperti di scienze ambientali, ingegneri, etc…) che contribuiscano a monitorare la situazione e forniscano supporto, a decisori politici e imprenditori, affinché vengano intraprese decisioni coerenti con quanto richiesto dalla comunità scientifica;
4) concretizzare un grande piano d’investimenti, finalizzato a supportare le varie realtà aziendali, durante le prime fasi del processo di transizione;
5) definire un serio progetto di riforma, del sistema energetico del il paese, basato interamente sulle fonti rinnovabili, che ci permetta di assumere l’indipendenza, da altri Stati, e contribuisca alla dismissione delle attuali centrali, a carbone o gas;
6) incentivare la realizzazione delle centrali termodinamiche, superando gli iter burocratici che, fino ad ora, ne hanno impedito lo sviluppo;
7) vietare, per legge, qualsiasi progetto che non rispetti determinati standard ambientali (es: centrali a carbone, metanodotti, etc…)
8) favorire l’economia circolare, promuovendo il riciclaggio dei rifiuti e sensibilizzando la popolazione;
9) ridurre gli allevamenti intensivi, promuovendo stili alimentari più sostenibili e riducendo l’utilizzo di carne;
10) rivedere il sistema fiscale, rendendolo più equo e introducendo una variabile che tenga conto della quantità di gas serra, emessi, per realizzare un determinato prodotto.

Un grande lavoro, inoltre, andrà fatto sul fronte della “mitigazione”, degli effetti prodotti dalla crisi climatica.

Questi ultimi, infatti, non saranno affatto trascurabili e richiederanno un grande impegno, per essere gestiti a dovere.

Anche qui, a titolo esemplificativo, illustrerò alcuni scenari:
1) occorrerà investire nel settore dell’istruzione, affinché tutti vengano a conoscenza dei possibili effetti della crisi climatica e imparino, fin da subito, a contenerli;
2) dovremo creare modelli di business flessibili, che tengano conto della possibilità che, in determinati periodi dell’anno, per cause di forza maggiore, possa palesarsi la necessità di interrompere le attività, per garantire la sicurezza dei lavoratori (es: allerte meteo-idro);
3) dovremo realizzare piani di Protezione Civile efficaci, di rapida attuazione, in grado di proteggerci da eventi calamitosi (alluvioni/incendi, etc…); questi ultimi, poi, dovranno essere sperimentati, mediante apposite esercitazioni, e adeguatamente compresi, dalla popolazione;
4) dovremo lavorare sulla prevenzione, mettendo in sicurezza il territorio e disponendo, in maniera adeguata, le risorse umane (forze dell’ordine, etc…);
5) occorrerà ripristinare il Corpo Forestale dello Stato;
6) dovremo educare alla tolleranza e al rispetto, riducendo le disuguaglianze e migliorando l’inclusione (anche degli immigrati).

Tante altre proposte, serie e accattivanti, le trovate sul sito si Fridays For Future (grazie ad una campagna, realizzata in collaborazione con esperti del settore, denominata “Ritorno al Futuro”).

Mattia Cucca
19 Giu 2020

Il futuro del sistema di istruzione

“Tutto ciò che non si rigenera degenera” E.Morin
L’emergenza coronavirus e l’isolamento sociale che ne è conseguito hanno investito come uno tsunami la scuola italiana che, in poche ore, ha dovuto trasferire la didattica sulle piattaforme online. Tutto ciò ha portato alla luce e reso più chiare ed evidenti da un lato le disuguaglianze sociali, poiché non tutta la popolazione studentesca ha avuto possibilità, mezzi e connessioni per accedere alle nuove modalità di lezione, dall’altro aspetti di natura tecnico-operativa dovuti al livello non eccellente di alfabetizzazione informatica di operatori, studenti e famiglie, all’età avanzata del personale, alla obsolescenza di molti strumenti e dispositivi.

Ma, cosa ancora più importante, tale emergenza ha mostrato le criticità che riguardano e coinvolgono l’assetto complessivo del sistema istruzione-formazione e che richiedono una riflessione di carattere politico e non esclusivamente tecnico. Dopo anni in cui la scuola pubblica è stata delegittimata dalla mancanza di investimenti, anni in cui la professionalità docente è stata vilipesa e privata di autorevolezza, risulta indispensabile, ora, accendere i riflettori della politica sul comparto istruzione.
Edilizia scolastica, riforma dei cicli, riduzione significativa di alunni per classe, formazione docenti, riforma degli organi collegiali sono solo alcuni degli interventi indispensabili, ma non basta. È arrivato il momento di pensare la scuola in una prospettiva di sistema in cui l’edilizia, ad esempio, si configuri come un progetto di architettura degli ambienti funzionale agli obiettivi da raggiungere, al tipo di attività che, in quegli ambienti, si andrà a svolgere.
Sulla scia dell’emergenza ci si concentra soltanto sulla necessità, sacrosanta, di riaprire le scuole il prima possibile, ma non ci si chiede abbastanza QUALE scuola, dando per scontata la correttezza sostanziale del modo in cui il sistema di istruzione e formazione è stato confezionato negli ultimi decenni, definendosi nel tempo attraverso una serie di ‘riforme’ che via via hanno demolito il sistema stesso.

Abbiamo potuto registrare la mancanza di una prospettiva di largo respiro che è stata ed è segno di una profonda crisi di orientamenti ideali che si è tradotta in dogmatismi di natura tecnicistica. Così, per esempio, la retorica dei ‘portatori di interesse’ ha finito per rivelarsi nella sua vera natura; ossia quella di una progressiva pedagogia della burocratizzazione di quegli stessi interessi che si volevano tutelare.
La scuola che auspichiamo deve tornare a essere a un tempo risultato del processo di interazione con il ‘reale’, con il ‘sociale’, ma anche luogo in cui si costruiscono ipotesi di mutamento; luogo di cultura intesa come possibilità di trasformazione di quello stesso mondo.

Se la scuola non cessa di essere uno spazio isolato che si limita a simulare un rapporto con il mondo attraverso la mediazione dei saperi disciplinari pensati come canoni a- temporali, non sarà mai scuola Costituente e presidio di democrazia.
La stima della misura della validità del sistema scolastico deve essere, quindi, determinata preventivamente in rapporto alle scelte politiche e strutturali del Paese e in relazione alla individuazione dei suoi bisogni presenti e futuri.
Porre il problema in questi termini significa determinare non soltanto come operare ma anche e, forse, soprattutto stabilire nell’interesse di chi e per quale realtà ri-articolare il sistema.

Il sistema istruzione non può, di conseguenza, basarsi unicamente su indicatori interni ai fini della valutazione della sua efficacia ed efficienza.
D’altra parte, riteniamo che il semplice travaso acritico di modelli, forme organizzative di un ‘mondo del di fuori’ all’interno della scuola non possa funzionare (come, nei fatti, non ha funzionato).
Risulta pertanto evidente che il nostro impegno per una riqualificazione della scuola nel solco tracciato dalla Carta, debba consistere nel proporre una Forma-Scuola capace di garantire, mostrare, far vedere anche le alternative possibili che la realtà, in certi momenti della storia, tende a occultare.
La formazione di una coscienza civile richiede, allora, non il restringimento (come è stato fatto) ma l’ampliamento del tempo scuola.

Il punto che deve indirizzare il nostro agire, il nostro agire politico è questo: se e è come realizzare la fusione in un unico processo del momento della ri-cognizione del mondo-ambiente con quello della educazione. Fusione, non giustapposizione episodica.
Non possiamo e non dobbiamo più correre il rischio di far percepire il mondo che si apre all’indagine e da cui la scuola trae alimento come un coacervo, un repertorio eternamente cangiante di esperienze disarticolate, sempre e comunque valide o giustificabili.
L’istruzione e la formazione devono essere, vogliamo ribadirlo, il prodotto di una visione sistemica in modo da pensare la scuola in relazione con la società, una scuola che ne colga e ne rispecchi la complessità, ma non venga pensata “in subordine”, come oggetto da dominare per il tramite di tecnicismi o “ricatti” amministrativo-contabili.
Per fare questo è necessaria una ridefinizione dei ruoli di tutti i soggetti in campo, una ridefinizione della formazione dei dirigenti, dei docenti, della professionalità docente e degli organi collegiali che rispecchino le nuove dinamiche relazionali.
Il sistema scuola, a nostro avviso, dovrebbe spingere tutti a recuperare il desiderio di essere cittadini e non unicamente “portatori di interessi”.

La “Scuola” che auspichiamo deve essere parte attiva della soluzione dei problemi complessivi che si sono aperti, deve essere chiamata a partecipare alla ricostruzione del Paese, deve essere il mezzo attraverso il quale rifondare un’etica di cittadinanza, di partecipazione, di democrazia.
Piazza Grande – BARI

Piero Amatulli
19 Giu 2020

Il ponte sullo Stretto? L’unica soluzione è quella dei tunnel

Il Ponte sullo Stretto, di cui si torna periodicamente a parlare, fu una fantasia di Berlusconi. Anche una grande fregatura sulla cui perdita economica bisognerebbe indagare. Ma va bene, posso capire che per ragioni essenziali di recupero del PIL adesso il dossier vada ripreso; non comprendo invece perché farci condizionare dalla suggestione errata del B: B voleva il suo personale arco di trionfo, di ponti a campata unica di quella ampiezza non se ne possono costruire, ponti su più piloni sono improponibili nello stretto. Tutte ragioni già discusse mille volte e che portarono a capire che l’arco dell’ego berluschino non era realizzabile, e che qualunque brutta copia ne fosse stata realizzata non avrebbe retto neppure alla vibrazione dei treni o del vento.

Se vogliamo tornare a parlarne, rivediamo tutta la materia: per ragioni tecniche e di sicurezza, l’unica soluzione con qualche probabilità è quella dei tunnel. Tunnel Subalvei, sotto il mare per una più lunga durata, o tunnel alvei, tubi ancorati al fondo, se si vuole essere più garantiti sul fronte sismico.

In questo articolatissimo link di una organizzazione siciliana (grazie a loro per il certosino lavoro), una complessa elencazione di tutte le soluzioni, prevalenze e storie, basate sui progetti e gli atti parlamentari. I tunnel sono i capitoli in fondo.

http://www.siciliaintreno.org/index.php/temi/attraversamento-stabile-stretto-messina/587-6-possibili-ipotesi-di-attraversamento-stabile-dello-stretto-di-messina-alla-luce-dei-progetti-realizzati-e-in-corso-di-realizzazione-in-tutto-il-mondo?fbclid=IwAR2uUH4kENjczljyM-CaWcF_gTB9u2zzyVzkrnX_jKWk3M0Uk1acBxqWSHE

Alfonso Annunziata
17 Giu 2020

Il Pd si faccia carico delle persone più vulnerabili

Vi scrivo per evidenziare tutta la drammaticità delle persone fragili con problemi psichica o fisica o di tossicodipendenza. Le visite sono difficili, si trovano con difficoltà visite frequenti psichiatriche e psicologiche se non nel privato (psicologi). La pensione di invalidità per chi ha la fortuna di averla è di 297 euro e non garantisce una vita dignitosa se non supportati dalla famiglia che fa quel che può.

Il lockdown ha peggiorato la situazione: poche visite, sospensione dei centri diurni e delle borse lavoro terapeutiche non ancora riprese e nemmeno oggi c’è la riapertura dei centri diurni. La gente più vulnerabile soffre molto e fatica in questo periodo a causa di questi motivi e perché già provata dalla propria invalidante patologia. Chiedo al PD come forza di Governo di farsi carico di queste problematiche anche sono spesso di competenza regionale, tuttavia un aumento del personale sanitario e di supporto psicologico pubblico insieme ad un innalzamento degli assegni per l’invalidità oggi a soli 297 euro nonostante le promesse vane di aumentarlo dei 5 stelle ma anche di altri sarebbero ossigeno per categorie in difficoltà e maggiormente provate dal lockdown perchè più vulnerabili.

Vi chiedo un riscontro nella agenda di Governo di questi problemi non certo di casi isolati ma in aumento nella società e drammaticamente attuali e con bisogno di risposte immediate.

Matteo Santato
16 Giu 2020

Istruzione e formazione civica

Un tema molto dibattuto in questi ultimi tempi è l’accesso al diritto di voto. Dallo scoppio dell’emergenza Covid-19 infatti si è fatta sempre più strada – soprattutto tra i giovani – l’idea che il suffragio universale debba essere radicalmente rivisto. Alla base di questa idea vi è la convinzione che con la diffusione delle “fake news” (o “bufale”) e a causa dell’uso improprio che molte persone fanno dei social network – specialmente la fascia di età dai 50 anni in su – si corre il rischio che il voto possa essere influenzato, se non addirittura pilotato, a vantaggio di formazioni politiche che potrebbero minare la stabilità della nostra Democrazia e, successivamente, la tenuta dell’Unione Europea.
Generalmente, la proposta che viene fatta per eliminare questo tipo di rischio è di ridurre l’accesso al diritto di voto, limitando la possibilità di eleggere e/o essere eletti attraverso l’introduzione di un così detto “patentino di voto”, cioè uno strumento che attesti una serie di conoscenze e competenze di base in materia di educazione civica. Una sorta di sostituto della tessera elettorale. Uno strumento, in poche parole, che garantisca di avere un corpo elettorale preparato e immune alle notizie false.

Che costo avrebbe però, di fatto, questa immunità? Si può pensare davvero di mettere una Democrazia al riparo dalle forze che vorrebbero destabilizzarla, riducendo il suffragio universale, cioè, snaturando l’essenza stessa della Democrazia?

Il diritto di voto esteso a tutti i cittadini, liberi e uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali, è un pilastro della nostra Democrazia. Si tratta di una conquista enorme, ottenuta con grande sacrificio alla quale non si può guardare con disprezzo. Ridurre l’accesso al diritto di voto non significherebbe soltanto andare contro ai principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, sarebbe anzi soprattutto un vero affronto e una grave offesa a chi ha dato la vita, nel corso della storia recente del nostro paese, per far sì che noi oggi si possa godere di un tale diritto. Un diritto che, per quanto ormai lo si percepisca erroneamente come scontato e necessario, è un vero e proprio privilegio, sia in termini storici che, considerandone la diffusione a livello globale, in termini geopolitici.

Quale potrebbe essere dunque una valida alternativa? Occorre partire da una valutazione opposta rispetto a quella fatta da chi vorrebbe l’introduzione del patentino: non bisogna infatti mettere al riparo la Democrazia da un corpo elettorale soggetto alle fake news; bisogna invece far sì che il corpo elettorale (cioè tutti i cittadini che abbiano compiuto i 18 anni) abbia a prescindere una solida formazione in materia di educazione civica e di accesso e analisi delle fonti di informazione (internet, televisioni, quotidiani etc.) funzionale quindi al difendersi dalle notizie false.

La soluzione migliore al problema, quindi, sarebbe quella di tutelare l’elettorato ex ante fornendogli gli strumenti necessari a difendere sé stesso e la Democrazia, evitando l’aberrazione di ridurre il diritto di voto.
I detrattori usano spesso una metafora molto efficace ma facilmente confutabile, affermando infatti che se per la guida di un veicolo occorre conseguire una licenza, allo stesso modo si dovrebbe conseguire una patente per poter accedere al diritto di voto. Il paragone, per quanto possa sembrare calzante e persuasivo, omette però sempre il piccolo ma fondamentale dettaglio che nel nostro paese, così come in molti altri fortunatamente, esiste l’obbligo di istruzione fino ai 16 anni, uno strumento che garantisce già di fatto la formazione del cittadino.

La contraddizione, sia teorica che pratica, fra la natura della Democrazia e la riduzione della partecipazione ai processi della Democrazia stessa è quindi più che evidente.
Come agire dunque? In modo efficace e concreto: con un percorso di formazione di educazione civica che parta fin dai primi anni di accesso all’istruzione e che duri per tutto il cursus scolastico, fornendo ai docenti e agli studenti gli strumenti necessari per conoscere e comprendere al meglio il funzionamento della nostra Democrazia e sviluppare inoltre un senso critico per poterla in futuro migliorare.

La Democrazia deve garantire la Libertà di tutti gli individui e la Libertà – per dirla alla Gaber – è partecipazione, non limitazione dell’inclusione.

Francesco Carfì
15 Giu 2020

Perché il Pd è poco attrattivo rispetto alle sua potenzialità

Credo che la mancanza di credibilità, e di “appeal “ del Partito dipenda essenzialmente dal fatto che i nostri vertici si rivolgono ad un interlocutore che non è più identificabile con una classe sociale e culturale facilmente definibile e le cui esigenze umane, economiche e di riconoscimento individuale non sono chiare neppure all’interlocutore stresso. E’ quindi complicato trovare argomenti e toni capaci d’infiammare, come ai tempi del divorzio, dell’aborto, dello Statuto dei Lavoratori, il cuore e l’anima di chi ascolta.
Gli ultimi trent’anni, a partire dalla diffusione dei Personal Computer e più in generale dall’invasione dell’informatica in ogni campo dell’esistenza di ciascun individuo, hanno prodotto un cambiamento radicale della percezione di se stessi e del proprio ruolo nella società con una velocità tale da non permettere uno stabile riadattamento.
Questo sconvolgimento ha interessato tutti i ruoli sociali, dall’operaio al professionista passando per i ruoli impiegatizi intermedi.

Penso, ad esempio, allo sconcerto di una Segretaria d’Azienda che considerava la sua capacità di scrivere correttamente e velocemente a macchia con dieci dita spesso anche in inglese o francese e oggi si è vista sostituita dai nuovi programmi di video-scrittura che hanno reso inutile il “bianchetto” per correggere e che consentono il “copia/incolla “ per utilizzare frasi o costruzioni in molteplici situazioni. Insomma oggi nessuno sente l’esigenza di una segretaria per scrivere una relazione, anche complessa includendovi grafici, immagini o qualsiasi cosa venga in mente. Il tutto naturalmente con molto minor tempo di quello che serviva per scrivere a mano e spiegarlo ad una brava segretaria che poi avrebbe dovuto batterlo a macchina e presentarlo al capo per una eventuale revisione.
Il traduttore frasi in inglese di Google è ormai così sofisticato che io ho potuto, usando qualche attenzione alla costruzione del periodo, preparare il Manuale Operativo di un impianto per distillati ordinatoci da Diageo Londra senza il bisogno ricorrere alla mia storica segretaria, Marta, che per oltre vent’anni mi aveva assistito specialmente nello scrivere email.

Stesso discorso potrei farlo per operai addetti alle macchine utensili tipo tornio, taglia lamiere, stampatrici che oggi sono in gran parte a controllo numerico collegate a computers dotati di programmi CAD/CAM. Tempo addietro un esperto tornitore era sicuramente orgoglioso di vedere un pezzo ben fatto uscire dalle sue mani e sapeva di essere parte imprescindibile nella produzione di manufatti che contribuivano, assieme ai prodotti di altri operai, alla realizzazione di complessi macchinari. Oggi la sua esperienza non ha più alcun valore in quanto inglobata nel programma di gestione della macchina utensile a controllo numerico utilizzata per realizzare qualsiasi pezzo meccanico. Quale può essere la soddisfazione a gestire una macchina, programmata da altri, per realizzare le stesse cose che prima uscivano dalle sue mani? Quale sicurezza può avere che la gestione di quella stessa macchina non venga affidata ad un altro, magari più giovane, meno costoso e meno sindacalizzato?
Questo senso di ridimensionamento del ruolo l’ho vissuto direttamente ricordando che all’inizio della mia esperienza di Ingegnere di Processo, il calcolo di una superficie di scambio termico per il dimensionamento di un singolo scambiatore di calore in una singola configurazione richiedeva alcune conoscenze di calcolo differenziale e m’impegnava per qualche giorno di lavoro. Oggi lo stesso calcolo richiede solo un buon programma, affittabile anche per pochi mesi a prezzi contenuti, utilizzabile da qualcuno che sappia solo inserire correttamente i dati richiesti dal programma. Con uno strumento del genere, in un giorno lavorativo, si possono dimensionare molti scambiatori ed in più è possibile procedere ad una ottimizzazione in funzione del prezzo di acquisto solo ricalcolando lo stesso scambiatore modificando alcuni dei dati richiesti.
Utilizzando la funzione “macro” di Excell abbiamo reso disponibile, in azienda, un foglio di calcolo per la determinazione di tutte le proprietà fisiche e termodinamiche di una miscela acqua-etanolo a qualsiasi concentrazione e temperatura. Anche questo calcolo prima richiedeva parecchie ore di lavoro di ingegnere chimico mentre adesso può farlo chiunque con una minima preparazione tecnica.
Quale soddisfazione e sicurezza può oggi avere un giovane ingegnere di processo?
Potrei continuare parlando degli operatori d’impianto, operai, tecnici, laureati che oggi sono quasi del tutto superflui essendo gli impianti di ultima generazione controllati e gestiti da sistemi DCS (Distributed Control System) in grado di eseguire anche partenze, arresti ed eventuali lavaggi tramite sequenze completamente automatizzate.
La stessa cosa si potrebbe dire, anche se non ne ho una diretta evidenza, per gli impiegati di banca, delle assicurazioni, dei laboratori di analisi chimiche, degli studi tecnici di ingegneria civile e così via per tutte quelle attività per le quali non si richiede capacità dirigenziale e relazionale.

A questo punto mi sono chiesto quali miglioramenti, nell’esistenza di questa enorme massa di persone coinvolte da queste trasformazioni, abbia apportato questo progresso tecnologico ?. La risposta è ambigua perché senza dubbio il lavoro è stato semplificato ma non si è, per contro, ottenuta nessuna riduzione di orario di lavoro anche se abbiamo assistito a profonde ristrutturazioni aziendali con cospicui tagli del personale. L’ultima comunicazione di una grande banca Italiana parlava di 11.000 esuberi, stesso ordine di grandezza per FCA, per ex ILVA di Taranto, per Fincantieri di Monfalcone e potrei continuare. In tutto questo lungo periodo non abbiamo visto grandi aumenti salariali ma solo una diffusa precarizzazione del lavoro conseguente appunto all’inesistenza della specificità del singolo lavoratore e della sua facile sostituibilità.
In definitiva tutto questo “progresso” si è tradotto per i lavoratori in un aumento della precarietà, diminuzione del prestigio individuale, impoverimento economico, aumento dell’alienazione.

Chi ha beneficiato allora di questo “progresso”?
La risposta è, in questo caso semplice, il Capitale.

Secondo me non è una coincidenza che lo sviluppo accelerato di queste tecnologie legate all’ottimizzazione dei cicli di produzione industriale e non invece altre orientate alla risoluzione del cambiamento climatico o sviluppo di nuove tecnologie nella produzione di energia o nel campo farmaceutico per farmaci contro le malattie neuro-degenerative, siano avvenute tra la fine degli anni 80 ed oggi, cioè il periodo di più profondo Neo-Liberismo. Quelle orientate alla contrazione dei tempi di produzione ed alla spersonalizzazione delle figure professionali erano molto più efficaci se consideriamo il loro impatto sul “livello di Profitto del Capitale investito”
Stiamo attenti perché tutte queste trasformazioni sono avvenute nell’indifferenza se non quando con il plauso dei partiti di sinistra, intenti a trovare nuove “Ragioni sociali” che evitassero qualsiasi accostamento ai Partiti comunisti del novecento e con l’incapacità del sindacato a contrastarle trovandosi privato di una copertura politica ed appoggio dai partiti di sinistra.
E’ facile comprendere che le persone coinvolte in questa recessione sociale, in assenza di sostegno, spiegazioni e rassicurazioni per il futuro da parte della sinistra, abbiano avuto necessità, per sopravvivere psicologicamente, di addossare la colpa ad un nemico esterno preferibilmente extracomunitario e già comunemente antipatico a tutti; chi meglio degli islamici e dei neri raggruppava queste caratteristiche?
Su questi bisogni è stato costruito il successo della destra italiana.
La sinistra dovrebbe invece considerare:

  • Certezza sulla propria identità di ruolo
  • Riduzione della precarietà
  • Nuova specializzazione dei ruoli
  • Incrementi salariali legati agli Utili distribuiti

    Ed è a questi bisogni che il PD deve dare risposte se vuole tornare ad essere attraente per tutta la ex classe media di tutti i lavoratori italiani.

Andrea Macchia
15 Giu 2020

Edilizia e costruzioni: i numeri della crisi, le sfide del futuro

La chiusura del Paese dopo l’8 marzo e la progressiva riapertura avviata dopo il 4 di maggio hanno prodotto anche nel tessuto economico e occupazionale di Roma e del Lazio delle ferite serie che necessitano di attente valutazioni di merito e richiedono terapie d’urto importanti.

L’edilizia e il comparto delle costruzioni sono stati tra i settori più penalizzati. Benché la chiusura delle attività decisa l’8 marzo consentisse, sulla base dei codici Ateco, la parziale apertura di alcuni cantieri, il bilancio del bimestre marzo/aprile 2020 è dal punto di vista economico e occupazionale molto pesante.

Nel mese di marzo del 2020 rispetto al mese di marzo 2019 le ore lavorate in edilizia, denunciate in cassa Edile, sono diminuite del -54% (con una perdita di 2.246.000 ore lavorate); nel mese di aprile 2020 la perdita rispetto allo stesso aprile del 2019 è stata del 85% (con una perdita di 3.234.378 ore lavorate). Il bilancio totale da numeri da capogiro: meno cinque milioni e mezzo di ore lavorate, pari a circa 700 mila giornate di lavoro perse. Un dato che corrisponde a oltre 18 mila operai edili rimasti fermi, solo in parte tutelati dagli ammortizzatori sociali, visto che la perdita media di occupati registrati in casse edile nel Lazio nel bimestre è pari a 7.000 operai. A questi dati, già pesanti, vanno ulteriormente aggiunti i dati relativi ad impiegati e tecnici, nonché alle partite Iva che operano sui cantieri come lavoratori autonomi. Un insieme di professionalità che rischiano, senza una ripresa sostanziosa e duratura, di andare ad alimentare il mercato del lavoro grigio.

I due terzi delle perdite sono localizzate nell’area metropolitana di Roma, ma anche il resto della regione ha subito un colpo forte al tessuto economico produttivo del comparto. Una perdita di fatturato stimabile nei soli mesi di marzo ed aprile 2020 di oltre 250 milioni di euro. L’edilizia e il comparto delle costruzioni hanno storicamente rappresentato per Roma e il Lazio una filiera produttiva essenziale, senza di essa non è pensabile una vera ripartenza: e non solo perché si tratta di una filiera ad alta intensità occupazionale, con una radicata presenza di imprenditoria locale ed un forte ruolo della microimpresa e dell’artigianato, ma perché non c’e’ settore della vita sociale, non c’e’ ambito territoriale dove, se si pensa ad un futuro diverso, non è chiamata in causa anche la filiera delle costruzioni.

C’e’ tanto da fare: dalla messa a norma delle scuole da realizzare entro settembre, alla manutenzione delle città messe a dura prova nella fase del lockdown; dalla difesa idrogeologica (male latente di molte aree della Capitale e della regione), alla riorganizzazione del sistema sanitario, da realizzare attraverso una grande rete di strutture versatili, moderne, diffuse; dalla troppo lenta ricostruzione post sisma 2016, alla modernizzazione delle infrastrutture, a partire dal completamento delle opere da sempre incompiute (per esempio la Orte Civitavecchia, la Roma Lido, la ferrovia concessa Roma Nord, il prolungamento delle linea B della metropolitana fino a San Basilio – Casal Monastero e della linea C fino al quadrante nord della città, l’adeguamento del ponte della Scafa, il raddoppio della Salaria, la ciclovia tirrenica), dalla cosiddetta “rigenerazione urbana” che, sostenuta con l’intervento pubblico, deve essere intesa come un processo capace di portare servizi di prossimità e lavoro assieme ad un livello adeguato di urbanità, all’efficientamento energetico e all’adeguamento alle misure antisismiche del patrimonio edilizio esistente. Infine alla tutela e valorizzazione dei borghi e dei piccoli Comuni, verso cui è cresciuta l’attenzione culturale e sociale in questi mesi, ma che rischiano di tornare nel dimenticatoio senza politiche strutturali di rivitalizzazione economica e sociale.

Non è solo, dunque, una questione di risorse e di investimenti che pure sono indispensabili, è questione di scelte strategiche, di orientamenti istituzionali seri e condivisi, di innovazioni 4.0 nei processi produttivi e nell’organizzazione del lavoro, di una nuova responsabilità sociale di tutti gli attori che metta al centro la serietà e la trasparenza della pubblica amministrazione, la rapidità delle decisioni, la tracciabilità e la legalità a partire dalla lotta al dumping contrattuale e al lavoro nero sui cantieri. E anche il tanto atteso incentivo del 110% porterà un effettivo beneficio, solo se sarà collegato oltre che ai controlli fiscali su chi ne beneficia, anche alla regolarità e alla sicurezza del lavoro.

Per “fare” davvero serve, insomma, una forte spinta su 5 player dell’innovazione.

• Digitalizzazione delle stazioni appaltanti e assunzioni di giovani professionisti (architetti, ingegneri, informatici, economisti, geometri) nella Pubblica Amministrazione.
• Innovazione nei processi di gestione delle imprese e loro maggiore capacità di fare rete.
• Innovazione dei sistemi di relazioni industriali, spesso appesantiti da bizantinismi, per garantire nel rispetto del confronto tra le parti, un’operatività snella e assicurare sui cantieri edili la parità di condizioni di trattamento di tutti coloro che vi lavorano attraverso meccanismi come il contratto di cantiere e il contratto di filiera.
• Innovazione di prodotto, la pandemia e la fase di chiusura in casa hanno dimostrato, ad esempio, la necessità di innovare l’ offerta edilizia in termini tipologici, dimensionali, , nelle dotazioni tecnologiche e nei materiali, nel rapporto con lo spazio pubblico.
• Innovazione nei meccanismi di decisione politica, attraverso l’accorciamento dei tempi di decisione, pur nella salvaguardia degli istituti di democrazia che presiedono alle scelte partecipate, e una messa in mora dei ricorrenti “pentimenti” su opere già decise e cantierate.

Un’edilizia di qualità, all’interno di una filiera delle costruzioni, a queste condizioni non può che far bene alla ripartenza del Paese.

Serve però, in ultima analisi, una capacità di offrire risposte tanto sul mercato privato che su quello delle opere pubbliche che va sviluppata a partire da un protagonismo delle istituzioni e da un rinnovato patto tra le forze imprenditoriali, del lavoro, dell’ambientalismo e della tutela dei diritti di cittadinanza nell’ambito di un progetto di lungo termine di riconversione in chiave sostenibile di interi comparti della produzione e di innalzamento della qualità della vita nelle città. Da questo punto di vista occorre recuperare un ritardo perché l’Italia è pressoché l’unico Paese europeo a non avere una vera e propria agenda di politiche urbane, coerente con quella esistente a livello dell’Unione, e l’unico grande sistema amministrativo europeo a non avere un ministero responsabile per le politiche urbane. Nel tempo si è affermata l’idea che i rapporti tra lo stato e le autonomie locali debbano essere segnati dall’assenza di responsabilità dell’amministrazione centrale verso la condizione urbana. Una politica per le città è uno degli asset da cui ripartire per arrestare il processo involutivo dei nostri grandi sistemi insediativi in atto da tempo, migliorare la qualità della vita per i cittadini, contrastare le disuguaglianze urbane che sono disuguaglianze nella fruizione di diritti quale quello alla mobilità, all’istruzione e alla formazione, ai servizi e alla salute.

E’ necessario rimettere in agenda grandi politiche nazionali per migliorare la condizione di vita urbana, e sarebbe curioso se non lo facesse il paese che più di altri ha sempre fatto scorrere la propria linfa vitale nelle reti delle città. Questa è la grande sfida che abbiamo davanti.

A cura di Marco Tolli, responsabile politiche territorio e infrastrutture segretaria Pd lazio
e Giovanni Carapella, responsabile forum edilizia e politiche abitative del PD Lazio.

Marco Tolli e Giovanni Carapella
15 Giu 2020

Più risorse per i Beni culturali, un settore sempre più in difficoltà

Desidero porre l’attenzione sul settore dei Beni Culturali, suggerire una riflessione su cioè che vuole dire aver cura di questi beni comuni e non sottoporli alla subordinazione del turismo e sempre più spesso degli interessi privati. Vorrei che l’Italia facesse i conti con il suo patrimonio culturali a prescindere dallo sfruttamento economico che ne può derivare e soprattutto di come questi beni diventino scomodi o invisibili quando si tratta di metterli in rapporto ad altre parti della nostra economia (come lo sfruttamento del suolo).

Vorrei evidenziare le difficoltà di lavoro in questo settore, nonostante tante università italiane gli dedichino corsi di laurea: non esiste futuro per questi laureati. Infine propongo una riflessione su cioè che comporta l’Autonomia Regionale per i beni culturali, per questo invito a leggere l’articolo di Silvia Mazza dedicato alla Sicilia
https://www.finestresullarte.info/1326n_sicilia-colpo-mortale-patrimonio-culturale-nuovo-ddl-beni-culturali.php#commenti

Giovanna Montevecchi
15 Giu 2020

Indispensabile una rete ad alta velocità di dati

È necessario completare una rete di comunicazione ad alta velocità (fibra o qualsiasi altra cosa) non solo per le grandi città ma anche per i paesi, vallate, comprensori ecc.
Vivo in un piccolo comune, abbastanza ma non troppo vicino ad una città; lavoro come Libero Professionista e soffro la lentezza di una rete ADSL talmente veloce che ci vogliono ore per caricare o scaricare qualche giga di dati.

Una rete ad alta velocità di dati è indispensabile come e forse di più di una rete di trasporti.

Lastene Bevoni
14 Giu 2020

Smart working per sempre? No, grazie

Nel mondo del lavoro, a tutti i livelli, ha preso vita il dibattito che parte dalla tesi che lo smart working debba diventare il modello da preferire al lavoro tradizionale caratterizzato dal lavorare insieme ad altri all’interno di un luogo fisico: uffici, studi professionali, laboratori, ecc. Sono totalmente contrario a questa tesi.

Il cosiddetto smart working, che in Italia è diventato un tele-lavoro con tecnologia più accessibile, è stato fondamentale durante l’emergenza. Attraverso il lavoro a distanza è stato possibile mantenere in vita posti di lavoro, funzioni fondamentali per la gestione dell’emergenza e ha mantenuto in attività milioni di persone costrette nelle proprie case. È stata, appunto, una soluzione imposta dall’emergenza, non può diventare la normalità.

Il lavoro da casa incrementa la dose di individualismo presente nella nostra società. Se ognuno di noi analizza i vantaggi dal punto di vista personale: non c’è alcun dubbio lo smart working ha i suoi innumerevoli vantaggi. Meno ore passate nel traffico, tutte le comodità dell’ambiente casalingo e una presunta migliore gestione dei tempi lavoro/tempo libero.

Un’altra parte del dibattito che va molto di moda, sono i risparmi. Lo smart working è visto come l’eldorado del risparmio: meno trasporto di persone, meno consumo energetico degli uffici, meno cravatte, meno carta, meno caffè. I lavoratori consumano meno, le aziende risparmiano.

Il discorso finisce qui, vantaggi per i lavoratori e risparmi per le aziende. Credo che invece il tema debba essere guardato da un altro punto di vista, bisogna avere una visione più ampia, analizzando gli effetti generali sull’economia, sulla produttività e anche sulla qualità della vita dei singoli.

Ognuno di noi è portatore di un circuito economico: grazie al lavoro di ogni singola persona esistono altre persone che ci permettono di lavorare, lavorando anch’esse. È sufficiente analizzare quanto il singolo spende per le attività accessorie al lavoro che svolge.
Il caffè la mattina prima di andare in ufficio, il tragitto casa lavoro in qualsiasi modo avvenga. I vestiti per ogni occasione, il pranzo in mensa. L’aperitivo a fine giornata con i colleghi, i viaggi di lavoro. Un’economia, nemmeno tanto micro, che scomparirebbe con l’uso massiccio del tele-lavoro, basta pensare al mercato dei buoni pasto: con l’obiettivo di risparmiare sparirebbe. La scomparsa del lavoro fuori casa significa rischiare, nel medio periodo, la scomparsa di posti di lavoro. Il lavoro genera altro lavoro, è una banalità dirlo, ma è meglio ricordarselo in questo periodo.

Uno dei temi dei fautori dello smart working, che spesso diventano veri e propri fans, è il tema della produttività. Il leitmotiv è l’idea che il singolo conciliandosi con i suoi tempi, decidendo autonomamente quanto tempo dedicare al lavoro e quanto alle attività personali diventi maggiormente produttivo e orientato al risultato lavorativo. Questo è vero se, quanto sta accadendo in Italia, fosse un vero smart working. Invece, stiamo assistendo allo smantellamento del lavoro in sede (ufficio o laboratorio) non spostando il principio orario/salario su obiettivo/salario, ma semplicemente spostando l’attività a casa ampliando al massimo l’orario in cui sei a disposizione dell’azienda. Presi dal panico della crisi post Covid, la soluzione è quella di risparmiare sui costi di struttura e avere più tempo dei lavoratori a disposizione, il tutto condito con un richiamo al futuro del mondo del lavoro, ovviamente in inglese, smart.

Trovo incredibile come da questo dibattito sia del tutto scomparso il tema della creatività di cui ogni lavoro necessita. Anche il lavoro più burocratico e monotono, se fatto insieme fisicamente ad altri, restituisce ai lavoratori un senso di concretezza inimmaginabile se svolto al computer da solo a casa.
Il dialogo con i colleghi, soprattutto quello che avviene al di fuori della scrivania, è il momento dove la creatività viene esaltata a vantaggio di tutti. Siamo passati, senza pensarci troppo, dal coworking e dai loft agli spazi aperti di condivisione e alla corsa all’isolamento.
Il cuore pulsante del lavoro da casa è l’insieme delle piattaforme di videoconferenze. Abbiamo passato le nostre giornate durante la pandemia su zoom, entusiasmati dalla facilità di utilizzo, dal riuscire a cucinare durante una riunione, dal fare consigli di amministrazione dal letto e colloqui di lavoro dal bagno, abbiamo immaginato di chiudere uffici e di risolvere ogni attività di lavoro comune con una videoconferenza.

All’inizio era tutto così performante, tutti partecipavano dopo un dieci minuti di doveroso: “mi sentite? Io vi sento!”. Con il tempo, la tendenza è diventata quella di essere (tele) spettatori, mi collego spengo cam e microfono e forse ascolto. Quanti di noi, terminata una sessione di lavoro in videoconferenza, hanno percepito una sensazione di distacco dalla realtà, una sorta di malinconia che ti assale appena il monitor si spegne: sei improvvisamente da solo, ma lo eri anche prima seppur collegato con altri a loro volta soli nelle proprie case.

Il lavoro, che piaccia o meno, è il modo con cui le persone si realizzano e si identificano, spogliarlo del movimento e dell’interazione tra persone a favore di una presunta agilità informatica e casalinga significa mettere a rischio il senso profondo del lavorare.

Ben venga l’utilizzo delle tecnologie per lavorare da casa, ma solo se usate con parsimonia e quando realmente serve, come nel caso dell’emergenza Covid. Organizzare il lavoro di un azienda guardando alla modalità smart come sostitutiva significa anche mettere a rischio diritti e redditi dei lavoratori. L’obiettivo dell’impresa capitalista è quello di massimizzare i guadagni riducendo i costi. Lo smart working offre la soluzione su un piatto d’argento.

Sono stupito dalla richiesta dei sindacati di voler normare il lavoro da casa, rivendicando il diritto alla disconnessione. Dal momento in cui ti siedi ad un tavolo di trattativa sul tema, abiliti lo smart working al suo utilizzo al di fuori delle emergenze. Il diritto alla disconnessione verrà concesso in cambio di un riduzione del reddito. Il datore di lavoro rivendicherà nel giro di poco tempo che il lavoro da casa deve costare meno del lavoro in ufficio: l’obiettivo è il risparmio non la vita smart.

Ripensare il mondo del lavoro è doveroso per il post-Covid, ma senza atteggiamenti manichei ed emergenziali: utilizzare le nuove tecnologie per agevolare la vita delle persone non può andare a discapito dell’economia generale. Preferisco uscire di casa ed andare in ufficio consapevole del fatto che in questo modo la mensa aziendale non chiuderà e continuerà a offrire lavoro.

Andrea Laguardia, Resp.nazionale Settori Multiservizi, Ristorazione e Servizi Ambientali

Andrea Laguardia
14 Giu 2020

Considerazioni su un possibile nuovo metodo didattico

Il punto di partenza di queste mie considerazioni risiede nella constatazione che, sempre più precocemente, i nostri ragazzi familiarizzano con l’uso avanzato dello smartphone.
Quando incontro gli allievi che si recano a scuola, caricando la spina dorsale con degli zaini pesantissimi, mi chiedo perché non si utilizzi il mezzo informatico, giacente nelle loro tasche, contenente informazioni migliaia di volte più approfondite dei loro manuali.
Negli ultimi tempi, si è spesso aperto un dibattito se debba essere consentito allo studente di portare il telefonino in classe.

La mia opinione è che non solo debba essere consentito, ma che vada utilizzato come meraviglioso strumento didattico.
L’insegnante dovrebbe aiutare l’allievo a sviluppare il senso critico nella ricerca delle informazioni.

Dovrebbe essere discussa l’importanza delle fonti. Ad esempio Wikipedia non sempre è una fonte attendibile in quanto ogni voce è costruita comunitariamente, quindi l’informazione ha bisogno di verifiche.

In un primo tempo l’insegnante potrebbe assegnare l’argomento di ricerca, ma in un secondo tempo l’allievo potrebbe essere libero di spaziare in argomenti correlati. Quando viene interrogato l’allievo dopo l’esposizione dovrebbe fornire le fonti e discuterne l’attendibilità. Oltre a sviluppare il senso critico l’allievo imparerebbe un metodo di studio che lo accompagnerà nella vita, dovendo confrontarsi con la formazione permanente.
Un altro utilizzo dello smartphone come mezzo didattico potrebbe essere quello di spronare l’allievo alla redazione di un blog personale. Nel blog verrebbero riportati pensieri sugli argomenti discussi in classe, così facendo si imparerebbe a costruire degli enunciati che potrebbero poi essere letti e discussi in classe. In alternativa l’allievo potrebbe costruire un canale video, ad esempio utilizzando YouTube, con le stesse finalità del blog.

Concludo dicendo che a parer mio le nuove scuole andrebbero progettate dagli architetti, in collaborazione con i pedagogisti, in modo da creare spazi aperti nei quali si rafforzi il senso di comunità. Bisognerebbe quindi superare il paradigma corridoi-aule.
La tecnologia quindi va sfruttata al meglio per quello che vale e dimostrare che può essere usata per scopi commendevoli.

Girolamo De Vincentiis
13 Giu 2020

Subito una riforma per riorganizzare la medicina del territorio

Dopo la debacle della sanità lombarda, perché non proporre una riforma organica seria che spazzi via le riforme Maroni e Formigoni, che hanno moltiplicato le direzioni sanitarie e amministrative divorando risorse che sarebbero state spese meglio per pagare meglio i medici ospedalieri e gli infermieri. Prendiamo l’ultima riforma che ha raggruppato le asl in ats, se prima pagavamo tre direttori amministrativi, adesso paghiamo un super-direttore ats + 3 direttori di zona. La stessa cosa dicasi per le asst. Se ats e asst fanno tutte e due sanità, perché non unirle?

Ats paga le prestazioni alle asst, perché i drg ospedalieri non farli pagare direttamente dalla regione. Perché non possiamo copiare il sistema delle case della salute che ci sono in Emilia per riorganizzare la medicina del territorio? La spesa sanitaria regionale un tempo prendeva l’ottanta per cento del bilancio regionale, adesso siamo al settanta per cento. Non si può ritornare a rifinanziare di più la sanità?

Giovanni Branchini
13 Giu 2020

Riapertura scuole e distanziamento sociale

Il tema della ripresa delle scuole a settembre è certamente uno dei più stringenti in questi giorni; impegna, coinvolge e preoccupa direttamente o indirettamente tutti, e numerosi sono gli sforzi per elaborare soluzioni percorribili. Premesso che faccio l’architetto e che quindi sarei certamente più adatto ad affrontare problemi di tipo logistico piuttosto che tematiche sociali o sanitarie, sento comunque l’esigenza, da padre di una bambina che farà la quinta elementare, di condividere alcune riflessioni, forse banali se non ingenue.

Ma siamo davvero convinti che il distanziamento, ormai dato per scontato, sia l’approccio giusto per affrontare il problema della riapertura delle scuole, in particolare in riferimento alle scuole primarie e dell’infanzia? Credo invece sia una evidente contraddizione, rafforzata dal fatto che i bambini (per fortuna!) non sono realmente in pericolo: il luogo per eccellenza dove il bambino apprende la socialità al di fuori del nucleo familiare sarà organizzato sulla base del concetto di distanza sociale (!).

Una società veramente moderna dovrebbe avere il coraggio di ricorrere agli strumenti della scienza, affrontando il problema per quello che è veramente: un problema di prevenzione sanitaria. Non pare impossibile; d’altra parte, la riapertura del campionato di calcio si farà adottando misure che niente hanno a che vedere con mascherine e schermi di plexiglass, ritenute ovviamente impraticabili. E nella scuola? Sono praticabili? Onestamente direi di no.
Non reggono nemmeno considerazioni di tipo economico; il previsto distanziamento si presenta immediatamente come costosissimo: necessità di reperire personale aggiuntivo, spazi da adeguare, materiali da acquistare. Oltretutto, sarebbero investimenti principalmente legati alla contingenza del momento, che poco o niente hanno a che fare con una programmazione del futuro e, soprattutto, destinati in gran parte al settore privato.

Ma se tutte queste risorse si investissero invece sulla sanità e la ricerca, per trovare una vera soluzione che escluda il distanziamento (roba da antica Grecia, argomentava Vittorio Emanuele Parsi esponendo la sua idea di un nuovo Rinascimento), che sia veramente il risultato di una società del XXI secolo?
Invece di spendere fiumi di denaro in mascherine, schermi protettivi, detergenti (oltretutto fortemente inquinanti), non si potrebbe investire in tamponi, test sierologici, laboratori di ricerca (mi viene in mente il fantastico staff, tutto al femminile, che per primo è stato capace di isolare il virus in un luogo che richiamava forse la Germania est degli anni ’70, non certo Star Trek)?

Non possiamo immaginare una vera commissione interdisciplinare di esperti che analizzi seriamente il problema, partendo dalle reali situazioni logistiche delle strutture e risorse umane esistenti (spesso già inadeguate rispetto ad un utilizzo ‘normale’), spostando il discorso del distanziamento dal singolo studente alle classi, pensando a nuove modalità didattiche in presenza, utilizzando le tecnologie di geolocalizzazione e i famigerati big data per fare vera prevenzione?
Fortunatamente, immaginare non costa niente.

Fabrizio Milesi (Architetto specializzato in urbanistica e pianificazione territoriale, solo da poco ho deciso di aderire al Pd e cerco di dare il mio piccolo contributo quale componente della segreteria dell’Unione Comunale PD di Vaglia, un piccolo Comune in provincia di Firenze).

Fabrizio Milesi
12 Giu 2020

Per una Sinistra aperta nella società della globalizzazione guidata dalla tecnologia

I progressisti devono rivalutare la parola Progresso

Progresso è una parola con molti significati, ricca di contrasti. Ognuno di noi ha la sua idea di progresso e spesso troviamo a chiederci se quello che abbiamo definito essere progresso fino ad oggi lo sia davvero. Ogni giorno sui nostri schermi appaiono notizie che ci fanno fortemente dubitare che la nostra vita stia migliorando. Progresso è guardare al futuro, a come rendere migliori le nostre vite. Ed il futuro è la ragione stessa di esistenza della Sinistra. Senza tensione verso il futuro non c’è Sinistra. Le destre guardano al passato ed al presente. La Sinistra ha sempre guardato oltre. E ha fatto bene: la vita umana è in continuo e progressivo miglioramento fin dalla prima rivoluzione industriale, con una forte accelerazione negli anni del secondo dopoguerra.

Distribuire meglio i vantaggi del progresso
Oggi gli standard di vita dell’Occidente e dei cosiddetti Paesi emergenti – o ormai grandi potenze economiche come Cina ed India – sono allineati su livelli elevati. Milioni di persone hanno visto crescere in modo spettacolare aspettativa di vita e reddito, per esempio. C’è voluta la politica per questo. Non era scontato che avvenisse. Il mercato è stato un importante strumento di produzione ed allocazione di ricchezza ma c’è voluta la Sinistra a garantire che essa si distribuisse più equamente nella società. Il progresso non è tale se non può goderne un numero sempre crescente di persone. Ma è possibile. Le destre guardano al passato, con un approccio reazionario, passatista, chiuso. Badano a soddisfare solo bisogni immediati, la cosiddetta pancia, spesso ingannando i cittadini.

Gli errori da evitare
Noi sappiamo che questo non porta niente di buono a noi ed ai nostri figli. Abbiamo però trascurato troppo l’oggi, appiattendoci su una visione idilliaca del mercato, nella quale l’aumento del livello dell’acqua avrebbe portato su tutte le barche. Abbiamo scoperto al prezzo di dolorose sconfitte elettorali che non era così. Questo però non deve assolutamente minare la nostra voglia di futuro e di progresso. La ragione e l’umanesimo devono guidare la nostra azione. Progresso è una bella parola e dobbiamo riprendere a pronunciarla senza vergogna. Perché è una tendenza inesorabile della Storia e perché dobbiamo aiutare la Storia a realizzarla nell’esperienza delle nostre vite. Per questo serve una Sinistra liberale e progressista, qui ed ora.

Non sono società chiuse, dazi, nazionalismi e tribalismi la soluzione
La globalizzazione guidata dall’accelerazione tecnologica è il tratto caratteristico del Ventunesimo secolo. Un fenomeno di poderosa integrazione fra le economie mondiali che porta insieme grandi vantaggi e grandi rischi. Non saranno le minacce alla salute globale a mutarlo radicalmente. La sua caratteristica principale è quella di premiare più che nelle rivoluzioni tecnologiche precedenti un elevato e sofisticato livello di conoscenza tecnica (e non solo). Accanto a noi vivono persone che la possiedono e prosperano ed altre che non la possiedono e si trovano in difficoltà. E così le città: dove sono presenti in misura concentrata queste competenze, c’è benessere. Altrove, declino.

Il ruolo cruciale del cambiamento tecnologico
I beni ed i servizi che acquistiamo contengono sempre più l’elemento tecnologico, in particolare quello digitale, e sono ottenuti con l’assemblamento di parti prodotte in luoghi sparsi per il mondo. Molte filiere di produzione sono ormai mondializzate. La tecnologia entra anche nei circuiti produttivi dei beni primari, quelli agricoli per esempio. E’ fra noi per restare e non ci deve spaventare. Tutti possiamo farcela se veniamo aiutati. Tutto ciò ci pone di fronte alla necessità di aprirci a nuove conoscenze ed al rapporto col resto del Mondo, in maniera maggiore e più consapevole che in passato. Il ritorno a forme di chiusura attraverso i dazi, il nazionalismo, o peggio ancora i tribalismi dei primati nazionali portano diritti i nostri Paesi verso il conflitto. Le interrelazioni internazionali sono ormai tali e tante che spezzarle non può che generare pericolosissime rotture.

Spingere ancor più sull’integrazione europea e spendere bene le risorse
Bisogna, al contrario spingere ancor più l’integrazione europea – ed anche quella italiana – facendo in modo che tutti, anche i più piccoli ed isolati abbiano un reale ascolto. La soluzione per la pace sta nel coniugare il consolidamento dell’Unione Europea e delle altre organizzazioni di cooperazione internazionale con il potenziamento di un ascolto vero, concreto, che si traduca in fatti che migliorano la vita dei cittadini. L’Italia deve prestare una crescente attenzione alla qualità delle sue istituzioni. Spendere bene, in modo efficace, è la prima condizione per poter accedere all’uso di crescenti risorse nel quadro nazionale e nel quadro comunitario.

Cooperazione, negoziazione, ascolto, partecipazione invece che diffidenza, chiusura, conflitto permanente, nazionalismo. Ecco la cultura che una nuova sinistra progressista e liberale deve mettere in campo.

Stefano Sotgiu
12 Giu 2020

Congedi parentali di 5 mesi

Direi di rendere il congedo parentale obbligatorio per i padri di 5 mesi, come quello delle madri che decorre dal primo giorno di rientro al lavoro della madre. Più tutta l’aspettativa facoltativa per entrambi i genitori (fino a 6 mesi per ciascun genitore). Stipendio minimo garantito non inferiore ai 1000 euro netti più l’assegno unico per figli.

Alessia Gabelasdi
12 Giu 2020

Riforme sociali di sinistra

Salve, sono un giovane militante che ha 29 anni e sono laureato in Diritto dell Economia a Padova, da due anni e mezzo iscritto al PD, ma devo ancora rinnovare la tessera del 2020 e sono indeciso.

Volevo esprimere le mie perplessità perchè vorrei vedere un partito più di sinistra non solo nelle parole del Segretario Zingaretti e di esponenti della sinistra dem (Cuperlo, Enrico Rossi, Marco Furfaro, Laura Boldrini, Majorino e altri ) ma anche nei fatti e cioè in riforme concrete di sinistra.

Inizierei dal salario minimo legale come in Spagna, e dalla abrogazione dei Decreti Sicurezza, per passare alla legge sui diritti delle persone LGBT e la presa di posizione netta su Stati come l’Egitto che violano sistematicamente i diritti umani come ritirare l’ambasciatore e sospendere i rapporti economici e diplomatici . Leggo con stupore la vendita di armi all’Egitto da parte del Governo Italiano. Ma in mio contributo sarebbe quello di proporre una nuova agenda tematica del P.D. di sinistra al congresso futuro ( spero il prima possibile ) con al centro l’ambiente, la riforma fiscale, l’uso del Mes per la sanità pubblica che necessita ancora di sostegno, il salario minimo legale, l’abrogazione dei Decreti Sicurezza, una politica di semplificazione della burocrazia e della pubblica amministrazione, un reddito di inclusione esteso a chi ne ha bisogno perché nessuno rimanga indietro infine la legalizzazione delle droghe leggere e la tassazione dei capitali con una legge sul dumping fiscale. Pene severe per l’evasione fiscale e una tutela più forte per i disabili (oggi percepiscono solo 297 euro mensili che sono pochissimi ).

Una politica quindi del PD e della sinistra per un’Italia più giusta e solidale dove giustizia sociale e libertà vadano di pari passo. Mi piacerebbe parlare di tutto ciò in un congresso tematico sulle idee come annunciato a gennaio dal Segretario Zingaretti e spero si vada verso una soluzione con un congresso il prossimo anno per rilanciare il PD e la sua azione di governo, ponendoci come tema anche quello delle alleanze che vanno oggi in ordine sparso alle prossime Regionali.

Matteo Santato
11 Giu 2020

La crisi della Sinistra e la risposta di Berlinguer, 36 anni dopo

Casa per casa, strada per strada. Trentasei anni fa come oggi, Enrico Berlinguer ci lasciva, dopo il suo ultimo indimenticabile comizio a Padova. “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”.
Qualche mese fa, in televisione, Achille Occhetto, ultimo segretario del partito comunista Italiano, intervistato nella trasmissione dell’Annunziata, ha dichiarato con una lucidità incredibile che per fare politica non basta la passione, ma serve il rigore della ragione. Occhetto ha poi fatto un’analisi brevissima, ma efficace, sullo stato di salute della sinistra italiana e soprattutto del Partito Democratico, indicando come soluzione alla crisi di consensi la messa in campo di un pensiero complesso, affiancato da una comunicazione semplice, che dia un’anima al popolo della sinistra. Quello che è mancato in questi anni, a suo dire, è stato il rapporto con il ceto popolare e una risposta vera alla crisi. In questo preciso momento storico la domanda che più spesso ci facciamo noi di sinistra è come mai l’Italia, regione dopo regione, comune dopo comune, si sia svegliata improvvisamente leghista.

La questione non è certo semplice, ma di sicuro per evitare la superficialità di qualsiasi risposta, è bene sgombrare il campo da ogni tipo di alibi che attribuisce agli elettori la colpa di non accontentarsi di quello che offre oggi la sinistra. L’ascesa di Salvini al potere, dalla presa del suo partito al ministero degli interni, è stata dirompente . Ciò di cui si è parlato meno spesso è stata la lenta e silenziosa presa dei comuni da parte della Lega e quindi la presenza dei seguaci del carroccio sui territori. Come Pisa, Ferrara o altre città toscane o emiliane, storicamente roccaforti rosse.

Perché oggi anche chi si dichiarava di sinistra, trova nella lega una valida alternativa? Forse vale il detto che gli spazi lasciati vuoti vengono presi da qualcun altro. Nell’era post ideologica in cui viviamo, se una percentuale di elettorato si tiene ancorato alle ideologie, la maggior parte dell’elettorato, specie i nuovi elettori, sentono il bisogno di risposte semplici a problemi complessi che nessuno negli anni ha saputo risolvere. Si sceglie il verde per alternativa, per stanchezza, perché sembra interpretare in maniera più semplice -talvolta semplicistica- il nostro tempo, facendo appelli alla percezioni della gente. La paura dell’invasione dello straniero, per esempio, obbliga la politica di oggi a tenere conto del fenomeno immigrazione con maggiore impegno, pur non essendo, con numeri alla mano, un fenomeno di tale portata. L’Italia, secondo uno studio condotto dall’istituto Ipsos, è il primo paese, tra i 15 dell’Ocse, per distanza tra percezione e realtà. E quello che fa una certa parte politica oggi è giocare proprio con le percezioni dell’elettorato. Sono aumentati i reati, il fenomeno dell’immigrazione è in aumento, è diminuita la sicurezza, manca il lavoro. Se tutti questi argomenti venissero affrontati con dati alla mano, ci accorgeremmo quanto l’agenda politica sia talvolta lontana dai veri problemi del paese e sia modellata semplicemente attorno al consenso facile.

È pur vero che, se i cittadini avvertono certi problemi o hanno certe sensazioni, la politica deve svolgere il doppio ruolo di raccontare la verità delle cose e affiancare ai dati una soluzione alle questioni sollevate. Se in Italia sono presenti il 7% degli immigrati, ma i cittadini ne percepiscono il 25%, da qualche parte si deve cominciare presto. Bisogna stare però attenti alla propaganda che si autoalimenta. Se l’elettore medio leghista lamenta la gestione dell’immigrazione e la presenza per le strade di giovani migranti magari finiti in giri poco legali, dovrebbe riconoscere nei decreti sicurezza esattamente l’effetto opposto da quello auspicato.

Non è togliendo l’asilo ai richiedenti, chiudendo le strutture di accoglienza, disintegrando i progetti di integrazione che si combatte l’immigrazione clandestina. Così si sono soltanto messe in strada migliaia di persone che, non avendo nulla, è probabile che trovino proprio nelle attività illegali le loro uniche forme di sostentamento. E la propaganda leghista si autoalimenta.

Ma al di là della propaganda, non è certamente soltanto questo il motivo per cui la Lega di Salvini ha raggiunto da sola picchi del 34% ed ha preso comuni e regioni nell’ultimo anno. Ritorniamo alla presenza nei territori. Negli anni di governo, il Partito Democratico ha perso lentamente il polso della politica locale. Uno dei colpi di grazia maggiori se l’è dato da solo, promuovendo e votando l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che, per lo meno, dava a disposizione dei maggiori partiti un budget per la sopravvivenza, budget che adesso i partiti non hanno più. Oggi se trovi un privato disposto a finanziarti bene, che si trovi a Mosca o in Italia, avrai più possibilità di concorrere nell’agone politico. Viceversa o ti autosostieni o muori lentamente.
Susanna Turco, nel dicembre 2018, per l’Espresso, si avventurò a raccontare il lento decadimento dei circoli del PD, da Roma a Bologna. Sedi chiuse, debiti precedenti, dipendenti in cassa integrazione, mancano i soldi per tenere una saracinesca aperta o pagare la luce. Al posto di qualche sede storica, adesso ci stanno attività commerciali. A Bologna, racconta la giornalista, hanno chiuso 30 sedi in 10 anni. Pensate cosa ci sarà nelle città che tradizionalmente non sono mai state rosse. Più che il deserto.

In questi anni il Partito, oltre a perdere terreno e spazi, ha perso elettori perché non c’è stato. È stato lontano da quei luoghi da cui oggi viene fuori il maggior consenso per l’alternativa leghista. Ci sono state importanti riforme, qualche numero da negativo è diventato positivo, ma in certi luoghi non puoi raccontare soltanto di numeri che crescono, se in quei luoghi non è cambiato niente e se la percezione continua ad essere un’altra. Il rapporto con le persone, il dialogo per le strade c’era finché il partito era presente, finché la luce era accesa, finché non venivano lasciati soli segretari e piccoli dirigenti. Un partito troppo poco presente in periferia, quasi assente in provincia, che regge ancora per i comuni medio grandi. In tal senso ne sono conferma i risultati di una rilevazione a cura di Noto Sondaggi e EMG Acqua, commissionata dall’Associazione Nazionale Per La Modernizzazione Degli Enti Locali. I comuni con più di 60 mila abitanti, cioè i grandi centri, si affidano all’attuale maggioranza di governo, ora spostata a sinistra. Nei comuni con pochi abitanti la Lega avanza. Appare quindi evidente che la lontananza, fisica e non solo, dai palazzi del potere e dai maggiori centri, genera consenso verso chi sembra coinvolgere proprio quella fetta di elettorato nelle province e nelle campagne italiane.

Durante la campagna elettorale per le regionali in Umbria, l’ex ministro degli interni ha tenuto 51 comizi in giro per la regione, il suo competitor 15. La presenza nei territori non è una frase da recitare a memoria ad ogni assemblea, per condannare qualcun altro ed autoassolversi. La presenza in politica è fondamentale.
Nella recente campagna elettorale tra i democratici americani nel 2018, Alexandria Ocasio-Cortez ha strappato un seggio al congresso a Joseph Crowley, sulla carta imbattibile, proprio girando il suo quartiere porta a porta, offrendo un’alternativa valida, coinvolgendo i cittadini di Queens e Bronx e facendoli sentire parte di una storia nuova. Cos’è che la gente cerca? La fiducia, la comprensione, la compassione e qualcuno con cui parlare dei problemi che deve affrontare ogni giorno. In sostanza la presenza nei territori e qualcosa da dire. Chi sarà capace nei prossimi anni a tornare per le strade con un programma importante, sconfiggerà Salvini e le Lega. Chi pensa che il fenomeno si autodistruggerà, assisterà alla presa di potere con maggiori consensi del leader più amato e più odiato d’Italia. Dobbiamo tornare casa per casa, strada per strada, azienda per azienda.

Gloria Di Miceli
11 Giu 2020

Recovery Fund e il ruolo dell’Europa

Diciamocelo chiaramente: la proposta della Commissione europea di un “Recovery Fund” da 750 miliardi non ha precedenti nella storia dell’Unione Europea. Poi sicuramente verrà modificato in sede di approvazione, ma il dato politico di oggi è chiarissimo: con questa proposta la Commissione europea si è assunta una responsabilità inedita, che a mio parere merita pieno appoggio, non solo perché all’Italia conviene più di tutti; ma soprattutto perché dimostra che di fronte a situazioni enormi che riguardano tutta Europa, l’Europa unita è in grado di offrire risposte altrettanto enormi.

Ora la palla passa alla fase delicata delle trattative, che sicuramente saranno lunghe, e finiranno per abbassare inevitabilmente l’asticella posta così in alto dalla Commissione. Infatti, prima ancora che la discussione arrivi al cospetto del Parlamento Europeo, la proposta deve essere approvata all’unanimità dal consiglio europeo che rappresenta i governi dei 27 stati membri. E qui abbiamo un problema che mi preme sottolineare: le procedure decisionali della UE, nelle fasi cruciali e sulle tematiche più importanti (come le manovre straordinarie di bilancio) richiedono l’approvazione dell’unanimità dei governi degli stati membri. Questo crea e creerà inevitabilmente dei compromessi al ribasso, in modo che i vari accordi possano essere accettati anche dagli stati membri più recalcitranti.

Il difetto di questo sistema è evidente: quello che è, e che sarà, sotto i riflettori della discussione sono sempre e solo gli interessi contrapposti dei singoli stati; contrapposizioni che spesso dal mondo politico e dai media vengono esasperati in tutto e per tutto.
Quello che passa in secondo piano è invece l’aspetto che dovrebbe rimanere centrale: l’interesse comune dell’Europa. E questo interesse comune, che c’è ed è particolarmente evidente proprio in periodi di emergenza come questo, trova la sua sede plastica nel Parlamento Europeo, l’organo della UE eletto da tutti i cittadini di tutti gli Stati, in cui gli europarlamentari si suddividono per gruppi politici e non per Stato di appartenenza.
Allora nel mio piccolo mi permetto di dire una cosa: in questa fase di trattativa sul Recovery che si annuncia lunga e complessa, la politica si dimostri matura (o almeno un po’ più matura del solito): metta al centro dei propri obiettivi l’interesse comune dell’Europa e non pretenda di mettere sempre e comunque l’interesse dei singoli stati prima di tutto, in un continuo gioco al massacro in cui alla lunga perdiamo tutti, specialmente le realtà economiche e sociali più fragili.

In altre parole: il Parlamento Europeo non sia succube dei governi europei e rivendichi il proprio ruolo di rappresentanza democratica. Il Parlamento europeo abbia l’ultima parola.

Articolo pubblicato da La Nuova Ferrara il 2 giugno 2020

Mattia Franceschelli
10 Giu 2020

L’Italia dovrà farcela da sola: ha occasione, movente e mezzi

“Siamo in un momento decisivo, una crisi che non può essere affrontata da nessun paese da solo”, ha detto il 27 maggio 2020 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen presentando a Bruxelles la proposta dell’esecutivo Ue per il lancio del Recovery Fund da 750 miliardi di euro.
L’Italia ha sempre attribuito le cause che penalizzano la propria crescita a fattori per così dire esterni: ora alla locomotiva d’Europa (la Germania) che non corre più, ora alla minore crescita della Cina rispetto agli anni passati; ora all’America che impone i dazi ai prodotti italiani, ora all’Europa che impone l’austerità. Ora la causa è il Coronavirus.

Il Coronavirus (ancora un fattore esterno) dà modo di potere escludere parzialmente gli altri fattori esterni, e fa emergere che le ragioni della bassa crescita sono invece da attribuirsi per lo più a fattori interni: evasione fiscale, macchina di governo (leggi: burocrazia) farraginosa, alto debito pubblico.
Qualcosa sembra muoversi sul fronte della lotta all’evasione fiscale: la fatturazione elettronica (per es.).

Qualcosa sembra che si muoverà sul fronte dello snellimento della burocrazia: un piano contro la “paura di firmare” che blocca le opere pubbliche, in modo da potere impiegare le risorse che l’Europa da tempo ha messo a disposizione dell’Italia e che ora le metterà a disposizione tramite il Recovery Fund (172 mld).
Sul fronte del debito pubblico, invece, le cose peggiorano in maniera davvero drammatica. Il ricorso ai prestiti europei tramite la Bce, il Sure, il Recovery Fund, la Bei, i Btp (e forse il Mes) sembra oggi la soluzione più a portata di mano. Una “soluzione” che oggi è il salvavita (come il prestito al negoziante in difficoltà economiche) ma che domani strangolerà (perché il negoziante dovrà restituire somme sempre più elevate).

Il debito pubblico non sarebbe un problema per lo Stato se lo Stato potesse stampare moneta con cui pagare i suoi debiti (prestando attenzione all’inflazione), ma sarebbe certamente un problema se lo Stato dovesse rivolgersi al mercato: le Agenzie di rating potrebbero valutare il debito pubblico italiano insostenibile e quindi degradare i suoi titoli a livello “spazzatura”, facendo così aumentare lo spread Btp-Bund sul quale si avventerebbero come squali gli speculatori finanziari che chiederebbero interessi più alti.
Se l’Italia non può stampare l’euro in piena autonomia (perché ciò è prerogativa della Bce), potrebbe invece dotarsi di una moneta digitale circolante parallelamente all’euro e solo internamente alla nazione, proprio come avviene tra i privati che utilizzano come mezzo di scambio la criptovaluta bitcoin. La domanda è dunque la seguente: l’Italia potrà dotarsi di una moneta tipo bitcoin? Nel suo documento del 2015 dal titolo “Virtual Currency Schemes. A Further Analysis” la Bce approva lo scambio di bitcoin tra privati. Perché lo Stato italiano non potrebbe adottare la moneta digitale (non euro, non bitcoin) per scambi solo in Italia?
Se l’Italia ricorrerà ai prestiti europei, il laccio che già oggi le si stringe attorno al suo stivale le si stringerà ancora più forte, le impedirà ancora di più di procedere con le riforme, a cominciare da quella fiscale. Oggi tutto è nelle mani della politica fiscale (la politica monetaria della Bce non riesce da tempo a stimolare l’economia nonostante iniezioni ingenti di liquidità), per cui solo riducendo le tasse e le imposte (Irpef e Iva) e iniettando fiducia negli italiani si potranno stimolare i consumi in mancanza di nuovi occupati. Ma con un debito pubblico che salirà al 155% del Pil non sarà proprio possibile ridurre le tasse e riavviare i consumi.

Per evitare di ricorrere ai prestiti europei e potercela fare da sola, l’Italia potrebbe applicare la patrimoniale ai beni immobili dello Stato: si tratterebbe in pratica non già di una vendita ma di una trasformazione di beni in liquidità, in moneta digitale di Stato; tale liquidità verrebbe erogata a famiglie e imprese per spese di prima necessità (generi alimentari, pagamento di bollette e affitti) da soddisfare con moneta digitale.
Per le risorse che la Ue erogherebbe a fondo perduto (circa 81 mld dei 172 mld del Recovery Fund) non c’è motivo per cui l’Italia non debba accettarle. A patto che vengano erogate senza altre condizioni se non per scopi ben definiti (es., investimenti nella digitalizzazione, green economy, e quant’altro stabilito dalla Ue).

Claudio Maria Perfetto
10 Giu 2020

I 6,3 miliardi di FCA e l’esigenza di una politica industriale

Ha sollevato un acceso dibattito negli ultimi giorni la richiesta da parte del gruppo Fca allo stato italiano, che dovrebbe garantire per un prestito di 6,3 miliardi. Si tratta di un importo davvero ingente -il bollo auto, per dare un ordine di grandezza, frutta 6.6 miliardi di euro-, proporzionato peraltro all’importanza del settore (7% del Pil, 400.000 addetti considerato l’indotto). Prima domanda: “è conforme alla legge una richiesta del genere?”
Risposta: assolutamente sì, perché la richiesta è stata avanzata dalla società controllata Fca Italy, che paga le sue tasse in Italia e che non distribuirà dividendi quest’anno.
Il vero pomo della discordia è costituito dall’italianità del gruppo e delle sue prospettive occupazionali ed industriali per il nostro Paese.

A differenza di quasi tutte le altre grandi case automobilistiche, Fca ha sede legale, fiscale e quartier generale fuori dal proprio Paese d’origine, rispettivamente ad Amsterdam, a Londra e a Detroit, e ha in larga parte perduto il legame privilegiato con l’Italia, non più ricordato dall’acronimo Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torino), nel momento in cui si è internazionalizzata. Vale la pena riavvolgere un attimo il nastro per analizzare con attenzione queste circostanze e confrontare il comportamento dell’Italia con quello di altri Paesi.

Il tavolo con gli Stati Uniti
Correva l’anno 2009, era da poco scoppiata la crisi finanziaria, alla Casa Bianca si era da poco insediato Barack Obama, mentre la Fiat era amministrata da Sergio Marchionne. La crisi aveva colpito duramente il settore automobilistico in tutto il mondo, riducendo in ginocchio la più piccola delle 3 grandi case americane, Chrysler. Di fronte alla prospettiva di un fallimento catastrofico dell’azienda, l’amministrazione Obama intervenne con decisione, non solo trovando nella Fiat di Sergio Marchionne un partner che potesse assorbire Chrysler, ma anchefacilitando in ogni modo l’accordo di fusione, fornendo nel breve termine e a condizioni di favore i capitali necessari e, cosa non meno importante, mediando con i sindacati americani.

Dall’altro lato del tavolo, noi
Per l’Italia la fusione era un’opportunità e un rischio al tempo stesso: da un lato Fiat era troppo piccola per poter sopravvivere da sola e aveva assoluto bisogno di integrarsi con Chrysler, dall’altro si intuiva il nuovo gruppo avrebbe gravitato più sull’ampio mercato americano che su quello asfittico italiano. Mantenere in Italia investimenti, lavoro e valore aggiunto era una sfida molto delicata, che avrebbe richiesto una politica di intervento non dissimile da quella di Obama: da un lato mediazione e distensione dei rapporti sindacali, dall’altro sostegno anche finanziario — pur nel rispetto dei vincoli europei — agli ambiziosi piani di investimento in Italia enunciati dal gruppo, irrealizzabili senza un sostanzioso apporto di capitale esterno.
Ma a Palazzo Chigi in quel momento era insediato il governo Berlusconi IV -Tremonti alle Finanze, Sacconi al Lavoro e Scajola allo Sviluppo economico — e non fece niente di tutto questo, limitandosi a incoraggiare Marchionne a usare la sua posizione di forza per piegare le resistenze del sindacato. Un atteggiamento del tutto in linea con quello dell’opinione pubblica, che si limitò a schierarsi in tifoserie pro Marchionne o pro Landini come se stesse assistendo a un incontro di pugilato e non a una partita decisiva per l’economia del Paese. Dopo decenni di legami malsani tra lo Stato italiano e il Lingotto, questo legame è venuto a mancare nell’unico momento in cui sarebbe servito davvero, e Fiat ha affrontato l’internazionalizzazione senza nessun supporto del governo.

Le conseguenze ce le portiamo dietro ancora oggi
“Fabbrica Italia”, l’ambizioso piano di investimenti da 30 miliardi, annunciato da Marchionne, rimase lettera morta in mancanza di capitali sufficienti.
La sede di Fca (come anche quella di Ferrari e perfino quella delle holding controllanti) venne spostata all’estero, e nel 2018 venne dato un ulteriore colpo all’italianità del gruppo con la vendita al fondo KKR (USA) di Magneti Marelli, punta di diamante nel settore della componentistica.

E oggi riviviamo quella situazione
Attualmente Fca sta per fondersi nuovamente, questa volta con Psa (Peugeot Société Anonyme). Anche quest’ultima, come Chrysler, ha alle sue spalle un intervento pubblico di salvataggio. Pochi anni prima, nel 2013, si era venuta a trovare in una situazione disperata, paralizzata dall’assenza sui mercati extraeuropei e dall’indisponibilità della famiglia Peugeot a finanziare il necessario aumento di capitale. Il governo socialista di Francois Hollande e Jean-Marc Ayrault è intervenuto, sottoscrivendo l’aumento di capitale (insieme a una casa automobilistica cinese, Dongfeng, con cui si è stabilito un legame di partnership e non di controllo) e fornendo ulteriori garanzie per oltre 7 miliardi.
Anche in questo caso l’intervento pubblico ha avuto esito positivo: Psa è stata rilanciata ed ha avviato un percorso di espansione rilevando la Opel e investendo (al contrario di Fca) nella transizione ecologica.

Quanto alla partecipazione pubblica del 12,5%, essa ha aumentato il proprio valore e il governo liberale di Emmanuel Macron ed Edouard Philippe non pare intenzionato a vendere. Proprio con Psa Fca sta per fondersi, con l’intenzione di creare il quarto costruttore automobilistico al mondo. Sede legale e fiscale: Olanda, quartier generale: Parigi. Per inciso, è proprio a quest’accordo che è legato il famoso maxi-dividendo da 5,5 miliardi di cui si sta parlando; gli azionisti non intendono rinunciare a questo dividendo, ma anche se volessero -non è questo il caso, ma ipotizziamo- non sarebbe comunque possibile.

Questa fusione rappresenta per l’Italia un rischio molto maggiore di quella tra Fiat e Chrysler: una ulteriore ristrutturazione del gruppo è inevitabile; la sovrapposizione di marchi e modelli tra Peugeot, Opel e Fiat è una realtà innegabile e in effetti sono già previste sinergie, ovvero tagli, per 3,7 miliardi. La domanda non è “se si faranno i tagli”, la domanda è “dove verranno effettuati i tagli”

Qui entriamo in gioco noi
gli stabilimenti francesi sono tutelati dalla presenza dello Stato fra gli azionisti
gli stabilimenti tedeschi sono protetti dall’accordo con IG Metall, il sindacato dei metalmeccanici tedeschi, e con il governo Merkel che blinda i posti di lavoro fino al 2023.
l’occupazione in America è difesa dal governo, a prescindere dal suo colore politico, e con le mire di Psa verso il mercato americano, difficile pensare a grossi tagli di personale negli USA. Rimane una nazione scoperta, ed è la nostra; corriamo il rischio che il prezzo da pagare rimanga a noi.

Per questo, attorno alla concessione del prestito ad Fca Italy deve essere impostata una trattativa che porti a un accordo per la salvaguardia di investimenti e occupazione, se non addirittura all’ipotesi di entrata dello Stato attraverso Cdp nell’azionariato Psa-Fca per controbilanciarvi la presenza francese. Un’ipotesi a parere di chi scrive interessante ma probabilmente tardiva, avanzata qualche giorno fa anche dal Segretario Cgil Maurizio Landini.

Insomma, discutiamone
La vicenda Fca dovrebbe insegnarci alcune cose: certamente dobbiamo combattere in Europa per porre fine allo scandaloso fenomeno delle società che prendono sede a Londra, in Olanda o in Lussemburgo per pagare meno tasse. Ma soprattutto ci deve insegnare che la politica industriale nel XXI secolo serve ancora e se non la facciamo noi la faranno gli altri paesi, a prescindere da quanto possano essere liberisti.
E infine che, se non finalizzato a tappare i buchi di aziende decotte per tornaconto elettorale, l’intervento dello Stato nell’economia può avere successo.

Lorenzo Manuguerra
10 Giu 2020

Da quando la politica non fa più Politica

La Politica, nel corso del tempo, si è dovuta adattare a diversi momenti storici, a strane congiunture che si sono venute a verificare, a cambiamenti di portata epocale. Ecco come in un primo momento nella storia moderna ci si è trovati in una condizione di sostanziale eurocentrismo, incontrastato per secoli, che ha lasciato dopo la Prima Guerra Mondiale spazio al potere statunitense, e dopo il secondo scontro si sono creati i due blocchi delle superpotenze. Dopo la fine della cortina di ferro, in cui la costruzione di una via alternativa all’appoggio di uno schieramento o di un altro sembrava impossibile, si ebbe un momento di enorme smarrimento politico: con l’Est che si apriva all’Occidente, le nuove tecnologie permisero una diffusione sempre maggiore delle notizie provenienti da ogni angolo del globo, fruibili per tutti nei quotidiani. E la politica non è riuscita a correre alla stessa velocità dello sviluppo tecnologico, arrancando prima, distaccandosi completamente poi, dimostrandosi incapace di reagire, non adattandosi ai cambiamenti.

Nel caso italiano, la giustificazione di una scelta, di un intervento in territorio straniero, di una determinata politica, non si poteva più ricondurre ad una logica dei blocchi, ad un assecondare la politica statunitense per mantenere una stabilità interna ed esterna. Il terremoto politico determinato da Tangentopoli e dalle elezioni del 1994 ha poi determinato un cambio tanto repentino quanto rivoluzionario della scena politica, e si è passati da una politica di convergenza ad una politica di contrapposizione, basata sul mostrarsi diversi da altri. Ma questo non basta. Per chi ama questa materia, il ridursi al distanziarsi dalle altre forze non è sufficiente, e anzi fa disamorare, fa pensare che una semplificazione del pensiero ad una futile dicotomia non serve. Questa visione bipolare è stata trasmessa anche a chi, come me, fa parte delle nuove generazioni, dei Millennials, di chi alle comunicazioni immediate è abituato perché non ha conosciuto un mondo diverso (o, per lo meno, non aveva ancore le capacità di comprenderlo).

Non avendo avuto modo di ricevere alcun tipo di educazione politica diversa, è facile per noi giovani entrare all’interno di una logica dicotomica per cui tutto ciò che fa un personaggio è sbagliato, e tutto quello che fa chi rispecchia il tuo colore politico è giusto, indipendentemente da quello che realmente sono state le motivazioni e spesso le azioni stesse. Ma questo non crea consapevolezza, così come non crea benessere, crea solo odio immotivato all’interno dell’opinione pubblica. Spesso ci si scorda che non è importante chi dice cosa, ma cosa dice quel qualcuno.

Nel giro di pochissimi anni avvenimenti esterni hanno acquisito sempre maggiore peso nel condizionare l’opinione pubblica, nel guidare le sue scelte e nel cambiare le sue abitudini; la politica, d’altro canto, non è più riuscita a giustificare questi cambiamenti, a strutturare un pensiero critico che riuscisse a offrire una visione del mondo e un’idea da cui essere guidati. Questa enorme mancanza, necessaria alla Politica stessa, ha portato alla creazione di movimenti e pensieri populisti e qualunquisti, che possono contare su un’ottima comunicazione e dei messaggi poveri di contenuti, ma impeccabili da un punto di vista di comunicazione. Ormai si è abbandonata l’idea che la Politica, oltre ad amministrare e guidare le masse, debba anche (e soprattutto) educarle. Non intendo con ideali schierati in una direzione o nell’altra, ma in senso di comprensione della realtà che ci circonda, che non si può più ascrivere ad un contesto nazionale, ma internazionale: senza un minimo di conoscenza il dibattito si riduce ad uno sterile utilizzo di slogan, solo per andare gli uni contro gli altri, e senza far capire il perché di una determinata scelta a coloro che rappresentano l’elettorato.

Se in momenti di difficoltà come questi si parla di ciò che la gente non conosce senza spiegare loro niente, è molto semplice per il populismo avanzare, cavalcare le difficoltà e dire che una determinata scelta è sbagliata usando slogan. Se solo la politica tornasse ad essere Politica, educando, amministrando, gestendo, forse allora questa piaga che sta distruggendo un sistema vincente che difficilmente si è costruito, potrà essere sconfitta. Ma fino a che non si riprenderà l’essenziale funzione pedagogica, sempre più persone parleranno di argomenti complessi per slogan e non per conoscenza e lì, la Politica, morirà. Non nego che i miei vent’anni appena compiuti mi portino a sperare con tutto il cuore che ci sia ancora la possibilità di cambiare le cose, e che per farlo dovremmo tutti tentare di comprendere la realtà che ci circonda, con grande umiltà, insieme.

Allora, la strada da prendere è forse la più aspra e scoscesa, è quella più lunga. Ma forse, è anche l’unica che non ci porterà in mano al più becero populismo e qualunquismo, in mano a chi cambia idea a seconda delle emozioni delle masse. Siamo diversi, mostriamoci tali.

Alessio Demetrio
9 Giu 2020

Giovani e crisi Covid

I giovani stanno pagando di più, non dimentichiamocene completamente.
Pochi giorni fa è uscito il rapporto Istat sull’andamento dell’occupazione nel primo mese di “vero” lockdown (aprile): come ci si poteva attendere la situazione è molto pesante. Il calo complessivo è nell’ordine dei 280mila occupati rispetto a marzo. Dato il blocco dei licenziamenti imposto dal Governo (misura pur necessaria), le imprese come “valvola di sfogo” per le perdite subite hanno dovuto lasciare a casa soprattutto lavoratori a termine (che appunto non vengono tecnicamente “licenziati” ma non rinnovati): su 200mila occupati dipendenti in meno, 130mila sono lavoratori a termine (più del 60%; e si tenga presente che parliamo delle variazioni complessive, i contratti effettivamente non rinnovati sono probabilmente molti di più). Di fatto, spesso a essere lasciati a casa sono i giovani (perché appunto spesso assunti con contratti precari): rispetto a marzo, le classi che più hanno sofferto il calo dell’occupazione sono quella 15-24 anni (-3,4%) e 24-34 anni (-2,2%), anche se nessuno è stato risparmiato purtroppo (35-49 anni, -1,3%; over50, -0,4%).

E parliamo solo di aprile. E non stiamo valutando i disagi subiti dai giovani per il blocco delle lezioni e le difficoltà per molti di accedere agli strumenti necessari per usufruire della didattica a distanza (l’Istat stima che almeno il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni non abbia un tablet o un pc a disposizione in casa) a quanti, soprattutto maturandi e studenti universitari, ancora a volte non hanno certezza di come si svolgeranno i loro esami (va detto che ogni università è un mondo a sé ma i disagi sono diffusi).
In questo scenario, qualcosa si muove: ad esempio, pare che si vada verso un allargamento della No Tax Area per gli studenti universitari e per la scuola nel DL Rilancio sono stanziati 1,4 miliardi. Tutti interventi per i quali va riconosciuto al PD di essersi battuto. Ma paiono pur sempre misure di “tamponamento”, non siamo ancora ad una vera fase di progetto di lungo periodo, quella di cui ora avremo bisogno (anche banalmente per poter accedere alle risorse europee auspicabilmente in arrivo nel fondo “Next Generation”).

Cosa si può fare? Visto che abbiamo mostrato quanto i giovani stiano prima di tutto pagando la crisi occupazionale innescata dal Covid e contando che la situazione pre-Covid non era certa comunque idilliaca, si potrebbe partire da un pesante intervento di riduzione del costo del lavoro giovanile: come suggerito dal Senatore Nannicini, si può pensare a decontribuzione totale di tre anni per i giovani assunti con contratti stabili (costo circa 10 miliardi), misura non dissimile da quella approvata nel 2018 dal Governo Gentiloni.
Altro tema (comunque legato all’inserimento nel mondo del lavoro) può essere quello della fiscalità: il ministro Gualtieri ha indicato in modo chiaro la necessità di rivedere l’attuale impianto dell’Irpef. Un suggerimento può essere quello di valutare una sorta di “No Tax Area” per i giovani, ad esempio con un azzeramento delle imposte personali per gli under 25 e un dimezzamento per gli under 30 (il costo di questa misura non è lontano dal costo del taglio del cuneo che andrà in vigore a luglio ed è in parte finanziabile con una revisione delle imposte successorie, ad esempio sulla falsa riga delle indicazioni dell’Osservatorio sui Conti Pubblici di Carlo Cottarelli).

Altro punto può essere il problema dell’accesso alle professioni: a parere di molte associazioni dedicate al tema, è ormai anacronistico continuare a mantenere un esame scritto per fornire l’abilitazione allo svolgimento della professione, contando che i giovani aspiranti medici, psicologi, infermieri, avvocati, commercialisti ecc… non solo hanno studiato per anni la materia (trasformando spesso di fatto l’esame scritto in un doppione) ma svolgono appositi tirocini (il cd “praticantato”) per imparare il lato “pratico” del loro futuro lavoro. Il tutto sorvolando sul tema contingente del caos in cui sono precipitati con l’emergenza alcuni esami, a cui si spera una soluzione si possa velocemente trovare (a titolo di esempio, molti attendono i risultati delle prove scritte dell’esame di avvocato da sei mesi e spesso sono ancora ignote le date di svolgimento delle prove orali).
Un primo gesto di attenzione sarebbe coinvolgere in modo chiaro i giovani in questi cd “Stati Generali” (o in qualsiasi forma di consultazione si voglia scegliere, magari coerentemente partendo da una seria consultazione dei giovani interna al PD), ad esempio rispondendo all’appello lanciato dalla piattaforma “Officine Italia”. Quasi simbolico in sé come atto, ma per una volta non solo si parlerebbe di giovani, ma si farebbero parlare i giovani.

Si potrebbe andare avanti. Il punto cruciale è che i giovani a questa crisi ci sono arrivati già stremati (disoccupazione comunque stabilmente sopra il 30%, quasi il 25% di NEET, una delle spese per istruzione tra le più basse d’Europa), e sono tra le categorie che anche questa volta rischiano di pagare il conto. Ridare a loro priorità non può essere un vuoto slogan, ma una scelta chiara perché le risorse non sono infinite, come qualcuno pensa, e bisogna scegliere dove indirizzarle.

Franco Cibin
9 Giu 2020

Urbanismo tattico per favorire il trasporto sostenibile

Per lanciare un vero trasporto sostenibile e rivoluzionare le grandi città il bonus per mezzi elettrici non basta, è importante ma per far si che venga usato da una buona parte della popolazione qualsiasi mezzo sostenibile necessita di vie sicure e libere da traffico automobilistico.

Perché già è molto rischioso viaggiare in auto (per questo prima molte famiglie sceglievano i suv pure in città) ma in bici è veramente pericoloso se non ci sono ciclabili separate.

Il problema adesso è la continuità delle ciclabili perché molte piste si interrompono e necessitano di attraversamenti stradali pericolosi.
Penso che la soluzione immediata sia nell’urbanismo tattico e nel creare fasce temporali in cui alcuni percorsi che possano essere di lavoro (dal lunedì al venerdì tra le 7 e le 8 e pomeriggio 5/6) e per svago (il sabato e domenica) siano inibiti al traffico veicolare ed a uso delle bici.

Questo è possibile e non aggraverebbe il traffico perché toglierebbe molto traffico di automobilisti singoli che si sposterebbero in bici e simili.

Favorire il trasporto sostenibile intraquartiere e negli spostamenti medi di città è possibile.
Dobbiamo invertire il paradigma del traffico, da creare maggiori spazi per le auto a ridurli a favore di mezzi elettrici e ciclabili creando piste sicure e prive di traffico automobilistico per spostamenti di lavoro e scuola (licei in particolare).

Molti spostamenti (stimati in 60%) quotidiani sono per tratti tra 3 e 12 km e percorribili se in condizioni di piste sicure pure in bici.

Una altra importante iniziativa potrebbe essere sperimentata chiudendo il sabato e la domenica la laterale della colombo per arrivare al mare

Spero di essere stato utile e d’ispirazione.

9 Giu 2020

Fate presto

Per prima cosa: fare di tutto per non far cadere il governo.
Poi abbassare le tasse progressivamente a tutti. Controllare l’evasione fiscale in qualsiasi modo; portare le pensioni a 1000 euro per chi ha versato anche più di 35 anni di contributi.

Direi di fare tutto velocemente, evitando per una volta di citare i soliti tavoli di discussione.
Non sono d’accordo con le ore di 45 minuti a scuola, credo sia il solito risparmio sulla pelle dei ragazzi.

Laura Rosellini
9 Giu 2020

Rafforzare la medicina del territorio, non solo le terapie intensive

La pandemia è stata uno stress test per l’organizzazione sanitaria. Qualsiasi evento imprevisto di una simile portata lo sarebbe stato: lo sono stati in un passato non troppo lontano, sia pure limitatamente ad aree territoriali circoscritte, le catastrofi naturali o quelle derivanti da incidenti industriali. Ma in questo caso le dimensioni del rischio, oltre che del danno, hanno avuto una importanza che non trova paragoni possibili: almeno da quando abbiamo un servizio sanitario universalistico e generalista.
Tutta l’organizzazione sanitaria è stata interessata dalla pandemia: non solo le terapie intensive ed i reparti specialistici, ma anche i servizi della prevenzione, della continuità delle cure, della riabilitazione, delle altre specialità oltre quelle più direttamente chiamate a fronteggiare i casi più gravi.

Eppure: di cosa si è parlato? Esclusivamente di terapie intensive. Forse perché il loro tasso di utilizzo, superiore alle capacità programmate, è stato l’indicatore della gravità della situazione, ma anche di una disfunzionalità di sistema più generale e meno immediata da cogliere.
Per ridurre questa disfunzionalità, dobbiamo dotarci esclusivamente di più posti letto ospedalieri e terapie intensive? E’ su questi servizi che oggi dobbiamo investire, anche con le risorse del MES? La risposta non può essere né drastica né univoca.

Sicuramente è un dato di fatto che, in quasi 30 anni, il numero di posti letto ospedalieri sia nettamente diminuito: dai 311mila posti letto registrati nel 1998 siamo arrivati a 191mila nel 2017. Un dato enorme. Colpisce ben più della fantasia, modifica lo scenario ad esempio di quei paesi della provincia italiana in cui l’ospedale non c’è più.

Ma le cifre non dicono, ad esempio, quante “lungodegenze” siano state riconvertite in RSA, termine che abbiamo imparato a conoscere anche se non ci occupiamo di sanità; o quanti nuovi servizi residenziali complementari agli ospedali siano stati creati. Per cui se per un attimo lasciamo stare il conto dei posti letto, rispetto al numero complessivo di medici in Italia non stiamo poi così male: infatti in Europa siamo al secondo posto nella graduatoria del numero di medici per abitante. E le cure le dispongono i medici, non i letti. Quindi se non bene: benino.

In questa graduatoria Europea scendiamo però al decimo posto se consideriamo i soli medici di famiglia: il primo punto di riferimento della sanità pubblica per i cittadini.
Una delle conseguenze della scarsità di medicina generale è che si genera una pressione impropria sugli ospedali: se è difficile parlare con il tuo medico, e ti senti male, vai al Pronto Soccorso. Tanto che i pronto soccorso sono perennemente sovraffollati, generando tempi di attesa dopo il triage che si aggirano facilmente attorno alle 12 ore.
Sono tutte situazioni in cui l’ospedale è il servizio giusto cui rivolgersi? Sembra di no. Infatti, solo ad un terzo delle persone che si rivolgono al Pronto Soccorso vengono attribuiti i codici Rosso o Giallo (i colori attribuiti convenzionalmente ai pazienti che hanno reali condizioni di urgenza, tali da giustificare l’accesso al Pronto Soccorso)
Questo significa che 2/3 dei pazienti che si rivolgono “d’urgenza” all’ospedale potrebbero ricevere risposte più adeguate e forse più rapide se si rivolgessero ad altre strutture sanitarie, a partire proprio dai medici di medicina generale (il medico di base).
Torniamo quindi al punto: abbiamo abbastanza medici di base in Italia? Quelli che dovrebbero lavorare prioritariamente da filtro e prima risposta, da agenti di prevenzione e orientamento?

Non pare. Innanzitutto in Italia abbiamo in media meno di un medico di base ogni 1000 abitanti (i posti letto ospedalieri sono circa 3,6 ogni mille abitanti). Inoltre se facciamo due conti, a partire dal dato semplice per cui ogni medico deve lavorare un ora a settimana ogni 100 pazienti in carico, risulta che ad ognuno di noi adulti spetta mezz’ora del tempo di lavoro del proprio medico all’anno. Mezz’ora all’anno del tuo medico. Per fortuna i medici di base sono tanto generosi da lavorare ben di più di quanto previsto dai loro contratti: ma, diciamola così: si tratta sempre di un millesimo di medico di base a testa.
Ora, se questa dotazione di medicina generale risulta palesemente insufficiente in tempi ordinari, pensate cosa può significare rispetto all’aumento di domande di intervento nel corso di una epidemia quando, come nei mesi appena trascorsi, ad ogni colpo di tosse o starnuto si veniva invitati a consultare il proprio medico.

Poi, sicuramente, potremo parlare di modalità più mature e funzionali dell’organizzazione della medicina generale; dell’utilità degli studi medici associati; di quanto può essere vantaggioso istituire il servizio infermieristico territoriale o diffondere modelli come quelli delle Case della Salute sperimentati nel Lazio ed in altre regioni del Centro Italia.
Ma senza un cospicuo investimento sulla medicina di base e su quella del territorio, rischieremo di avere nei prossimi anni una organizzazione dei servizi per la salute ancora meno elastica e flessibile rispetto ad un bisogno sanitario che non solo è in continua evoluzione, ma che è anche suscettibile di incidenti come quello della pandemia.
Il riparto dei finanziamenti che arriveranno dal MES per qualificare l’offerta sanitaria, se vuole guardare al futuro, dovrà andare necessariamente a rafforzare la medicina del territorio.

Cristiano Di Francia
9 Giu 2020

Nel piano Colao non c’è il Mezzogiorno

Il piano Colao cosa dice di nuovo? Sono le solite chiacchiere assemblate nel tempo.Per il Mezzogiorno, poi, non dice un Colao. Io sono del Gargano, una zona ormai spopolata, con un patrimonio edilizio e agricolo di valore zero, senza parlare del patrimonio umano utile solo per il centro-nord. L’ambiente (parco naz. Gar.) e il turismo, motori dello sviluppo, sono slogan che fanno solo ridere i polli e quegli illusi come me che nella storia ci hanno creduto. Ambiente e turismo non danno lavoro a decine di migliaia di persone e continuare a dirlo è da ricovero.

Il Mezzogiorno ha bisogno di investimenti nel campo dell’industria e del manifatturiero con occupazione per migliaia di giovani; nel Gargano c’è bisogno di zone no tax per favorire investimenti dall’Italia e dall’estero che intendono anche delocalizzare; nel Gargano c’è bisogno di strade, servizi, sanità, cultura e turismo, ma ciò, comunque non basta se non arrivano i grandi investimenti produttivi. Andate a verificare in che condizioni sono comuni come San Nicandro G.co (il mio), San Marco in Lamis, Monte S.Angelo,ecc. ormai spopolati. Non vi vergognate: ANDATE A VEDERE I DATI STATISTICI. Leonardo Di Monte (iscritto PD)

Leonardo Di Monte
9 Giu 2020

Investire sulla Famiglia è investire sul futuro dell’Italia

L’esperienza dell’isolamento ci ha fatto riscoprire la grande importanza della Famiglia: senza di essa non ce l’avremmo fatta.
Non so perché (questione culturale?) ma la politica e anche il nostro partito non dà importanza alla famiglia, luogo in cui si impara a vivere in comunità…
A mio parere, alcune priorità del dopo Covid (sperando sia proprio un dopo…):

• AGEVOLARE IL PART-TIME LAVORATIVO (tanto più di questi tempi in cui manca il lavoro per tutti) in quanto deve diventare un diritto del lavoratore e i contributi del datore di lavoro per due part-time devono costare meno di quelli per un tempo pieno.

• ISTITUIRE L’ASSEGNO UNICO PER OGNI FIGLIO se studente, fino al 26° anno di età oppure fino a quando, come reddito, non sia più a carico dei genitori.

• CONSIDERARE COME LAVORO IL SOSTEGNO E LA CURA ALLA PERSONA DISABILE O ALL’ANZIANO PARZIALMENTE O TOTALMENTE NON AUTOSUFFICIENTE. Al familiare che lo sceglie dovrebbero essere versati contributi figurativi per la pensione in quanto i costi per le istituzioni pubbliche, raffrontati a quelli di un posto in struttura semi-residenziale o residenziale, sarebbero decisamente inferiori.

I figli sono il futuro delle nostre comunità anche da un punto di vista economico, gli anziani sono la memoria e l’esperienza da salvaguardare.
Investire sulla Famiglia è investire sul futuro dell’Italia.

Giacomo Calcagno
8 Giu 2020

Sinistra di governo e crisi democratica

Oggi, dopo le manifestazione della destra e del triste spettacolo in Parlamento dei sovranisti, dobbiamo creare un fronte comune di sinistra a questa deriva direi antidemocratica e sovranista che sta prendendo l’opposizione nel nostro Paese ispirandosi magari ad Orban o ai polacchi o perchè no a Trump e Putin. Invece noi dobbiamo batterci contro di loro con proposte sociali, fiscali ed economiche forti e coraggiose prendendo esempio dalle socialdemocrazie avanzate o dalla Spagna e dal Portogallo.

Esempio: un salario minimo legale per tutti i lavoratori e lavoratrici, oltre a maggior fondi per la scuola con il Recovery found che arriverà a Settembre anche se limitato, la sanità usando il Mes, la trasformazione ecologica con il New Green Deal. Insomma una sinistra e un PD di governo sì, ma di sinistra riformista, perché abbiamo ancora 3 anni per cambiare Paese grazie ai fondi europei. E servirà coraggio ed ispirazione dalla cultura liberal socialista, mettere da parte rancori e sedersi attorno ad un tavolo, perché no, con un Congresso e stabilire cosa si vuole fare nei prossimi anni e in questo decennio dando priorità a mio avviso a politiche green, sociali e sanitarie per un Italia diversa.

Non ho ancora rinnovato la mia tessera del PD dopo 2 anni e mezzo di militanza (ho 29 anni e sono laureato in Scienze Politiche a Padova) e dopo trascorsi nella sinistra di Nichi Vendola oggi riabilitato da una sentenza di tribunale dopo 7 anni. Vorrei infine una sinistra unita con Leu, Verdi per una sinistra come quella veneta la mia, che ha trovato nell’impegno civico e ambientalista la vittoria a Padova e Rovigo e si candida ad essere competitiva a Zaia con programmi ben precisi e articolati sull’ambiente e sul sociale perché nessuno rimanga indietro, questo lo slogan che più mi piace e spero possa essere realtà a breve. Un saluto compagne e compagni , amiche e amici.

Matteo Santato
7 Giu 2020

E se organizzassimo un Dem Pride?

Ci stiamo concentrando molto sul “cosa”, ma forse non abbastanza sul “come”.
Nonostante Nicola Zingaretti avesse ben chiaro che il PD, una volta entrato nel governo col M5S, non dovesse essere “pigro” e dovesse aumentare la propria attività politica, mi sembra che il Partito Democratico sia troppo appiattito sull’azione di governo e sia sostanzialmente assente nella percezione di molti elettori ma anche di molti militanti.

Nel partito, infatti, non scorre la linfa vitale della discussione e della partecipazione alle scelte. Ancora, nonostante la vittoria congressuale di Nicola Zingaretti con la proposta “Basta ego-crazia, ripartiamo dal Noi”, il partito, almeno per come lo vivo io, è sostanzialmente un partito di apparato dove la gestione è basata sulla gerarchia interna e non si sente il bisogno di coinvolgere iscritti e militanti nelle decisioni.
Forse dovremmo cercare un giusto equilibrio tra il “partito liquido” e quello gerarchizzato del ‘900.
Forse, nel favorire il giusto ricambio generazionale dei dirigenti, dovremmo formarli perché incentivino la delega dei compiti e la partecipazione responsabile, anziché evitare questi meccanismi nel timore di perdere il controllo del partito.

Il risultato di tutto ciò a me sembra essere un certo scoramento dei militanti.
Essi vivono più la frustrazione che l’azione di governo non sia mai abbastanza efficace, piuttosto che l’orgoglio di stare combattendo una battaglia veramente epocale.

Ma come? Eravamo percepiti come il partito delle banche e delle élite e ora stiamo realizzando la più grande operazione di protezione sociale mai attuata nel nostro paese!
Come mai non emerge il nostro orgoglio per lo sforzo che il partito sta compiendo?
Certo siamo cambiati, e molto, in questi mesi: eravamo partiti da una sostanziale ostilità per il reddito di cittadinanza e ora abbiamo iniziato a parlare di reddito universale (vedi il bell’articolo di Alberto Ferrara su Immagina dell’1/6).

Per non parlare dell’azione fondamentale che il partito sta compiendo a livello europeo per modificare le politiche economiche e finanziarie di austerità e trasformarle in politiche espansive. E allora? Orgoglio Dem o, appunto, Dem Pride.
Scendiamo in piazza. La destra italiana l’ha fatto, col suo stile caciarone, il 2 giugno.
Noi possiamo ben farlo senza perdere altro tempo e, come dicono dalle mie parti, senza farsi troppe menate!

Maurizio Montanari
7 Giu 2020

Ricominciare a sinistra

Trentasei anni fa come oggi, Enrico Berlinguer pronunciava il suo ultimo comizio a Padova.
“Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. Qualche mese fa, in televisione, Achille Occhetto, ultimo segretario del partito comunista Italiano, intervistato nella trasmissione dell’Annunziata, ha dichiarato con una lucidità incredibile che per fare politica non basta la passione, ma serve il rigore della ragione.

Occhetto ha poi fatto un’analisi brevissima, ma efficace, sullo stato di salute della sinistra italiana e soprattutto del Partito Democratico, indicando come soluzione alla crisi di consensi la messa in campo di un pensiero complesso, affiancato da una comunicazione semplice, che dia un’anima al popolo della sinistra. Quello che è mancato in questi anni, a suo dire, è stato il rapporto con il ceto popolare e una risposta vera alla crisi. In questo preciso momento storico la domanda che più spesso ci facciamo noi di sinistra è come mai l’Italia, regione dopo regione, comune dopo comune, si sia svegliata improvvisamente leghista. La questione non è certo semplice, ma di sicuro per evitare la superficialità di qualsiasi risposta, è bene sgombrare il campo da ogni tipo di alibi che attribuisce agli elettori la colpa di non accontentarsi di quello che offre oggi la sinistra.

L’ascesa di Salvini al potere, dalla presa del suo partito al ministero degli interni, è stata dirompente . Ciò di cui si è parlato meno spesso è stata la lenta e silenziosa presa dei comuni da parte della Lega e quindi la presenza dei seguaci del carroccio sui territori. Come Pisa, Ferrara o altre città toscane o emiliane, storicamente roccaforti rosse. Perché oggi anche chi si dichiarava di sinistra, trova nella lega una valida alternativa? Forse vale il detto che gli spazi lasciati vuoti vengono presi da qualcun altro. Nell’era post ideologica in cui viviamo, se una percentuale di elettorato si tiene ancorato alle ideologie, la maggior parte dell’elettorato, specie i nuovi elettori, sentono il bisogno di risposte semplici a problemi complessi che nessuno negli anni ha saputo risolvere. Si sceglie il verde per alternativa, per stanchezza, perché sembra interpretare in maniera più semplice -talvolta semplicistica- il nostro tempo, facendo appelli alla percezioni della gente. La paura dell’invasione dello straniero, per esempio, obbliga la politica di oggi a tenere conto del fenomeno immigrazione con maggiore impegno, pur non essendo, con numeri alla mano, un fenomeno di tale portata.

L’Italia, secondo uno studio condotto dall’istituto Ipsos, è il primo paese, tra i 15 dell’Ocse, per distanza tra percezione e realtà. E quello che fa una certa parte politica oggi è giocare proprio con le percezioni dell’elettorato. Sono aumentati i reati, il fenomeno dell’immigrazione è in aumento, è diminuita la sicurezza, manca il lavoro. Se tutti questi argomenti venissero affrontati con dati alla mano, ci accorgeremmo quanto l’agenda politica sia talvolta lontana dai veri problemi del paese e sia modellata semplicemente attorno al consenso facile. È pur vero che se i cittadini avvertono certi problemi o hanno certe sensazioni, la politica deve svolgere il doppio ruolo di raccontare la verità delle cose e affiancare ai dati una soluzione alle questioni sollevate. Se in Italia sono presenti il 7% degli immigrati, ma i cittadini ne percepiscono il 25%, da qualche parte si deve cominciare presto. Bisogna stare però attenti alla propaganda che si autoalimenta. Se l’elettore medio leghista lamenta la gestione dell’immigrazione e la presenza per le strade di giovani migranti magari finiti in giri poco legali, dovrebbe riconoscere nei decreti sicurezza esattamente l’effetto opposto da quello auspicato. Non è togliendo l’asilo ai richiedenti, chiudendo le strutture di accoglienza, disintegrando i progetti di integrazione che si combatte l’immigrazione clandestina. Così si sono soltanto messe in strada migliaia di persone che, non avendo nulla, è probabile che trovino proprio nelle attività illegali le loro uniche forme di sostentamento.

E la propaganda leghista si autoalimenta. Ma al di là della propaganda, non è certamente soltanto questo il motivo per cui la Lega di Salvini ha raggiunto da sola picchi del 34% ed ha preso comuni e regioni nell’ultimo anno. Ritorniamo alla presenza nei territori. Negli anni di governo, il Partito Democratico ha perso lentamente il polso della politica locale. Uno dei colpi di grazia maggiori se l’è dato da solo, promuovendo e votando l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che, per lo meno, dava a disposizione dei maggiori partiti un budget per la sopravvivenza, budget che adesso i partiti non hanno più. Oggi se trovi un privato disposto a finanziarti bene, che sia a Mosca o in Italia, avrai più possibilità di concorrere nell’agone politico. Viceversa o ti autosostieni o muori lentamente. Susanna Turco, nel dicembre 2018, per l’Espresso, si avventurò a raccontare il lento decadimento dei circoli del PD, da Roma a Bologna. Sedi chiuse, debiti precedenti, dipendenti in cassa integrazione, mancano i soldi per tenere una saracinesca aperta o pagare la luce. Al posto di qualche sede storica, adesso ci stanno attività commerciali. A Bologna, racconta la giornalista, hanno chiuso 30 sedi in 10 anni. Pensate cosa ci sarà nelle città che tradizionalmente non sono mai state rosse. Più che il deserto.

In questi anni il Partito, oltre a perdere terreno e spazi, ha perso elettori perché non c’è stato. È stato lontano da quei luoghi da cui oggi viene fuori il maggior consenso per l’alternativa leghista. Ci sono state importanti riforme, qualche numero da negativo è diventato positivo, ma in certi luoghi non puoi raccontare soltanto di numeri che crescono, se in quei luoghi non è cambiato niente e se la percezione continua ad essere un’altra. Il rapporto con le persone, il dialogo per le strade c’era finché il partito era presente, finché la luce era accesa, finché non venivano lasciati soli segretari e piccoli dirigenti. Un partito troppo poco presente in periferia, quasi assente in provincia, che regge ancora per i comuni medio grandi. In tal senso ne sono conferma i risultati di una rilevazione a cura di Noto sondaggi e EMG acqua, commissionata dall’Associazione nazionale per la modernizzazione degli enti locali. I comuni con più di 60 mila abitanti, cioè i grandi centri, si affidano all’attuale maggioranza di governo, ora spostata a sinistra. Nei comuni con pochi abitanti la Lega avanza. Appare quindi evidente che la lontananza, fisica e non solo, dai palazzi del potere e dai maggiori centri, genera consenso verso chi sembra coinvolgere proprio quella fetta di elettorato nelle province e nelle campagne italiane. Durante la campagna elettorale in Umbria per le regionali, Salvini ha tenuto comizi 51 volte in giro per la regione, il suo competitor 15.

La presenza nei territori non è una frase da recitare a memoria ad ogni assemblea, per condannare qualcun altro ed autoassolversi. La presenza in politica è fondamentale. Nella recente campagna elettorale tra i democratici americani nel 2018, Alexandria Ocasio-Cortez ha strappato un seggio al congresso a Joseph Crowley, sulla carta imbattibile, proprio girando il suo quartiere porta a porta, offrendo un’alternativa valida, coinvolgendo i cittadini di Queens e Bronx e facendoli sentire parte di una storia nuova. Cos’è che la gente cerca? La fiducia, la comprensione, la compassione e qualcuno con cui parlare dei problemi che deve affrontare ogni giorno. In sostanza la presenza nei territori e qualcosa da dire. Chi sarà capace nei prossimi anni a tornare per le strade con un programma importante, sconfiggerà Salvini e le Lega. Chi pensa che il fenomeno si autodistruggerà, assisterà alla presa di potere con maggiori consensi del leader più amato d’Italia. Dobbiamo tornare casa per casa, strada per strada, azienda per azienda.

Gloria Di Miceli
7 Giu 2020

Stop al consumo del suolo pubblico e rivedere la legge sugli appalti

Ho partecipato da poco ad una riunione ambientalista, molto interessante, l’argomento era: stop consumo suolo pubblico. Non condivido sempre le idee degli ambientalisti, ma stavolta hanno detto cose molto ragionevoli, o meglio sono anni che se ne parla, ma fin’ora non è stato fatto niente, i Verdi hanno depositato una legge che è ferma al Senato già da due anni, con la quale si chiede la revisione di tutti i piani regolatori dei comuni e che propone la ristrutturazione degli immobili inutilizzati e/o demolirli e ricostruirli con nuove tecnologie. Fatelo subito, in tutte le città ci sono dei catorci pieni di zecche abbandonati ai topi che fanno pietà.

Le storture della legge sugli appalti.
Sulla legge degli appalti c’è troppo da dire, si pensi solo che adesso nel 2020 si sta procedendo ai lavori nelle scuole e il decreto era stato approvato dal governo Renzi nel 2014, 6 lunghissimi anni di preventivi, autorizzazioni, ricorsi, documenti, ecc. ecc.
In tutti i comuni dovrebbe essere istituito un anagrafe delle imprese, dove gli imprenditori si iscrivono e depositano i documenti necessari al fine di partecipare alle gare, l’iscrizione avrà un numero progressivo che sarà dichiarato nell’offerta economica, l’anagrafe bisognerebbe aggiornarlo ogni sei mesi, confermare i requisiti o dichiarare le eventuali variazioni che sono intervenute. L’anagrafe delle imprese dovrebbe essere depositato nel comune ove ha la sede legale della ditta, ma utilizzabile in tutto il territorio nazionale.

Sandra Tosques
7 Giu 2020

Recuperare dall’evasione fiscale

Per evitare l’evasione ci vorrebbe un coinvolgimento molto ampio dei singoli Comuni, sopratutto in quelli più piccoli.

Carlo Crippa
7 Giu 2020

Nessuno si può salvare da solo. Idee per il lavoro ai tempi del Covid

“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
Diciamolo chiaramente, non c’è un’unica risposta allo Tsunami del Covid-19: dovranno essere le più disparate.

Per fare fronte alla più grande crisi dal dopoguerra ad oggi il centro delle strategie politiche dovrà necessariamente essere la valorizzazione delle competenze, per rispondere adeguatamente alla tempesta perfetta, già innescata dalla robotizzazione e digitalizzazione del lavoro.

Nessuno dovrà essere lasciato solo a “rifarsi” il suo kit di competenze per ricollocarsi. Per mettere al centro le Persone è indispensabile che nessuno sia obbligato a risolversi la propria “occupabilità”, in autonomia, in solitudine.

La retorica del self long learning non convince più nessuno, nessuno si può salvare da solo.
Il tema centrale è quello delle politiche attive del lavoro, per combattere la disoccupazione nel lungo periodo e tutelare i soggetti più deboli in cerca di occupazione, superando le dicotomie generazionali e culturali.

Lo smart working dovrà diventare una dimensione strutturale del lavoro, non una semplice alternativa al lavoro in ufficio, ma una scelta deliberata per i benefici già comprovati sulla produttività, sulla conciliazione dei tempi di lavoro e sull’ambiente.

Per uscire dalla crisi servono, dunque, strategie a lungo termine che vadano oltre gli strumenti disposti per tamponare l’emergenza, come i vari ammortizzatori sociali e la cassa integrazione, un’apertura a un modello di governance basato sul dialogo continuo e proficuo con tutti gli attori socio-economici, rimettendo al centro il patto sociale, attraverso la concertazione.

E allora sì che nessuno sarà più solo e impareremo tutti a dialogare con i robot ed a ballare disinvoltamente grazie ad un drone.

Flavia Balestrieri
5 Giu 2020

Il diritto che istituisce stabilità e creatività nella democrazia

Al vuoto di fondamento proprio della democrazia, allo scontro originario insito in una società disordinata e divisa – scontro solo temporaneamente “frenato” dal potere pro tempore che si afferma – la deriva della politica totalitaria – alternativa sempre incombente sulla libertà – oppone la pienezza dell’Uno, la ricomposizione risolutiva del conflitto, la sterilizzazione violenta propria del dominio che occupa la casella del potere, che asserisce in maniera escludente l’idea salvifica, la purezza razziale, il destino della classe, l’insostituibilità del capo carismatico.
In fondo però, ci dice Roberto Esposito – nel saggio Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, edito nel 2020 da Einaudi – questa ricomposizione è ingannevole e quel conflitto, invece, è benefico e davvero caratterizzante la modernità democratica.
E ciò perché l’Uno ricomposto nel “corpo del re”, in realtà, è solo immaginario, ideologico, fantasmatico.

La pretesa dell’occupazione reale della casella del dominio, l’incarnazione del potere, non annulla davvero il conflitto: il potere si sdoppia comunque, rispecchiandosi nella separazione del vertice dalla comunità che si pretende di rappresentare in toto e nella creazione del nemico da additare necessariamente quale hostis humani generis, feticcio funzionale alla narrazione securitaria.
Il conflitto democratico, invece, irrisolto nell’alternanza del potere e dei poteri, imbrigliato dal diritto, è l’espressione simbolica di una dinamica feconda tra società e potere.
Non c’è, infatti, una società prima del conflitto politico, né conflitto prima della società: sono co-originari.
La società è istituita e ordinata nel potere e il potere è un prodotto della società in moto, attraverso lo svolgimento delle divisioni che la attraversano come differenza.
Si compie in democrazia, quindi, una paradossale trascendenza immanente al sociale, un fuori-interno che nega l’auto rappresentazione autonomistica dei conflitti, evidenziando l’imprescindibile necessità della politica, di un ordine che si costituisce rendendosi contendibile.
Senza questa cifra di trascendenza, senza il “fuori” che nega l’automatico divenire, l’esito dell’appiattimento sulla sfera dell’immanenza non genera vera politica ma sovrapposizione tra questa immanenza e l’essere, producendo un indubbio effetto straniante, l’eclissi stessa della spinta politica al cambiamento.
In democrazia, ciò che si realizza è l’indeterminatezza del locus della sovranità, la sua alternanza di senso e pluralità incorporea, l’impossibile insediamento “reale” in una cornice simbolica che rende il posto del potere democratico un posto vuoto, privo si sostanza.
In sintesi: un’analogia di forme secolarizzate contese nello scontro epocale sul campo aperto dei passaggi di ruolo, ordinati in istituzioni non solo statali.

Istituzioni, quindi, organizzate nel diritto; un diritto che non si identifica solo con le norme del dover essere prodotto dallo stato ma che emerge, genealogicamente, come struttura o, meglio, come pluralità di strutture contingenti, provocate dalle necessità sociali interpretate come fonti involontarie.
Ed ecco, quindi, il ruolo proprio del giuridico in democrazia: non il rottame metafisico, necromanzia del vecchio, ma l’origine del potere che istituisce: l’articolazione propriamente moderna tra ciò che si afferma come stabilità e durata e il diritto di avere diritti che impedisce l’arroccamento.
Esposito nel suo importante saggio – che affronta un serrato confronto anche con Heidegger e Deleuze – trova, proprio sul punto dell’istituzione e, soprattutto, dell’istituire, un contatto teoretico tra Claude Lefort (il filosofo francese dell’incertezza democratica, emancipatosi dal marxismo grazie al conflittualismo insoluto di Machiavelli) e Santi Romano, il giurista dell’Istituzione e della crisi dello stato (già compresa agli inizi del Secolo Breve), a torto declassato a funzionario del fascismo.

Il pensiero istituente, infatti, disarticola il diritto statuale, non più inteso come esclusivo e svela, di contro, il conflitto vivace delle istituzioni autonome, l’affermazione, dunque, di poteri che sono alternativamente in moto per dare forma alla società, al mondo.
La dinamica dell’istituire democratico, quindi, nella libertà, supera ogni tentazione nichilistica, ogni cedimento impolitico all’essere o al divenire.
Si contrappone, infatti, tanto all’inazione emergente da un essere che si svela velandosi nella differenza ontica (nell’abisso che separa verità e esistenza) e che provoca il rifugio nell’auto esilio attendista (Heidegger e il suo pensiero destituente), quanto al piano scatenato dell’immanenza che esclude, incorporandolo, il negativo, che ingloba senza crisi ogni opposizione fattiva, e accetta, accelerandolo, un essere interpretato come privo di differenza, coincidente con il divenire, pura affermatività ontologica che dissolve il politico nella coincidenza tra questo e l’essere, senza scarti di negativo e di senso legittimanti l’azione e una politica altra (Deleuze e il suo pensiero costituente).

Contro tutto questo è la categoria di secolarizzazione, a mio parere, che riemerge e che merita il riconoscimento vivificante di una ragione non ideologica: perché teologia e politica, anche nel moderno, si mostrano connesse nell’originario della reciproca implicazione, senza una chiara legittimazione fondante, dunque, ma con un indubbio effetto creativo nel contesto delle res mixtae indecidibili, nell’ambito di quelle materie di confine che domandano rappresentazione istituente e che non possono essere soddisfatte dall’esilio nel puro teologico o, di contro, dall’accettazione affermativa dell’immanenza sfrenata, priva di alternative.
Il passaggio di funzioni dal sacro al profano, quindi, non può essere facilmente rigettato ma riemerge – pur in assenza di una precisa fondazione – nella politica democratica e laica, come appello: una politica che, nell’insussistenza del moderno, trova il suo vero riscatto.
La società, infatti, non si afferma da sé, necessita della politica perché il potere non si desume automaticamente dai rapporti di produzione e perché la struttura economica non determina il politico mentre è questo – nel conflitto sociale irredimibile – a vivificare le istituzioni nuove.
I rapporti di produzione, infatti, diventano intelligibili solo in base all’articolazione istituzionale tra potere, sapere e legge.
E ciò non è ideologia, tutt’altro, ma l’evidenza del simbolico, del pensiero e dell’azione.
Attenzione, però, non c’è alcuna sicurezza in campo, nulla di garantito, nessuna rete di salvezza, solo possibilità.

E ciò è un bene! È un bene che la sicurezza sacra o ctonia, trascendente o sostitutiva, che legittima l’evocazione incontrollabile del Leviatano – a discapito del pluralismo sociale e dei suoi conflitti originari e fecondi – venga stigmatizzato come la tentazione sempre incombente sulla democrazia e le sue incertezze.
Questa tentazione – che ha trovato, purtroppo, diverse epifanie – ci aiuta a comprendere anche le miserie della filosofia occidentale, i cedimenti spirituali di molti grandi pensatori che non hanno retto al fascino perverso del nazifascismo o del comunismo liberticida.
Si è trattato di un vero e proprio crollo etico, derivato dall’illusone che le scissioni sociali potessero essere ricomposte nello stato, attraverso una nuova sicurezza unitaria.
L’ansia di ristabilire l’Uno, di abbattere l’ombra di ogni negatività, di rendere ancora più lontana e trascendente la trascendenza, si oppone e cozza con la sfida complessa della democrazia e del suo vuoto.

Se Heidegger, quindi, conclude la sua parabola (im)politica affermando l’impossibile indeterminato secondo il quale solo un dio ci potrà salvare, l’autentico pensiero democratico, invece, sembra impegnato, di contro, affinché nessun “dio mortale” ci debba più salvare!
E qui entra propriamente in gioco, nel denso saggio di Esposito, il richiamo a Santi Romano, al teorico dell’identità tra istituzione e diritto, al pensatore della crisi dello statalismo (il saggio Lo stato moderno e la sua crisi è del 1909 e il suo capolavoro, L’ordinamento giuridico, è del 1918) che considera il diritto, appunto, eccedente gli ambiti del solo diritto statuale e genealogicamente antecedente ogni norma positiva, imposta dalla Ragione o dal Sovrano.

Il richiamo a questo pensiero giuridico che supera tanto il formalismo kelseniano (tutto chiuso sulla legittimazione autistica della Grundnorm – della norma fondamentale – insensibile ai fermenti della società) quanto il decisionismo che sacralizza il diritto positivo, serve a Esposito, nello snodo democratico del pensiero di Claude Lefort, per affermare il legame moderno tra diritti umani e potere.
Il trono vuoto, l’assenza del re, l’apocalisse dell’Idea e dell’Uno, favorisce la forza istituente dei nuovi diritti che promanano dalla domanda sociale e dal conflitto, perché tale emersione contraddice non solo il potere costituito, troncandone gli aculei e l’istinto alla durata sine die, ma riporta in auge la dialettica tra legittimo e illegittimo, schiudendo i confini del diritto oltre i limiti della legislazione, attraverso il recupero “politico” della giustizia, di una giustizia lontana dallo status quo e, quindi, come tale, assenza e pensiero negativo che, nella coazione all’ordine nuovo, diviene – paradossalmente e senza garanzie trascendenti – forza affermativa di un processo istituente fecondo, aperto alla crisi sociale e alla crisi dello stato. Crisi cui solo la democrazia può porre rimedio senza il ricorso alla violenza soffocante.

In democrazia, quindi, il posto del legislatore supremo non è occupato da alcuno e ciò, per fortuna, porta alla continua organizzazione di uno spazio pubblico di uguali, che è o spazio della parola, del dialogo, dell’azione non sottomessa.
Uno spazio pubblico contingente, aperto all’eccezione, che è fonte involontaria del diritto, che schianta lo stato, il potere, sulla forza delle richieste dei nuovi soggetti collettivi, in concorso tra loro, per l’affermazione epocale delle istituzioni libere.

Enzo Musolino
4 Giu 2020

Più risorse a ricerca e innovazione

Gli ultimi decenni sono stati contraddistinti da una continua diminuzione dei fondi assegnati alla ricerca, tranne nella felice parentesi del Governo Gentiloni (2017-2018) quando ai poveri precari della ricerca fu aumentato, dopo moltissimi anni, il loro magro compenso. Ad oggi i dottorandi italiani guadagnano meno del costo della vita (1130€ contro 1200€) e hanno ben poche prospettive di stabilizzazione nel loro futuro.

Certo, il governo Conte II ha stanziato 1,4 miliardi di euro nella ricerca, ma questo non ha cambiato le profonde ingiustizie della ricerca italiana: i dottorandi non sono stati aiutati durante l’emergenza, né si è pensato di modificare la tanto condannata riforma Gelmini nel campo universitario.

Cosa può fare il centrosinistra in questa situazione? In realtà molto. Puntare alla ricerca, in tutte le sue branche, è un investimento destinato a rendere negli anni in maniera esponenziale. Attirare energie dall’estero, poi, permette di agevolare l’economia e lo sviluppo di uno stato tanto da avvantaggiarla rispetto agli altri. Dovremmo pensare all’università come a un albero appena piantato che renderà solo dopo anni. Saremo in grado di far fruttare l’enorme potenzialità di questo paese? Soprattutto adesso che siamo al governo?

Sasha Alessandro Volpi
4 Giu 2020

Comunicazione e propaganda politica

Ogni volta che scriviamo qualcosa sui Social Network ci assumiamo una grandissima responsabilità. La comunicazione oggi è immediata, priva di filtri e sempre più orizzontale. La mercificazione delle notizie spesso presenta dei problemi, poiché non sempre ne vengono verificate le fonti . Molto spesso diamo per scontato che si tratti di informazioni veritiere e certificate, che magari leggiamo sui profili di amici dei quali ci fidiamo.
E’ pertanto necessario, oggi più che mai, ricordare quella che è la differenza fra Comunicazione Politica e Propaganda Politica. Se riusciamo a capire quelli che sono i meccanismi che stanno dietro il continuo proliferare di notizie, spesso false (le c.d. Fake News) e utilizziamo i social in maniera responsabile possiamo far si che la rete digitale diventi sempre più uno strumento al servizio della democrazia e della libertà di pensiero. In caso contrario, gli scenari si fanno cupi e c’è seriamente il rischio di indebolire quelle che sono le istituzioni a difesa degli ordinamenti democratici. Non dimentichiamoci mai che quello che usiamo chiamare “Stato” è, si, disciplinato da una Carta Costituzionale che lo legittima e lo preserva ma in primis è la massima espressione di tutte le individualità presenti in un determinato Paese. E che sta a noi tutti, in quanto parte di esso, salvaguardare la Sua e quindi la nostra esistenza.

Quindi, cosa è la COMUNICAZIONE POLITICA e cosa invece la PROPAGANDA POLITICA. Partiamo dal presupposto che entrambi i tipi di comunicazione hanno come principio cardine la RETORICA. Per retorica si intende un discorso destinato a persuadere, convincere e commuovere il pubblico. E’ ricerca di empatia.

La Retorica è quindi lo strumento di persuasione per eccellenza e viene insegnata con successo nelle scuole dall’antichità greco-romana fino all’epoca moderna. Le sue tecniche furono applicate principalmente alla politica.
Si è soliti definire la Comunicazione Politica come lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema politico, dal sistema dei media e dal cittadino elettore. Si distingue dalle altre sottospecie della comunicazione pubblica in quanto interviene su argomenti di interesse generale che sono però di carattere controverso e rispetto ai quali sostiene un particolare punto di vista.
La Propaganda Politica, invece, è ben diversa. La propaganda è la diffusione di informazioni, vere o false, allo scopo di sostenere un’azione. Quando tali informazioni sono vere, possono essere tuttavia di parte o non fornire un quadro completo della situazione. La propaganda ha generalmente un culto politico o nazionalistico.

In senso più stretto e più comune, con propaganda ci si riferisce a informazioni deliberatamente false o fuorvianti che sostengono una causa politica o gli interessi di un gruppo di potere. I propagandisti cercano di cambiare il modo in cui la gente comprende una questione o una situazione, allo scopo di cambiarne le azioni o le aspettative, in un modo che sia quello auspicato dal gruppo di interesse. In questo senso, la propaganda serve come corollario alla censura, nella quale lo stesso scopo viene raggiunto, non riempiendo la testa della gente di false informazioni, ma prevenendo la conoscenza di informazioni vere. Ciò che rende la propaganda differente da altre forme di controllo è la volontà del propagandista di cambiare l’orientamento delle persone, attraverso l’inganno e la confusione, piuttosto che tramite la persuasione e la comprensione.
Quindi, possiamo facilmente capire cosa differenzia la propaganda dalla comunicazione politica: la volontà di cambiare il pensiero delle persone ricorrendo spesso a mezzi illeciti o semplicemente, nel mondo dei social Network, utilizzare un linguaggio aggressivo, violento e volto a demonizzare tutto ciò che rappresenta un ostacolo al raggiungimento dello scopo prefissato.

Un sacco di studiosi hanno analizzato il modo di percepire la realtà quando si fa avanti quella che spesso chiamiamo coscienza collettiva. Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. Secondo alcune teorie, la folla è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi.
Se ne deduce, seguendo questo ragionamento, che la maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.
L’emblema dell’uso strategico della propaganda politica è ovviamente rappresentato dal Regime Nazista. Goebbels, forse il più geniale nonché diabolico oratore del secolo scorso capì subito il potenziale della Propaganda. Per renderla efficiente e aumentarne la potenza aveva bisogno di uno strumento per entrare nelle case di ogni cittadino. Nel periodo seguente la prima guerra mondiale, in un regime di totalitarismo, la comunicazione assume un carattere “industriale”, ne aumenta non solo la produzione, ma anche il “bacino di utenza”, il rapporto tra potere politico e comunicazione si fa sempre più stretto. Da qui la necessità di un mezzo di comunicazione semplice e innovativo che trasmetta notizie facilmente comprensibili al pubblico.

La Radio era lo strumento più indicato, poiché era all’epoca il mezzo di comunicazione di massa, presente praticamente in ogni famiglia. Un po’ come agli Smartphone oggi che ci permettono di essere costantemente collegati a Internet ed attivi sui Social.
Ancora oggi, con le dovute proporzioni, personaggi politici che hanno come obiettivo quello di cambiare il modo di pensare nonché la percezione di intendere gli eventi quotidiani, tempestano social di affermazioni ripetute in maniera martellante, spesso si tratta di discorsi contraddittori e di false verità con il solo obiettivo di far presa nell’elettorato.
Alla luce di tutto questo, è quindi fondamentale che ognuno di noi presti attenzione alle notizie con le quali interagisce, in modo da capirne la provenienza e soprattutto le finalità. La libertà di pensiero è un diritto inalienabile di ogni essere umano. Proprio per far si che ognuno di noi lo possa palesare occorre salvaguardare la cultura, la conoscenza e soprattutto la correttezza delle informazioni che ci permettono di sviluppare le proprie opinioni e la propria personalità. False verità costruite artificialmente danno vita ad un costrutto irrazionale e ad una realtà che non è quella con cui abbiamo a che fare ma che artisti della demagogia vorrebbero far credere.

Fausto Bosco
3 Giu 2020

Serve un centrosinistra unito

Guardando alla difficile e per certi versi drammatica situazione attuale a mio giudizio, se ne esce con i valori Costituzionali come guida ossia il diritto alla salute art 32 Cost. ma anche art 41 Libera iniziativa economica e con le libertà individuali dall art 13 Cost. e seguenti.

Se ne uscirà in autunno e gli anni a venire, con riforme coraggiose sociali (reddito per chi è senza) e fiscali; ma anche lotta senza quartiere alla evasione fiscale e corruzione nonché il famoso Green New Deal ossia sviluppo economico sostenibile. Se ne esce con un centrosinistra rafforzato e unito nei territori e in Parlamento odierno e futuro, con una coalizione di centrosinistra larga e unita senza movimento 5 stelle però, sulla base del modello emiliano romagnolo.

E con un PD rinnovato senza rottamazione ma con discontinuità forte rispetto al passato e con un congresso aperto sui temi e persone per un nuovo PD e per un nuovo campo largo di centrosinistra dove di possano rivedere Verdi, Liberalsocialisti di Bonino e Calenda, Leu e renziani. Sarebbe utopico ora ma il centrosinistra diviso perde tutto come nel 2018 e invece vince come in Emilia Romagna se unito.

Metterei ai voti a congresso l’alleanza più strutturata coi 5 stelle (io contrario). Se ne esce con l’unita del centrosinistra non con le divisioni e derive populiste ma proposte serie di sinistra dall’ambiente al lavoro sostenibile alla scuola e sanità pubblica nonché lotta alle disuguaglianze sociali. Nessuno deve rimanere indietro. Infine un piano di rilancio per il Sud Italia affinché possa finalmente mettersi in moto dal turismo alla cultura passando per un piano di infrastrutture e investimenti pubblici e privati importanti.

Il mio impegno andrà alle Regionali del Veneto, mia casa il Polesine. E per rinnovare e cambiare il PD facendo un grande partito di centrosinistra inclusivo nelle alleanze senza guardare ai populismi. La strada è lunga e difficile ma anche stimolante e necessaria all Italia.

Un saluto amiche e amici , compagne e compagni.

Matteo Santato
2 Giu 2020

Quale letteratura per la next generation?

Meeting live venerdì 29 Maggio.02

Esperti ed esperte del mondo della letteratura per ragazzi/e hanno dialogato con personaggi del contemporaneo: dal mondo de lavoro con Susanna Camusso, alla cultura digitale con Maria Pia Rossignaud, al tema degli spazi urbani con Francesca Perani, alle tematiche ambientali con Fabio Gugliemi, ai rappporti e le relazioni con Patrizia Fistesmaire.
L’intento è stato quello di confrontarsi sulla necessità di un profondo cambiamento di scenari e di modelli di vita associata che il Covid 19 ha messo in discussione. Su questo sfondo di riflessione, anche la letteratura rivolta alla next generation è chiamata, con il suo linguaggio specifico, a recepire e veicolare le cose del mondo tramite il linguaggio delle emozioni, dell’onestà, della consapevolezza.
Come overture dell’incontro, la testimonianza delle ragazze e ragazzi di un liceo romano che hanno portato la loro condizione di incertezza, di mancanza di punti di riferimento, ma anche la loro voglia di partecipare e di essere coinvolti.
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Riprendendo volutamente la denominazione del Piano per la ripresa dalla crisi Covid-19, presentato al Parlamento europeo pochi giorni fa da Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ribattezzato: Next Generation EU, appare evidente quanto l’intento del meeting ne abbia ripreso la dicitura, sposandone in pieno la dimensione di investimento e assicurazione per il futuro.

La necessità di investire e allocare, non solo risorse economiche verso i paesi colpiti dalla pandemia, ma soprattutto risorse intellettive e di pensiero per sollecitare le intelligenze di giovani e meno giovani, appare condizione indispensabile per una strategia di sviluppo complessivo, teso al miglioramento globale delle nostre comunità.
Investire in risorse economiche deve voler dire unitamente, investire in cultura, in ricerca, in idee rinnovate che diano origine a scenari altri, a nuovi modelli di vita associata, pensati e proposti anche tramite copioni che raccontano ai più giovani le cose del mondo . Sono le idee, del resto che cambiano il mondo.
Di questo forse hanno bisogno le prossime generazioni per assicurare una vita più umana, più rispettosa dei diritti, del benessere, dell’ambiente intorno a noi.
La letteratura per la fascia giovanile con le sue storie, con il linguaggio che le è più naturale, quello delle emozioni, della bellezza, della passione, dell’immaginazione, potrà e dovrà attraversare potentemente il magma di queste istanze e renderlo ancora più vivido, autentico, vero.
Numerose le osservazioni e le sollecitazioni pervenute dagli interventi.

Si è scelto di far partire l’incontro con le parole di una ragazza e di un ragazzo del Liceo Montale di Roma, una scuola che ha dato vita nel periodo della quarantena, ad una Radioweb, grazie alla quale gli studenti hanno proposto musica, interviste, discussioni. Nelle loro espressioni traspariva disorientamento, incertezza sul futuro, mancanza di punti di riferimento. Ma si è colta anche insoddisfazione per quella didattica a distanza calata dall’alto, senza alcuna preoccupazione di coinvolgimento da parte di chi ne deve fruire, rispetto a modalità , contenuti, coinvolgimento effettivo. Nelle loro parole la voglia di contare di più, di essere interpellati e ascoltati : monito di cui far tesoro per quando a settembre riapriranno le scuole!

Nella stessa direzione le parole di Patrizia Fistesmaire, Dirigente Psicologa presso il Consultorio Giovani di Lucca e che da anni lavora interfacciando i problemi dell’età evolutiva. L’attenzione è andata da parte sua alle risultanti di un’ interessante indagine territoriale svolta dal Consultorio della città toscana, utilizzando una campionatura di 100 ragazzi/e nel periodo di quarantena, e che indagava su come la fascia giovanile ha vissuto i contatti virtuali durante la quarantena. Anche nelle parole di FISTESMAIRE ritornano alcuni elementi già ascoltati: “impariamo da questi digital natives, aiutiamoli a creare per loro spazi di rappresentanza vera, in questo momento di forte incertezza per tutti, ci chiedono di essere coinvolti in modo concreto, di partecipare, di rendere veramente attivo sia l’apprendimento che l’insegnamento.

Su questa condizione ha insistito fortemente anche Susanna Camusso nel suo intervento: “ I giovani saranno i più penalizzati nel prossimo futuro in quanto a occupazione e spesso non conoscono le dimensioni reali in cui si attua e si vive il lavoro. Questo perchè lo si descrive poco e non se ne mette bene in evidenza la valenza preziosa di progettualità personale che esso può innescare”.
In particolare sono state tre le istanze che Susanna Camusso ha indicato per favorire una letteratura attenta alle dinamiche attuali: contrastare gli stereotipi tanto frequenti che relegano le donne in lavori considerati meno prestigiosi, ad es. quello della cura, pensata spesso come attività di scarsa rilevanza, e lavori da uomini, immaginati da sempre quelli più importanti, relegando spesso il lavoro di cura ad una marginalità, che la pandemia ha contraddetto e ricondotto al giusto valore; rendere effettive le condizioni di sicurezza e la tutela della salute in ogni forma di lavoro; difendere e riaffermare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, denunciando ogni forma di sfruttamento. Occorre dunque – conclude Camusso- “far comprendere ai giovani come stare realmente nel mondo del lavoro”, in una società che si definisce avanzata.

Un’altra forte notazione alla cura come dimensione prioritaria di riflessione, lo ha riservato Francesca Perani, architetta di Bergamo, attivista dell’Associazione europea RebelArchitette, quando il pensiero si sofferma a ripensare gli spazi urbani e privati, intorno a noi.
“La cura della città diventa oggi più che mai un nuovo sistema valoriale con cui le nuove generazioni dovranno fare i conti”- osserva Perani. In tale sistema l’attenzione di chi progetta si deve spostare verso le fasce deboli e i loro bisogni, verso l’integrazione degli spazi in un ripensamento che include anche la revisione degli spazi intimi del soggetto all’interno delle proprie abitazioni. Luoghi talmente importanti questi ultimi, nel periodo della quarantena, come luoghi di protezione e di sosta prolungata, ma anche luoghi da adeguare e trasformare rispetto alle esigenze di chi li vive.

Le suggestioni hanno continuato la loro esternazione grazie a Maria Pia Rossignaud, Direttrice della Rivista Media Duemila specializzata in cultura digitale che ha rivolto l’attenzione verso scenari comunicativi che hanno riconosciuto nel Covid 19, la “ tempesta perfetta”, in cui la comunicazione è diventata essa stessa “virale” sia che si trattasse di fake news o di informazioni attendibili, rinnovandone la condizione imprescindibile che essa rappresenta per ognuno, più che mai per la fascia giovanile. La comunicazione digitale è diventata in questa emergenza, nonostante i tanti problemi connessi, possibilità formativa (la didattica a distanza) ma ci impone anche una riflessione sugli scenari futuri di essa, circa l’impatto delle tecnologie tra cui l’intelligenza artificiale in primis su business e industria, ma anche sulla gestione della nostra vita quotidiana. Ebbene anche qui le prossime generazioni sono chiamate in causa con la loro intelligenza , creatività e soprattutto umanità tecnologica.
Il proseguo dell’incontro si è orientato verso i lidi della letteratura per ragazzi che attraverso Giuseppe Vitale, grafico, scrittore ed educatore dell’infanzia, ha presentato il …. Covid 19 ! cioè a dire un nuovo personaggio pensato per i più piccoli che proprio Vitale ha disegnato e creato, dal nome sconvolgente di “TERRORINO”.

Queste le parole di Giuseppe Vitale :“Il personaggio insolito è nato in un periodo in cui tanti di noi hanno avuto paura. Quando si parla e si crea per i bambini occorre essere onesti e non …barare al gioco e allora creare Terrorino per me, ha voluto significare dare una forma e un corpo alla paura stessa. Disegnare Terrorino significa provare a conoscerlo, e misurarsi con lui, sapere come comportarsi e dunque accettarlo. Quello di creare immagini infatti è il linguaggio con cui preferisco esprimermi”.
Sempre sui temi della letteratura si è misurata la nota scrittrice per ragazzi, Annamaria Piccione soffermandosi sui temi della fragilità, della vulnerabilità come elementi portanti di questo periodo, da non dimenticare mai nel rapportarci ai ragazzi e alle ragazze. “La letteratura per i ragazzi- sostiene Annamaria Piccione- ha bisogno soprattutto di belle storie che non devono rimanere legate, quasi intrappolate nel voler veicolare messaggi prestabiliti a tutti i costi. Le belle storie devono riuscire ad emozionare, a far indignare, a scuotere le coscienze se necessario, magari a far innamorare ….”
Sulla stessa linea l’intervento di Ilaria Tagliaferri, Direttrice della Rivista LIBER, esperta circa le tendenze attuali della letteratura per ragazzi. Anche per lei, oltre a mettere in evidenza il successo registrato in questi ultimi anni dal genere graphic novel sempre più ricco di proposte interessanti, nelle novità dei libri per ragazzi/e che ha elencato e mostrato: (dai 4 sino agli over 15 )Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio di K. Rundell (Rizzoli), Harold e la matita viola di C. Johnson (Einaudi Ragazzi), Clara e le ombre di A. Fontana (Il castoro), Ragazzo divora universo di T. Dalton (harper Collins Italia), vince sempre chi riesce a procurare emozione, sentimento, gioia, speranza, chi riesce potentemente a far battere il cuore, avvicinando empaticamente alle cose del mondo….

Anche Daniela Carucci, scrittrice e finalista Premio Strega 2020, con il testo Ruggiti (Sinnos editore) interviene con queste parole : “ I ragazzi/e hanno diritto a fruire di storie che parlano di qualsiasi cosa, purchè trattate con autenticità e onestà. L’atteggiamento di chi scrive deve essere quello di un adulto in ricerca, di chi non ha verità universali e messaggi inossidabili da fornire, ma accompagna e propone la voglia di trasformarsi, di essere flessibile per crescere e vivere nel mondo”.
Di mondo e di natura ha trattato invece Fabio Gugliemi, esperto di ambiente e di educazione ambientale che sottolinea la curiosità di ogni bambino e bambina verso gli elementi e i contesti naturali che spesso proprio la famiglia può inconsapevolmente presentare pieni di pericoli in un‘ottica iperprotettiva.
I giovani dimostrano naturalmente viva curiosità per ciò che è intorno a loro e ultimamente l’effetto Greta Thunberg li ha visti in moltissimi in piazza manifestare per le tante emergenze ambientali. Tuttavia, se un bel passo in avanti si è registrato come sensibilità e diffusione del messaggio, Guglielmi invita i ragazzi e le ragazze alla conoscenza scientifica dei tanti fenomeni naturali, proprio per poterne comprendere al meglio la possibilità di conservazione e salvaguardia.

Come ultimo intervento, il mondo editoriale e le parole di Donatella Caione, Responsabile di MATILDA Editrice, una casa editrice coraggiosa che ha fatto di numerose battaglie di rivendicazione dei diritti delle donne la propria bandiera . Ecco le sue parole:
“Il sessismo inteso come atteggiamento in tanto giornalismo e nella pressoché assenza delle donne nella task force di esperti, costituita dal governo per far fronte all’emergenza, hanno connotato nel nostro paese anche l’esperienza del Covid 19”.
Tuttavia non dimentichiamo che sono state proprio le donne ad essere in prima linea negli ospedali, negli Istituti per anziani, nelle abitazioni intente a seguire i figli alle prese con una didattica a distanza che per i più piccoli è stato necessario sostenere da una presenza di “cura” quasi sempre materna, essenziale ancora una volta.”
Dunque l’auspicio di Donatella Caione è che le narrazioni per la fascia giovanile rappresentino la realtà di questi temi e le evidenti contraddizioni che spesso manifestano . Tali temi, se presentati adeguatamente aiutano i/le giovani a crescere come persone rispettose dei diritti e delle identità altrui.
Un accento positivo a chiusura dell’intervento è andato alle metodologie di incontro tramite piattaforme web, ormai collaudate che hanno permesso, in questo periodo di distanziamento obbligato, di mettere insieme soggetti provenienti da varie aree del territorio italiano, eliminando tempi e costi di spostamento.
A chiusura del meeting, l’organizzatrice Maria Grazia Anatra, Presidente dell’Associazione Woman to be è intervenuta sottolineando il significato del Marchio NARRARE LA PARITA’, voluto dall’Associazione Woman to be di cui è presidente e cioè un contenitore di iniziative diverse di cui questo incontro è una esemplificazione. Concludendo Maria Grazia Anatra si è augurata che questo scambio di visioni e punti di vista possa continuare in forme diversificate, trasformandosi gradualmente ma concretamente in un progetto editoriale/multimediale che sta prendendo forma, alla ricerca di sostegno concreto e di attenzione.

Maria Grazia Anatr
2 Giu 2020

Un nuovo paradigma culturale

Cambiamento e innovazione sono oggi tematiche che stanno alla base di ogni azienda pubblico o privata che, per sopravvivere, devono adattarsi e costantemente mutare nelle proprie logiche. In molti, infatti, per stare al passo con lo sviluppo della Società e l’ambiente esterno cercano di continuo modi per incoraggiare tale visione. Il futuro non è prevedibile, ma è possibile provare ad anticiparlo. La scelta che la Pubblica Amministrazione italiana è chiamata a compiere, è tra la rigida stabilità di un passato già sperimentato e la flessibile mutevolezza di un futuro ancora da scoprire. Modelli di gestione burocratici e gerarchici da un lato, logiche di quasi mercato e orientamento al risultato, dall’altro. Tuttavia, data la sua natura e la sua essenza, la P.A. potrebbe sperimentare un modello ibrido basato sui criteri di flessibilità ed autonomia gestionale, al fine del raggiungimento di una vera separazione dei ruoli politici da quelli delle funzioni amministrative. Ciò si potrebbe rivelare strumento di progresso, capace, forse, di traghettare il settore pubblico verso i principi di efficienza, efficacia ed economicità.

La pianificazione a lungo termine cede il passo a strategie volte a gestire al meglio le relazioni nel presente; la ricerca dell’eccellenza passa attraverso l’instabilità. Se, dunque, il futuro non è prevedibile, si può contribuire attivamente a generarlo, lavorando sulle capacità di fronteggiare l’incertezza, elaborando schemi e modelli nuovi per muoversi in una realtà che appare sempre più complessa, dove il cambiamento è ormai una dimensione strutturale del divenire piuttosto che un fenomeno occasionale ed eccezionale. Oggi il problema sta nel comprendere in che modo le organizzazioni e la P.A. siano in grado di apprendere, di mutare sé stesse e il loro modo di interazione con la Società. Il tema del cambiamento organizzativo è cruciale in quanto, proprio nel settore pubblico, appare anacronistica la persistenza di sistemi amministrativi logori da dinamiche vetuste e di una cultura rigidamente formale e burocratica, a fronte delle esigenze dei cittadini, in termini di offerta e qualità dei servizi.

Il cambiamento appare al contempo necessario e impossibile: da un lato vi è la necessità di cambiare per evitare il blocco e la crisi del sistema, dall’altro l’incapacità di farlo, di trovare la dritta via. Nella P.A., da anni, è in atto un movimento irreversibile che spinge ogni singola Amministrazione a darsi un’identità, a valorizzare la propria specificità e il proprio ruolo, attuando processi di trasformazione e, l’ondata di riforme che dagli anni ’80 ha investito le Amministrazioni pubbliche in Italia, impone, oggi, una profonda riflessione relativa all’impatto e alla vera efficacia che questi cambiamenti organizzativi hanno prodotto. Alla base dei tentativi di riorganizzazione degli apparati dello Stato, diretti anche ad una gestione più razionale e parsimoniosa delle risorse, vi è il connubio tra le esigenze di risanamento finanziario e la diffusione dei paradigmi manageriali, da cui dipende il successo e la sopravvivenza dei sistemi organizzativi complessi, che si realizzano grazie alla capacità di attuare i cambiamenti necessari per fronteggiare, da un lato, l’evoluzione del contesto societario e normativo e, dall’altro, la domanda sempre più differenziata di servizi da parte dei cittadini. Il cambiamento è dunque la condizione essenziale per la sopravvivenza e l’evoluzione dell’Amministrazione pubblica, ed è proprio per questo che i processi di riorganizzazione, vanno gestiti e governati, soprattutto nelle componenti immateriali e valoriali che caratterizzano, nel profondo, il modo d’essere e di operare di un’organizzazione pubblica, costituendone il tratto distintivo.

Quali elementi di fondo dovrebbero quindi caratterizzare il nostro settore pubblico, per saper meglio rispondere alle istanze dei suoi portatori di interesse e dei cittadini? Come abbiamo visto l’adeguamento strutturale e strategico all’evoluzione della Società risulta fondamentale, serve ricostruire il ritratto di una P.A. in continua evoluzione, emergente, con un respiro europeo, in grado di confrontarsi ed interagire con i livelli di governo sovranazionali e con le amministrazioni pubbliche degli altri paesi e propendere per una visione integrata dei problemi. Non meno si richiede affidabilità, competitività e progettualità, che permettano di esprimere idee innovative, aggregare soggetti e risorse, disegnare un futuro e darvi concreta attuazione. Inoltre bisognerebbe che godesse di “stima e affetto” e fosse consapevole dell’importanza del proprio ruolo. Serve che essa sia orientata a ripensare i propri processi amministrativi e produttivi in funzione, delle esigenze e delle aspettative degli utenti e, al tempo stesso, capace di promuovere l’integrità nell’uso delle risorse pubbliche.

Una vera riforma – se vogliamo usare questo termine -, tuttavia, richiede la capacità di coniugare i tagli alla spesa con la capacità di investimento, a partire dal capitale umano che rappresenta, probabilmente, il fattore più importante. Tutto questo è possibile solo a condizione che si riesca a coniugare l’urgenza degli interventi indifferibili con la capacità di traguardare un orizzonte di medio lungo termine, operando un processo di trasformazione continua e dinamica che ci allinei alle migliori esperienze internazionali.

Daniele Moretti
2 Giu 2020

La nostra comunicazione con la bestia in ritirata. Un giornale-comunità è possibile?

Le ultime vicende dell’editoria italiana e dei gruppi economici e finanziari che la controllano hanno riaperto una ferita in chi, come me e molti altri, viene da anni di impegno e di appartenenza.

La questione non è solo la mancanza, in questo momento così particolare, di strumenti che in altre epoche furono decisivi come gli organi di stampa di partito. C’è anche la difficile ricerca di idee efficaci su come essere presenti nel mondo digitale come forza politica; su come comunicare e informare, costruendo una comunità di persone, prima ancora che una community virtuale.

Qualcosa si muove positivamente con il progetto inviato dall’organizzazione nazionale ai circoli nei giorni scorsi. Ma fino a oggi, ovunque, la sinistra ha vissuto alla giornata – c’è chi ha parlato della strategia dell’opossum – nella speranza di uscire politicamente vivi dalla pandemia e nella fondata convinzione che, in questo contesto mutato, si stia riducendo l’efficacia delle varie “bestie”, quelle macchine infernali di propaganda e mistificazione che hanno portato all’affermazione di Brexit, Trump e dei sovranismi (Salvini compreso) grazie ad anni di lavoro strutturato, scientifico e sotterraneo.

Ancora una volta, ci stupiamo scoprendo che nel mondo la destra esiste, ha una lettura della realtà e si è pure dotata di strumenti molto efficaci, almeno fino a ieri. E ancora una volta ci ritroviamo, noi, con la necessità di dotarci di strategia e strumenti.

Andando indietro nel passato di 10 o 20 anni e pensando a ciò che, allora, restava dei “nostri” giornali, va rilevata l’assenza di un disegno solido che si sarebbe potuto affidare fino in fondo alla ricchezza sociale, culturale e anche economica del mondo (o dei mondi) a cui appartenevano. Esisteva, infatti, un ambito di riferimento potenziale: un tessuto fatto di militanza politica diffusa, ma anche di associazioni, fondazioni, cooperative, professionisti, funzionari pubblici, sindacati, ong, comitati civici, pensatoi…

Oggi tutto è cambiato, ma resta il bisogno di raccontare quei mondi e di ricevere da questi contributi e istanze. E si impone la necessità di uno strumento diverso che parli a un popolo che c’era e che ancora esiste, pur dentro le trasformazioni vorticose in cui siamo coinvolti.

Immagino un giornale-comunità, digitale ma radicato nel reale e nella quotidianità; un giornale di pensiero, di approfondimento e di opinioni con tre caratteristiche: utile, ricco e unificante.

Utile al lavoro e alla pratica quotidiana di amministratori locali, funzionari pubblici, sindacalisti, dirigenti cooperatori, piccole e grandi realtà sociali, portatori di interesse. Con la capacità di “entrare nel merito” (come fanno in campi diversi il Sole 24 Ore o Italia Oggi) con competenza e puntualità, guardando agli aspetti tecnici e ai meccanismi di cui sono fatte le organizzazioni e le istituzioni che, come gruppo dirigente a tutti i livelli, siamo chiamati a innervare e guidare.

Ricco delle esperienze e dei punti di vista politici, sociali, economici, culturali e amministrativi di chi è impegnato nel campo largo del centrosinistra e della sinistra italiana.

Unificante perché “tiene insieme” chi sente di appartenere e di poter dare un contributo a una storia che viene da lontano e che ha bisogno di una visione per costruire un futuro più giusto, aperto e sostenibile, per fare ciò per cui esiste la sinistra: dare voce e rappresentanza a chi non ne ha o non ne ha abbastanza.

Giulio Pierini
2 Giu 2020

È necessaria una sintesi tra “assistenti civici” e “reddito di cittadinanza”

Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare (sulla stampa e soprattutto sui social network) della proposta del Ministro Boccia e del Sindaco De Caro riguardo alla “chiamata” (non saprei quale altro termine usare, anche se il più indicato forse potrebbe essere “reclutamento”) di 60.000 “Assistenti Civici” che avranno il compito di aiutare e vigilare durante la Fase 2, coordinati dal sistema di Protezione Civile.

La proposta, come è noto, ha suscitato non poche polemiche e molti dubbi; personalmente, sono tra coloro che hanno dimostrato scetticismo al riguardo.
Da volontario del Servizio Civile Nazionale e della Protezione Civile, valuto più che positivamente l’impegno attivo e spontaneo dei cittadini in attività di affiancamento alle istituzioni (laddove possibile). Da un lato c’è il punto di vista pratico e immediato: sull’impegno dei volontari infatti si reggono in molti settori numerosissimi servizi: basti pensare alla Sanità e alla Cultura; dall’altro c’è il punto di vista ideologico, a mio parere ancor più importante: la partecipazione e la collaborazione dei cittadini ad attività che vanno a beneficio dell’intera comunità contribuisce moltissimo alla formazione del senso civico e di appartenenza.
In questo complesso periodo, come già accaduto negli ultimi anni in molte situazioni di difficoltà per il nostro paese, il volontariato ha espresso tutto il proprio valore al massimo delle sue capacità all’interno del Sistema di Protezione Civile.
Un sistema che è composto per lo più da una miriade di Associazioni e Gruppi Comunali che – ad esclusione dei periodi di “picco” nelle fasi emergenziali – fanno sempre più fatica a trovare volontari e persone disposte a impegnarsi per portare avanti le numerosissime attività che svolgono e di cui si occupano.

Detto ciò, avrebbe molto più senso cercare una sintesi tra le due proposte, una in fieri e l’altra già esistente (“assistenti civici” e “reddito di cittadinanza”) allargando quanto più il numero di volontari selezionabili con i bandi del Servizio Civile, di modo tale da consentire a quante più persone di vivere un’esperienza fondamentale nella formazione personale, di cittadini e professionale, facendo conoscere a pieno le realtà dell’associazionismo e dell’impegno civico.

Qualcuno, a cicli regolari, chiede il ripristino del servizio di leva: lo trovo sconcertante. Sostengono che possa servire ai giovani a formarsi, a imparare a rispettare le regole etc.
Una vera buffonata. In una Democrazia sana le persone non devono imparare a smontare e rimontare un’arma, a marciare al passo dell’oca o a scattare sull’attenti; per di più, il rispetto delle regole e dei doveri minimi quotidiani (rifarsi il letto, lavarsi i denti etc) e – non ultimo – l’amore per il proprio paese, sono cose che vanno apprese a casa, in famiglia, e sui banchi di scuola.

Appartengo a quella generazione (1991) che il servizio di leva se lo è evitato (e più che volentieri) e che è stata cresciuta da chi il militare lo ha fatto per coscrizione e non per libera scelta, ciò non mi ha impedito e non mi impedirà comunque di impegnarmi per la mia comunità e di rispettare le regole.
L’associazionismo libero è un indicatore fondamentale dello stato di salute di una Democrazia e una Democrazia sana sostiene l’associazionismo e sostiene e incoraggia i cittadini – soprattutto i giovani – a essere partecipi all’impegno per la comunità, nei momenti di gioia come in quelli di difficoltà.

Per questo motivo sarebbe opportuno destinare fondi alle associazioni e far sì che i Centri per l’Impiego e i Comuni facciano da tramite tra queste meravigliose realtà e i giovani, gli studenti, i disoccupati, i pensionati, i migranti e i richiedenti asilo che vorranno partecipare attivamente alla ripartenza del nostro paese da questa così detta Fase 2 in avanti.

Francesco Carfì
1 Giu 2020

Utilizzo dei fondi europei

I fondi messi a disposizione dell’Italia sono notevoli e se fossero tutti utilizzati potrebbero dare un grande aiuto per la ripresa economica.

Preoccupa il fatto che l’Italia in passato non ha utilizzato tutti i normali aiuti europei. Se i normali canali istituzionali non avessero tutte le competenze e le capacità per eseguire i progetti necessari, lo Stato dovrebbe avvalersi di risorse esterne che in Italia ci sono.

Pasquale Fortunio del circolo Angelo Vassallo di Bresso (MI)

Pasquale Fortunio
1 Giu 2020

Riforme. L’Italia deve fare le riforme

Bene, facciamole queste riforme. Però nessuno spiega chiaramente, punto per punto dove intervenire e con quali modalità debbano essere fatte.
O forse è colpa mia, che non capisco. Generalmente, mi sembra che con il concetto “riforme che migliorino il sistema-Italia” tocchi solo i temi lavoro attivo ed età pensionabile, raramente però discutendo del potenziamento del potere d’acquisto di stipendi e pensioni (poco potere d’acquisto, poca domanda, poca produzione…).
Quello che so per certo è che i lavoratori italiani (dipendenti, che giocoforza non evadono un centesimo; imprenditori piccoli e grandi compresi gli artigiani e le partite Iva in generale, che hanno più margine in ambito evasione, ma effettivamente subiscono anche diversi controlli) sono tra i più tartassati in Europa, forse addirittura i più colpiti in proporzione agli stipendi percepiti.
In Italia poi c’è anche un alto numero di ore lavorate: il dipendente italiano, categoria alla quale appartengo, rimane in ufficio e in fabbrica mediamente più di un collega olandese o tedesco.

E non ditemi che l’extra orario passato sul posto di lavoro è improduttivo o perdita di tempo, perché sarebbe offensivo verso la serietà dei lavoratori e verso l’intelligenza degli imprenditori (che non credo paghino stipendi a dipendenti che guardano la parete che hanno davanti agli occhi…).
Il tanto bistrattato settore pubblico poi impiega in realtà molte meno persone, in assoluto e in rapporto al numero dei cittadini, rispetto a molti Paesi europei (fonte Forum Disuguaglianze Diversità).

Quindi quando tra le riforme auspicate si parla di competitività, vorrei capire qual è il bersaglio dove indirizzare il dardo. La burocrazia certo, mi auguro però senza allentare le briglie riguardo alle regole sugli appalti (che dovrebbero essere sempre ben strette) mentre vengono mantenuti lacci e lacciuoli per chi apre un’attività o chiede i contributi spettanti per i danni causati dal Covid, giusto per fare un esempio.
Si era intrapreso, qualche anno fa, un percorso di spending review: un discorso intelligente che non prevedesse un semplice e dannoso taglio lineare a qualunque voce di spesa, un tipo di taglio quello lineare che avrebbe mantenuto seppur riducendole le spese fortemente o totalmente inutili e che di contro avrebbe tolto ulteriori risorse a voci che magari avrebbero dovuto essere potenziate (se qualcuno pensa alla sanità non è fuori strada…). Finito in nulla.

Gentiloni, molto giustamente, qualche giorno fa ha detto “è il momento di fare la torta, non di spartirsela”.
Non potrei essere più d’accordo, mi sembra un concetto molto appropriato espresso con uno slogan valido ieri ma oggi ancora maggiormente calzante.
I finanziamenti in arrivo dall’Europa siano un’occasione di ripartenza, di rinascita e non l’ennesima occasione persa.

Si: ripartiamo, razionalizziamo, riformiamo,
Qualcuno però, seriamente, mi dica dove intervenire e con quali modalità.

Francesco Terzoli
1 Giu 2020

Maturità, t’avessi preso prima

Mai come quest’anno la maturità sarà un evento epocale, unico, non soltanto per le modalità ma anche per i contenuti e per le persone.
Sarebbe lapalissiano dire che i maturandi 2020 arriveranno con consapevolezze ed esperienze diverse, già il non vivere gli ultimi momenti che separano l’adolescenza dall’età adulta, non poter condividere le risate e i pianti con i propri compagni di classe, non poter festeggiare con i propri docenti cantando a squarcia gola “notte prima degli esami”, vedendosi passare davanti ai loro occhi ogni istante degli ultimi cinque anni in quella classe tanto odiata e amata allo stesso tempo, rimpianta da quel esatto momento in cui si renderanno conto che questo esame rappresenta per loro il bivio.

In verità “esame di maturità” è solo un modo diverso e più aulico per dire che si è troppo grandi per restare a scuola e troppo giovani per affrontare la vita.
L’esame di Stato con tutte le sue anni, la sua notte prima degli esami, te lo porti per sempre con te. I maturandi di quest’anno lo leggeranno sui libri di storia, ricordando tutto quello che è successo da marzo ad oggi.
Infondo i ricordi sono un po’ la nostra macchina del tempo, la Delorian che ti riporta in un preciso momento e per i nostri studenti sarà la loro maturità.
Dovremmo essere orgogliosi di questi ragazzi che non si sono lasciati andare alla paura e alla disperazione, perché hanno dimostrato grande coraggio e responsabilità, doti che sovente sono richieste dalla vita per essere veramente vissuta a pieno.
Cari ragazzi, questo virus vi ha tolto tanto, non solo momenti goliardici, ma anche la bellezza del timore, la vicinanza degli amici con cui per cinque anni hai condiviso tutto, dalla tua prima “crush” alla prima delusione amorosa. Tutto.

Il Covid-19 si è preso tanti momenti che meritavate di vivere insieme ai vostri compagni di classe, vi ha tolto il tempo, facendo si che questa maturità fosse atipica anche nelle sensazioni.

Cari maturandi, il 17 giugno, tutto quello che vi è stato tolto, riprendetevelo con gli interessi.

Francesco Miragliuolo
1 Giu 2020