domenica 27 Settembre 2020

Il razzismo divora l’America. E la politica ne è responsabile
I

“Nascere nero in America è un crimine”, ripete più volte un manifestante ai microfoni di un operatore della CNN, nei giorni lunghi di protesta a Minneapolis per la morte orrenda di George Floyd, ad opera di un poliziotto bianco. Un operatore della CNN che almeno non è stato ammanettato dalla polizia, come invece è successo al collega ispanico (con la pelle scura, per inciso) in diretta TV.

La lista degli afroamericani uccisi da poliziotti bianchi, senza motivo, è sempre più lunga, in una escalation di ferocia e brutalità che non si usa nemmeno con le bestie più schifose. Derek Chauvin, l’agente killer, ci ha offerto uno spettacolo mostruoso: schiaccia con il ginocchio il collo di George per 9 minuti, con le mani in tasca e lo sguardo tronfio, strabordante razzismo e impunità, incurante dell’urlo disperato della vittima (Non posso respirare), davanti a tre colleghi che osservano come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Diciamo allora le cose come stanno. Il razzismo è un tratto dominante della cultura americana, un fiume carsico che scorre sotterraneo e che ogni tanto torna in superficie, ma quando la politica lo incita, lo alimenta e gli offre una platea quel sentimento dilaga, senza limiti, con una violenza brutale.

C’è un nesso tra il nazionalismo populista e il razzismo. Il populismo, portato agli estremi, si regge sull’idea del popolo-nazione; il popolo puro e concepito come un tutt’uno, un insieme omologato e indistinto di persone che si riconoscono le une con le altre sulla base di caratteristiche etniche precise. Lo straniero è l’eretico, che va ripudiato, eliminato. D’altro canto, gli Stati Uniti sono la patria del nativismo, della difesa del popolo nativo (i discendenti dalle 13 Colonie) contro tutti gli altri. Contro i cattolici irlandesi nell’800, contro i tedeschi e poi gli italiani nei primi decenni del XX secolo, contro gli ebrei e infine costantemente contro gli Afroamericani e gli ispanici.

Trump è l’interprete eccellente di questi (ri)sentimenti, arrivato alla Casa Bianca grazie alla spinta e alla rabbia dei bianchi della classe media, che non hanno digerito gli otto anni di un nero al comando. Trump ne approfitta: non ha mai condannato apertamente il razzismo, né le manifestazioni della destra suprematista, ricorre costantemente al vocabolario più becero della segregazione e del razzismo: come quando dice “Quando arrivano i saccheggi arrivano gli spari”, riecheggiando il discorso di un poliziotto di Miami del 1967, famoso per i suoi metodi razzisti o quando cita i cani da mandare contro i manifestanti. Ogni giorno aumenta il livello delle aggressioni verbali, pensando di mettere in gabbia anche i social network ostili. D’altro canto, era lui che consigliava al suo staff in campagna elettorale di mettere in scena ogni giorno una guerra contro un nemico, spargere sangue e vincere. Il nemico di ieri era l’ANTIFA, l’organizzazione antifascista della sinistra radicale, oggi vediamo. Usando i bianchi contro i neri, i buoni contro i cattivi, la destra contro la sinistra, Trump tiene alto il livello dello scontro e spera di distogliere il paese dalla disastrosa gestione della pandemia che conta ormai oltre 100 mila morti. Sapremo in novembre come tutto questo finirà.

Nel frattempo, però, i genitori dei bambini afroamericani continuano a fare il lavaggio del cervello ai loro figli suggerendo di non replicare o mettersi di traverso in nessun modo alla polizia e raccontano di scegliere nomi tipicamente “bianchi” per evitare che i propri figli almeno quando non li si vede, sulla carta, non vengano discriminati a priori. Costretti a vivere in un paese in cui bisogna scrivere sui cartelli che le vite nere contano e sperando di non essere i prossimi ad essere ammazzati per strada.


Elisabetta Gualmini è parlamentare europea del Partito Democratico

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