lunedì 28 Settembre 2020

Quando la propaganda sostituisce la comunicazione, i cittadini devono farsi trovare preparati
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Ogni volta che scriviamo qualcosa sui social network ci assumiamo una grandissima responsabilità. La comunicazione oggi è immediata, priva di filtri e sempre più orizzontale. La mercificazione delle notizie spesso presenta dei problemi, poiché non sempre ne vengono verificate le fonti. Molto spesso diamo per scontato che si tratti di informazioni veritiere e certificate, che magari leggiamo sui profili di amici dei quali ci fidiamo.

E’ pertanto necessario, oggi più che mai, ricordare quella che è la differenza fra comunicazione politica e propaganda politica. Se riusciamo a capire quelli che sono i meccanismi che stanno dietro il continuo proliferare di notizie, spesso false (le c.d. Fake News) e utilizziamo i social in maniera responsabile possiamo far si che la rete digitale diventi sempre più uno strumento al servizio della democrazia e della libertà di pensiero. In caso contrario, gli scenari si fanno cupi e c’è seriamente il rischio di indebolire quelle che sono le istituzioni a difesa degli ordinamenti democratici. Non dimentichiamoci mai che quello che usiamo chiamare “Stato” è, si, disciplinato da una carta costituzionale che lo legittima e lo preserva ma in primis è la massima espressione di tutte le individualità presenti in un determinato Paese. E che sta a noi tutti, in quanto parte di esso, salvaguardare la Sua e quindi la nostra esistenza.

Quindi, cosa è la COMUNICAZIONE POLITICA e cosa invece la PROPAGANDA POLITICA? Partiamo dal presupposto che entrambi i tipi di comunicazione hanno come principio cardine la RETORICA. Per retorica si intende un discorso destinato a persuadere, convincere e commuovere il pubblico. E’ ricerca di empatia.

La retorica è quindi lo strumento di persuasione per eccellenza e viene insegnata con successo nelle scuole dall’antichità greco-romana fino all’epoca moderna. Le sue tecniche furono applicate principalmente alla politica.

Si è soliti definire la comunicazione politica come lo scambio e il confronto dei contenuti di interesse pubblico-politico prodotti dal sistema politico, dal sistema dei media e dal cittadino elettore. Si distingue dalle altre sottospecie della comunicazione pubblica in quanto interviene su argomenti di interesse generale che sono però di carattere controverso e rispetto ai quali sostiene un particolare punto di vista.

La propaganda politica, invece, è ben diversa. La propaganda è la diffusione di informazioni, vere o false, allo scopo di sostenere un’azione. Quando tali informazioni sono vere, possono essere tuttavia di parte o non fornire un quadro completo della situazione. La propaganda ha generalmente un culto politico o nazionalistico.

In senso più stretto e più comune, con propaganda ci si riferisce a informazioni deliberatamente false o fuorvianti che sostengono una causa politica o gli interessi di un gruppo di potere. I propagandisti cercano di cambiare il modo in cui la gente comprende una questione o una situazione, allo scopo di cambiarne le azioni o le aspettative, in un modo che sia quello auspicato dal gruppo di interesse. In questo senso, la propaganda serve come corollario alla censura, nella quale lo stesso scopo viene raggiunto, non riempiendo la testa della gente di false informazioni, ma prevenendo la conoscenza di informazioni vere. Ciò che rende la propaganda differente da altre forme di controllo è la volontà del propagandista di cambiare l’orientamento delle persone, attraverso l’inganno e la confusione, piuttosto che tramite la persuasione e la comprensione.

Quindi, possiamo facilmente capire cosa differenzia la propaganda dalla comunicazione politica: la volontà di cambiare il pensiero delle persone ricorrendo spesso a mezzi illeciti o semplicemente, nel mondo dei social network, utilizzare un linguaggio aggressivo, violento e volto a demonizzare tutto ciò che rappresenta un ostacolo al raggiungimento dello scopo prefissato.

Tantissimi studiosi hanno analizzato il modo di percepire la realtà quando si fa avanti quella che spesso chiamiamo coscienza collettiva. Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. Secondo alcune teorie, la folla è sempre intellettualmente inferiore all’uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi.

Se ne deduce, seguendo questo ragionamento, che la maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l’istintività al giudizio, all’educazione e alla timidezza, pertanto il “capopopolo” deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario.

L’emblema dell’uso strategico della propaganda politica è ovviamente rappresentato dal regime nazista. Goebbels, forse il più geniale nonché diabolico oratore del secolo scorso capì subito il potenziale della Propaganda. Per renderla efficiente e aumentarne la potenza aveva bisogno di uno strumento per entrare nelle case di ogni cittadino. Nel periodo seguente la prima guerra mondiale, in un regime di totalitarismo, la comunicazione assume un carattere “industriale”, ne aumenta non solo la produzione, ma anche il “bacino di utenza”, il rapporto tra potere politico e comunicazione si fa sempre più stretto. Da qui la necessità di un mezzo di comunicazione semplice e innovativo che trasmetta notizie facilmente comprensibili al pubblico.

La radio era lo strumento più indicato, poiché era all’epoca il mezzo di comunicazione di massa, presente praticamente in ogni famiglia. Un po’ come agli smartphone oggi che ci permettono di essere costantemente collegati a internet ed attivi sui social.

Ancora oggi, con le dovute proporzioni, personaggi politici che hanno come obiettivo quello di cambiare il modo di pensare nonché la percezione di intendere gli eventi quotidiani, tempestano social di affermazioni ripetute in maniera martellante, spesso tramite discorsi contraddittori e false verità con il solo obiettivo di far presa nell’elettorato.

Alla luce di tutto questo è quindi fondamentale che ognuno di noi presti attenzione alle notizie con le quali interagisce, in modo da capirne la provenienza e soprattutto le finalità. La libertà di pensiero è un diritto inalienabile di ogni essere umano. Proprio per far si che ognuno di noi lo possa palesare occorre salvaguardare la cultura, la conoscenza e soprattutto la correttezza delle informazioni che ci permettono di sviluppare le proprie opinioni e la propria personalità. False verità costruite artificialmente danno vita ad un costrutto irrazionale e ad una realtà che non è quella con cui abbiamo a che fare ma che artisti della demagogia vorrebbero far credere.

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1 COMMENTO

  1. Articolo ben scritto su un tema molto importante. Un esempio delle conseguenze di ciò che Fausto Bosco scrive qui (ossia del fatto che la propaganda sfrutta l’emotività e non la razionalità) sta a mio parere nella lunga stagione dell’antipolitica, culminata recentemente in norme discutibili come quella del taglio dei parlamentari. Se siamo insoddisfatti dei parlamentari, ridurne il numero può dare una certa soddisfazione emotiva (una specie di vendetta), ma non è certo una soluzione razionale. Se siamo insoddisfatti dei nostri rappresentanti, dobbiamo cercarne di migliori, non farne a meno. Se il mio commercialista mi imbroglia, non è saggio né ridurgli lo stipendio né farne senza; è saggio trovarne uno migliore. Tornando ai nostri rappresentanti, è però fondamentale che comunichino sempre più spesso con i cittadini, ci incontrino, ci informino, raccolgano osservazioni e suggerimenti. Se non si fa questo, è proprio allora che si dà spazio all’antipolitica. E il rischio, come nota Fausto, è di ridursi come extrema ratio al culto del capo che fa da guida (emotiva, s’intende: di cui abbiamo esempi lampanti in politici populisti di destra, ma non solo).

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