lunedì 6 Luglio 2020

Da green a grey: il futuro dell’energia non passa per il gas
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Quante volte abbiamo ascoltato o letto articoli che sembravano rivelatori sull’importanza del gas? O quante volta abbiamo visto associato al gas il termine “naturale”? Il gas naturale. Come a volerne esaltare le caratteristiche genuine, green, sostenibili. Una narrazione, questa, usata e raccontata da più parti per giustificare scelte non inclini alla tutela del clima e dei territori, ma rivendute come tali per giustificare lo sviluppo del metano. La storia del gas che raccontiamo oggi è in realtà l’esito di un discussione che abbiamo avuto con esperti sui temi energetici nel webinar pillola verde disponibile a questo link.

Come associazione infatti da anni ci interroghiamo sul processo di riconversione energetica e studiamo gli impatti territoriali che le politiche, anche energetiche, hanno sui territori. Il gas, in ambito energetico, oggi è il protagonista indiscusso.

La scelta del gas come combustibile ponte verso un’economia green è infatti la scelta effettuata dal nostro paese a livello strategico, e consacrata in documenti come la Strategia Energetica Nazionale (SEN) e il Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC).

La Strategia energetica nazionale del 2017 proponeva in sostanza un aut aut: l’uscita dal carbone era condizionata alla trasformazione del paese in un hub europeo del gas, concentrando sulla risorse fossile la strategia di riconversione (e di decarbonizzazione) e in tal modo dimostrando di non aver capito bene il significato stesso del termine decarbonizzazione che significa uscire dal modello fossile per avvicinarci a un modello fondato sulle energie rinnovabili e non solo abbandonare l’uso del carbone. Come ha fatto notare Alberto Bellini, Coordinatore del Corso di Laurea in Ingegneria elettronica per l’energia e l’informazione all’università di Bologna, nel webinar “la formula chimica del gas metano è CH4, dove C sta per carbonio. Quindi dire che il gas è uno strumento di decarbonizzazione è un pochino offensivo per l’intelligenza delle persone”. Una affermazione semplice, comprensibile da tutti ma a quanto pare non così evidente per i politici, tanto che sulla stessa linea è il Piano energia e clima, il quale ricalca a penna la strada tracciata dalla SEN, dandoci anche delle date specifiche in cui si sarebbero dovuti avviare una serie di infrastrutture del gas (nel 2020 la TAP per esempio). Il Pniec, specifica 

Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace, di fatto “conferma l’abbandono del carbone al 2025 ma punta tutto sul gas: 61 GW di gas al 2030” al fine di fare dell’Italia l’hub europeo del gas. Eppure che questa strada non fosse la più idonea, quella che ci porterà al raggiungimento degli obiettivi del famoso accordo di Parigi, non lo dicono solo i comitati o le realtà ambientaliste. Già l’Unep ovvero il Programma delle nazioni unite per l’ambiente nel 2019, nell’Emission Gap Report specificava che a tale ritmo “i paesi produrranno il 47% di gas in più al 2040 di rispetto a quanto sarebbe coerente con un percorso di 2°C”. Un dato rilevante se si pensa che la percentuale è calcolata rispetto a un incremento di 2 gradi e non di un grado e mezzo. Le problematiche rispetto al gas tuttavia sono molteplici, non impattano cioè solo la matrice clima.

Su questo Alberto Bellini è perentorio: “Il gas metano è un combustibile fossile ed ha un impatto sulle emissioni molto importante, si pensa che le analisi fino viste fossero sottostimate del 40%”. Tuttavia il problema del metano non si limita qui: gli impatti sulla salute del metano – in particolare delle estrazioni con fracking di shale gas – sono estremamente pericolose per la salute, come dimostra un recente articolo pubblicato di Nature. Eppure, sottolinea Bellini, fino a poco tempo fa lo shale gas era presentato come la panacea per i problemi di approvvigionamento energetico. Una visione, quella riportata dal professore, a tutto tondo, che viene sostanziata dai punti di vista dei territori. In altre parole, come si proietta tutto questo sulle comunità? Si pensi al caso emblematico di Civitavecchia in cui c’è una storica centrale Enel a carbone che vuole essere riconvertita in questo momento a gas. Non si rischia, avallando tali politiche, di incrementare conflitti soprattutto in territori che già da anni subiscono le conseguenze sociali e ambientali delle politiche energetiche?

Oggi ci ritroviamo in una fase nuova: dove la materia prima cambia ma dove il processo di colonizzazione del territorio rimane sempre lo stesso. Perché se è vero che le strategie energetiche cambiano, i territori che subiscono le ripercussioni di queste scelte politiche pare di capire che sono sempre gli stessi. 


Maura Peca è una ricercatrice presso ‘A Sud’ e del CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali.

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