giovedì 3 Dicembre 2020

Le aree montane tra identità e sviluppo sostenibile, una risorsa per il Paese
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L’art. 44 della Costituzione, uno dei meno citati, impegna lo Stato ad una politica specifica per le zone montane, che oggi è regolamentata dalla legge n. 197/94. Lo fa all’interno di una delle poche norme costituzionali con un’ispirazione chiaramente ambientalista, che vincola lo Stato a “un uso razionale del suolo” e a realizzare “rapporti sociali equi”.

La montagna rappresenta in effetti una risorsa fondamentale per il nostro Paese, per immaginare un nuovo sviluppo sostenibile, fondato sulla tutela del paesaggio, della biodiversità, delle risorse energetiche rinnovabili, sulla qualità dell’ambiente e allo stesso tempo su una crescita economica duratura, capace di nuova occupazione. Le aree montane rappresentano il 55% del territorio italiano, ed il 65% di quello europeo; nelle “zone interne”, lontane dai poli urbani che offrono i servizi essenziali, vivono 13,5 milioni di italiani, pari al 23% della popolazione.

Come numerosi studiosi riuniti dalla Fondazione Ifel hanno di recente evidenziato, tra i quali due importanti architetti come Stefano Boeri e Rem Koolhaas, nei prossimi anni potremmo assistere in Europa ed in Italia ad un flusso di popolazione dalle aree urbane verso le aree interne, fenomeno già in parte avvenuto durante l’epidemia, favorito dal ruolo crescente delle tecnologie digitali.

Eppure, in Italia siamo ancora lontani dall’aver realizzato un’inversione di tendenza rispetto al fenomeno dello spopolamento delle aree montane, che hanno assistito negli ultimi anni ad un’ulteriore accelerazione dell’invecchiamento demografico (gli over 65 rappresentano il 34% della popolazione). Tuttavia, in questo quadro, come evidenzia il Rapporto Istat sul Territorio 2020 “in alcuni comuni montani classificati come aree interne si possono cogliere a livello locale elementi positivi di sviluppo economico e rinascita demografica, connessi in particolare alla valorizzazione delle risorse ambientali e del sapere locale, attraverso la vocazione turistica culturale e naturalistica e la commercializzazione di prodotti tradizionali.”

Nel nuovo mondo che dobbiamo immaginare per il post-covid, le zone montane dovranno essere pensate non più come un settore marginale della nostra economia, destinatarie solo di politiche di riequilibrio, ma come leva di un nuovo sviluppo. Favorire il loro ripopolamento, ridurre le diseguaglianze territoriali nell’accesso ai servizi fondamentali (salute, istruzione, mobilità, servizi per l’infanzia, reti digitali), prevenire il dissesto idrogeologico, tutelare il patrimonio forestale e boschivo, difendere le risorse idriche, sviluppare le green communities, prevenire il rischio sismico, far crescere non solo l’economia agricola, ma un’industria agroalimentare e un’industria turistica e culturale compatibile con la tutela e la valorizzazione del paesaggio e delle risorse ambientali, sono solo alcuni dei capitoli che danno l’idea di quali e quanti sfide per uno sviluppo equo e sostenibile, per la lotta ai cambiamenti climatici e per la giustizia sociale si vincano nel quadro delle politiche per le aree montane ed interne.

Negli ultimi anni sono stati compiuti alcuni passi avanti importanti, con l’avvio della Strategia Nazionale per le Aree interne, che il Ministro Provenzano sta potenziando e rilanciando, gli Stati generali della montagna voluti dal Ministero degli affari regionali, l’attenzione nuova e riconosciuta che il Ministro Boccia sta dedicando alle politiche per la montagna, l’approvazione di una mozione per la montagna da parte della Camera dei deputati il 28 gennaio, che impegna il Governo ad un cambio di passo. Gli stati generali sull’economia hanno accolto tra le proposte del piano presentato dal governo alcuni dei temi contenuti in tale mozione. Fondamentale è stato il protagonismo crescente dell’Uncem.

Occorre senza dubbio, a partire dalla nuova programmazione europea e dalle risorse che l’Unione europea introdurrà con Next Generation EU, un salto di qualità.

È necessario che nel nuovo periodo di programmazione dei Fondi di coesione 2021-2027 sia previsto un capitolo per il finanziamento delle politiche per le aree montane, sul modello di quanto già avvenuto per le aree urbane e metropolitane, ed immaginare una strategia integrata e unitaria per le aree interne, rurali e montane, attraverso un Programma operativo nazionale che individui fondi europei, nazionali e regionali sulla programmazione europea 2021-2027. Bisogna sostenere l’avvio delle Zone Economiche Ambientali, per aiutare la crescita delle piccole e medie imprese, a mio avviso in una visione integrata e coordinata con le Zone Economiche Speciali. Occorre un Piano Nazionale per i piccoli comuni, le aree rurali e montane e interne, con uno stanziamento di almeno 10 miliardi per i prossimi dieci anni, come propone l’Uncem, per sostenere la lotta ai cambiamenti climatici, la prevenzione del dissesto idrogeologico, il riuso dei beni immobili ed il contrasto al consumo di suolo, ed inoltre in tale contesto sviluppare un programma di tutela della biodiversità montana, attraverso progetti pilota di supporto alle attività agricole,  all’ecologia integrata e di riqualificazione naturalistica, favorendo anche mediante agevolazioni specifiche la cooperazione tra enti locali, aree protette, aziende agricole, associazioni ambientaliste e soggetti privati, come prevede il Manifesto di Assisi per “Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica”. Bisogna immaginare inoltre un rafforzamento delle agevolazioni e della differenziazione dei trattamenti fiscali per favorire gli investimenti pubblici e privati, la residenzialità, la nascita di nuove imprese, il contrasto alla desertificazione commerciale e all’abbandono dei servizi pubblici, l’acquisto e la trasformazione dei beni immobili delle aree interne e montane, affiancandolo in quest’ultima ipotesi con misure di semplificazione burocratica in caso di interventi di recupero architettonico, culturale e turistico di borghi montani, che abbiano alla base  forme associative e/o di cooperazione tra giovani e  che prevedano la residenzialità per un minimo numero di anni. A fianco a ciò è decisivo l’impegno per colmare il divario in termini di infrastrutture digitali (banda larga ed ultra-larga) e fisiche, per immaginare un sistema di collegamenti intermodali e sostenibili, a partire dal trasporto su ferro, che sottragga le aree montane ed interne da una condizione di difficoltà negli spostamenti non più accettabile. Fare in modo come ha detto la ministra De Micheli che almeno l’80% degli italiani nei prossimi anni possa accedere all’alta velocità ferroviaria vuol dire in primo luogo affrontare il tema del collegamento delle aree montane ed interne.

Sono solo alcune delle sfide che il Pd deve affrontare, per colmare quello che è oggi uno dei più evidenti deficit di rappresentanza del nostro partito. Non è un mistero, infatti, come le aree periferiche e marginali siano in Italia, come un po’ in tutto l’Occidente, il tallone d’Achille delle forze progressiste e il punto di forza della destra sovranista. Se nelle periferie urbane, nelle ultime elezioni europee e regionali, abbiamo assistito ad un certo recupero, nelle aree interne e montane, dove si vive maggiormente una condizione di abbandono, di esclusione dai flussi dell’economia globale, dove abbiamo minori livelli di istruzione e fenomeni persistenti di declino demografico, continuiamo a scontare una difficoltà maggiore. È in queste aree più che altrove che si gioca la nostra capacità di pensare e declinare in termini innovativi il nesso identità/apertura/inclusione sociale, per fare in modo che attraverso una nuova idea di sviluppo equo e sostenibile, la globalizzazione dell’economia, che rallenta, a causa di neo-protezionismi ed epidemie, ma non si ferma, sia vissuta con fiducia e non con paura. Pensiamo al tema di come ad esempio l’immigrazione possa diventare una risorsa per ripopolare e restituire vitalità alle aree montane abbandonate, o a proposito di identità ed innovazione come il futuro di questi territori dipenda dalla voglia e dalla capacità dei giovani di scommettere sul loro rilancio attraverso start up innovative. È ora che le aree montane, insomma, diventino uno dei capisaldi dell’iniziativa del Partito Democratico, a partire dai tanti amministratori locali, parlamentari, ed anche circoli territoriali, che su questo campo hanno prodotto iniziativa politica e spesso le idee più interessanti nel dibattito nazionale, ma senza che questa elaborazione diventasse patrimonio di tutto il partito. L’impegno sarà costruire una vera e propria rete nazionale del Pd, che si affianchi al lavoro prezioso e fondamentale delle associazioni culturali, ambientali, sociali, del terzo settore e degli enti locali.


Andrea Catena è il responsabile nazionale del dipartimento Aree Montane del Partito Democratico

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