giovedì 2 Luglio 2020

Un nuovo programma industriale che porti finalmente l’Italia ai livelli dei Paesi più avanzati
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Quando è esplosa la crisi del Covid, noi eravamo il paese che cresceva meno di tutto il mondo avanzato. Il declino economico dell’Italia ha radici nelle politiche degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, ma si è poi manifestato, al di là di ogni dubbio, al volgere del nuovo millennio: ininterrotto, anno dopo anno, dura ormai da una generazione (tanto che nel reddito per abitante siamo scesi sotto la media europea).

Ora però siamo entrati in un’epoca nuova. Il contesto internazionale è diverso. Pur fra mille difficoltà l’Europa è cambiata, sta cambiando: gli eurobond, che sembravano irrealistici solo tre mesi fa, con il Recovery Plan stanno per diventare realtà; la dottrina del pareggio di bilancio, sia nei singoli stati sia soprattutto per il budget della UE, che ha contribuito a frenare la crescita dell’Unione Europea rispetto ai suoi grandi competitori (Usa, Cina), è stata abbandonata. Il pacchetto complessivo di misure europee per affrontare la crisi sfiora i 1.300 miliardi (200 miliardi della Banca Europea per gli investimenti per finanziare le piccole e medie imprese, 100 miliardi del Sure per la Cassa integrazione e la disoccupazione, 240 del Mes per la sanità, più i 750 miliardi di euro del Recovery Plan nella proposta della Commissione), cui si aggiungono i 1100 miliardi di liquidità della Bce per l’acquisto di titoli (il «bazooka» che contribuisce in modo decisivo a tenere basso il nostro spread). In totale, sono 2.400 miliardi, di cui l’Italia potrà ottenerne quasi 500, più di un quinto, una cifra molto consistente: 40 miliardi dalla Bei, fino a 20 miliardi dal Sure, 36 dal Mes (se decideremo di utilizzarlo), più i circa 170 del Recovery Plan; cui si aggiungono i 220 miliardi di aiuti all’Italia che vengono dalla Bce, sottoforma di acquisto di titoli.

È evidente. Siamo davanti a un’opportunità storica. Spetta a noi adesso fare la nostra parte. Passata la fase più acuta dell’emergenza sanitaria (che il Governo ha affrontato complessivamente bene), la classe dirigente di oggi sarà giudicata per la sua capacità di vincere questa sfida. Meglio, per la sua capacità di coglierla per invertire la rotta del declino, con politiche diverse dal passato. Le premesse ci sono tutte e, per certi versi, sono le stesse linee guida tracciate dall’Europa, dal Mes che è rivolto alla sanità agli indirizzi del Recovery Plan (ambiente, digitale, lotta a disuguaglianze) a indicarci la strada. Quel programma è, in fondo, il programma che dovrebbero avere oggi le forze riformiste e progressiste. Né c’è da stupirsi per questo. Il contributo del PD, dei suoi uomini al governo (Amendola, Gualtieri, Provenzano) e nelle istituzioni europee (Gentiloni, Sassoli), è stato decisivo.

Non possiamo perdere questa occasione, quindi. E l’esito della sfida si decide in Italia. Il Partito Democratico ha elaborato un programma per una nuova politica industriale, che per la prima volta affronta in modo organico i mali storici del nostro Paese: premiare l’innovazione, la digitalizzazione delle imprese; puntare sulla transizione ambientale, anche come grande occasione di sviluppo; incentivi per le fusioni e la patrimonializzazione, per aiutare le nostre aziende a crescere; misure per favorire gli investimenti in Italia e le startup, per trasformare il Mezzogiorno in una grande opportunità, per rafforzare il nostro sistema di ricerca e le ricadute positive sulle piccole e medie imprese. E ancora: interventi per affrontare le crisi di impresa in modo organico, e per riformare, rendere efficiente e potenziare la nostra pubblica amministrazione, per una nuova governance della politica industriale sul modello francese, per coinvolgere i lavoratori nella direzione stessa delle imprese sul modello della cogestione in Germania, e nell’elaborazione delle linee strategiche di politica industriale. Portiamoci ai livelli degli altri paesi avanzati con cui condividiamo una comunità di destini, a cominciare dalla Francia e dalla Germania.

Certo, una parte di quel che dobbiamo fare spetta direttamente all’intervento pubblico: realizzare investimenti capaci di generare un alto moltiplicatore, qualcosa di simile al New Deal di Roosevelt, a partire da una riorganizzazione profonda (e dal rafforzamento) della nostra amministrazione. Ne abbiamo scritto in un precedente intervento (Come utilizzare le risorse per aprire una stagione virtuosa), si tratta di inaugurare una stagione nuova, di collaborazione fra pubblico e privato. E proprio per questo, l’altra parte è quella che spetta al mondo delle imprese: e lo Stato dovrà aiutarlo mettendo in campo una nuova politica industriale, che lo veda impegnato a guidare, a partire da un’ampia gamma di incentivi, le aziende verso l’innovazione digitale e la trasformazione ecologica; che lo veda investire in istruzione e conoscenza; impegnato a riformare il nostro capitalismo per renderlo più innovativo e inclusivo. Dando fiducia ai nostri imprenditori, premiando la crescita dimensionale e gli investimenti, le sinergie e il reshoring; dando fiducia ai lavoratori, a partire dalla gestione delle numerose crisi di impresa.

Attrezziamoci dunque per vincere la grande sfida europea: abbiamo l’opportunità di impostare una politica industriale nuova, che punti all’innovazione, alla transizione ambientale e digitale, al rafforzamento delle nostre imprese e di tutto il sistema Paese. Dotiamoci degli strumenti e delle risorse, finalmente, per tornare un Paese all’avanguardia dello sviluppo e della qualità della vita. È questo il compito, oggi, della politica riformista.

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2 COMMENTI

  1. Mariana Mazzucato: “Mentre l’idea del reddito di base universale è buona, il rischio è che venga visto come elemosina, poiché perpetua le false narrazioni secondo cui il settore privato è l’unico creatore, non co-creatore, della ricchezza nell’economia.

    Un’alternativa è il dividendo dei cittadini o il fondo di ricchezza pubblica, un insieme di ricchezza di proprietà collettiva, con i benefici condivisi tra la popolazione.

    Consentendo ai cittadini di possedere una quota uguale della ricchezza di un fondo, che crea un dividendo, essi ottengono una quota diretta del valore che un paese produce.

    Un reddito di base universale implica una giusta remunerazione per il lavoro, che dovrebbe essere al centro dei nostri modelli economici.”

    https://www.facebook.com/groups/IstituzioneRedditoDiBaseUniversalePetizione/permalink/684724869038661/

  2. Il programma proposto dà ampio spazio alla cosiddetta “Rivoluzione digitale”. La necessità di una profonda innovazione del nostro sistema produttivo che vada nella direzione proposta è innegabile. Tuttavia sarebbe necessaria parallelamente una riflessione sulle profonde trasformazioni dei rapporti tra il mondo della produzione e quello del lavoro che tale modello implica, questo a maggior ragione per un partito che voglia ancora rappresentare istanze di uguaglianza sociale.
    Molti esperti concordano sul fatto che la nuova rivoluzione industriale avrà un saldo negativo tra i nuovi posti di lavoro creati, legati soprattutto a nuove figure ad alta professionalità, e quelli distrutti. C’è quindi il concreto rischio che si crei una disoccupazione di tipo strutturale. Inoltre il modello presuppone un grande investimento di risorse da parte della collettività. Riconosciuta quindi la necessità dell’innovazione del nostro sistema produttivo nella direzione ipotizzata, bisognerebbe almeno tentare di rispondere a domande fondamentali tipo: quali dovranno essere le azioni poste a tutela di chi non potrà più accedere al reddito attraverso la partecipazione al lavoro? Essendo rilevante l’intervento pubblico per l’efficienza del sistema, quali procedure adottare per la redistribuzione della ricchezza prodotta?

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