giovedì 6 Agosto 2020

Smart working, pillola rossa o pillola blu?
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C’è una scena di Matrix, il film di fantascienza diretto dai fratelli Wachowski, in cui Neo (Keanu Reeves) si trova davanti ad una scelta difficile: prendere la pillola rossa o la pillola blu? La rossa è la pasticca della conoscenza che svela le cose come realmente sono, con molti problemi da affrontare. La pasticca blu è quella finta tranquillità, che consente di vivere tranquillamente in un mondo illusorio in cui va più o meno tutto bene (semplicemente perché si ignorano le cose che non vanno).

È lo stesso bivio che abbiamo di fronte in relazione al futuro delle nuove forme di lavoro o – come lo chiamano tutti ormai – dello smart working.

Per il mondo del lavoro, specialmente nelle pubbliche amministrazioni, la pandemia ha segnato – come in molti altri campi – un punto di non ritorno: il momento fondativo di una nuova consapevolezza. La consapevolezza che un’organizzazione diversa è possibile grazie all’uso delle tecnologie, coniugando le esigenze della produttività con un giusto bilanciamento tra lavoro e vita privata.

Adesso, però, abbiamo due possibili alternative.

Da un lato la pillola blu: la soluzione di un comodo – si fa per dire – ritorno al passato. È la soluzione preferita di chi, terminata la gestione dell’emergenza, tenta (maldestramente) di riportare indietro le lancette dell’orologio, chiedendo il rientro in ufficio per tutti senza alcuna innovazione. Tante le motivazioni di queste resistenze. C’è chi lo smart working non lo ha capito, chi vede il lavoratore solo come un “portatore sano di buono pasto”, chi teme di perdere potere e chi è semplicemente incapace di organizzare il lavoro per fasi, cicli e obiettivi.

Dall’altro lato, invece, abbiamo la pillola rossa, quella della conoscenza e della consapevolezza. Conoscenza e consapevolezza innanzitutto del fatto che quello fatto durante il lockdown non è lavoro agile, ma semplice lavoro da remoto. Conoscenza e consapevolezza del fatto che lo smart working richiede una riorganizzazione dei processi produttivi, ma anche un investimento in tecnologia e competenze digitali dei lavoratori (specialmente dei dirigenti) per assicurare anche piena sicurezza di processi, archivi e documenti.

Consapevolezza del fatto che questi sforzi sono utili per migliorare la produttività delle amministrazioni, aumentare la crescita della motivazione e del coinvolgimento del personale e ridurre l’impatto ambientale.

Consapevolezza del fatto che – per raggiungere questi obiettivi – è necessario mettere al centro i diritti dei lavoratori. Lavoratori su cui non si possono addossare le difficoltà, i costi e le inefficienze sperimentati durante il lockdown. Secondo il giurista americano Alan Dershowitz, infatti, i grandi diritti nascono da grandi errori.

Il lavoro agile può essere un’incredibile opportunità per tutti, a patto di trarre insegnamento dagli errori del passato e chiarire – nelle norme e nei contratti – i diritti dei lavoratori, specialmente con riferimento alla disconnessione (come già avviene in altri Paesi).

Del resto, cinquant’anni fa lo statuto dei lavoratori innovò profondamente l’ordinamento vietando tutte le forme di controllo a distanza dei lavoratori, con ciò anticipando la normativa che sarebbe stata adottata in seguito sulla protezione dei dati personali.

Non è rimasto molto tempo, bisogna scegliere: pillola rossa o pillola blu?


Ernesto Belisario, avvocato cassazionista, specializzato in Diritto Amministrativo e Scienza dell’Amministrazione

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1 COMMENTO

  1. Complimenti per l’articolo molto ben fatto. Ottima la consapevolezza che l’introduzione dello Smart Working richiede la riorganizzazione del lavoro per sfruttarne le potenzialità e la necessità di formare delle competenze digitali, soprattutto nella classe dirigente.

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