giovedì 6 Agosto 2020

Ci saranno altre Ocean Viking. In futuro serviranno risposte e tempi certi
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La vicenda Ocean Viking si è conclusa ma non sarà il primo né l’ultimo caso simile. Una previsione tanto facile da fare quanto dura. Il ritardo con cui si è riusciti a dare una risposta alla richiesta di  far sbarcare le persone salvate ha generato tensioni comprensibili e discussioni politiche che non hanno però aiutato a mettere a fuoco il problema di fondo.

Guardando a un futuro, che potrebbe essere domani, altre navi chiederanno di poter sbarcare donne, uomini e bambini. Situazioni delicatissime che meritano risposte e tempi certi, soprattutto rapidi viste le condizioni in cui spesso versano le persone soccorse e il loro carico di sofferenza fisica e psicologica.

Concausa dei ritardi sono state le norme restrittive adottate per contenere la pandemia, una cosa comprensibile con Covid 19 che continua ad essere presente. Dalle emergenze però dobbiamo imparare sempre. Sono convinto che il nostro governo  farà tesoro di questa vicenda non esemplare e predisporrà meccanismi di accoglienza che coniughino il diritto all’assistenza dei migranti con quello alla salute di tutti.

Dobbiamo però imparare a guardare al domani. Quando sarà finita l’emergenza sanitaria con il suo corollario di procedure, le navi continueranno ad arrivare e l’Italia –  per la sua posizione geografica – continuerà ad essere uno degli approdi principali. E’ stato così in passato e continuerà ad esserlo in futuro. Per questo è importante ragionare fin da subito sul cosa fare. Le nostre isole sono il nostro Meridione o la porta d’ingresso per la UE?  Non si tratta d un gioco di parole ma di un nodo politico  centrale per l’Europa. Il  Parlamento europeo su questo punto ha fatto importanti  progressi e anche l’Italia con gli accordi di Malta  – voluti da questo governo – è riuscita a coinvolgere altri Stati  nella redistribuzione dei migranti salvati. Un primo passo nella giusta direzione che deve arrivare però a un traguardo: la profonda revisione del Trattato di Dublino e  una azione decisa verso quegli Stati UE che finora non hanno rispettato gli impegni di solidarietà assunti, affinché Paesi come Italia, Grecia e Malta non fossero lasciati soli davanti al tema epocale dell’accoglienza verso chi fugge da guerre, carestie o per effetto dei cambianti climatici.

Un atteggiamento inaccettabile e ingiustificato. Dal primo gennaio ad oggi sono sbarcati in Italia 7.554 persone secondo il nostro Ministero degli Interni. Non esattamente una invasione. Numeri che permetterebbero una gestione serena del fenomeno e una riconsiderazione del dispositivo europeo nel suo complesso. Dal contrasto alle organizzazioni a capo della tratta, alle operazioni di salvataggio, fino a quelle di ridistribuzione e accoglienza. In questa prospettiva, il trattato di Dublino rappresenta un ostacolo da rimuovere, un accordo miope frutto degli egoismi nazionali.

Rivederlo sarebbe un atto di realismo politico, considerando anche che nei prossimi  20 anni il nostro continente sarà molto invecchiato a fronte dell’Africa che invece avrà raddoppiato la propria popolazione e sarà il più “giovane” fra tutti i continenti. Andare oltre quindi è una necessità. Di pari passo però dovremmo dotarci di strumenti di intervento diversi e più articolati.

Sarebbe importante pensare a politiche europee di cooperazione e co-sviluppo, a interventi che prevedano accessi in sicurezza a chi fugge come i corridoi umanitari e investire maggiori risorse per le politiche di accoglienza. Si tratta di scelte collegate fra loro, che hanno come comune denominatore quello di considerare il fenomeno come una costante e non una emergenza e i migranti come persone da accogliere e non una minaccia. Una visione diametralmente opposta a quella delle destre nazionaliste europee.

Insieme a questi interventi di carattere europeo però anche l’Italia dovrà fare la sua parte con alcuni passi. In primis andando oltre i decreti Salvini e poi dotandosi finalmente di una legge organica sul diritto di asilo che faccia chiarezza sui diritti, le tutele e le competenze. Provvedimenti di civiltà che ci permetterebbero di gestire questo fenomeno al meglio senza paure né con isterismi politici.

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