giovedì 9 Dicembre 2021

La politica e la sfida della pianificazione urbanistica nel post Covid

La crisi infettiva legata al Covid 19 e le conseguenti misure di contrasto alla diffusione basate sul distanziamento fisico hanno indotto molti esperti che si occupano dei problemi della città e del territorio a puntare il dito sullo sviluppo urbano compatto, con aree ad alta densità abitativa, ritenendo che questo possa aver favorito la veicolazione del virus.

L’esigenza di garantire la distanza fisica ha risvegliato interesse per configurazioni spaziali diffuse, a bassa densità abitativa, con una spinta alla “fuga dalla città” che guarda ad un modello basato sui piccoli borghi.

Dal punto di vista della pianificazione territoriale ed urbanistica questo ha riportato il confronto molto indietro. I risultati della dispersione insediativa in molte parti dei nostri territori sono purtroppo evidenti: città dai limiti sempre più indefiniti; campagne inframmezzate da capannoni e villette, attraversate da imponenti infrastrutture.

Negli anni passati diversi studiosi sono riusciti a quantificare con precisione i costi che questo modello insediativo scarica sull’intera collettività: si va dai danni ambientali dovuti all’ ingiustificato consumo di territorio, all’aumento dell’infrastrutturazione, con strade e reti tecnologiche da adeguare o realizzare; con servizi da riorganizzare, dalla raccolta dei rifiuti a quelli alla persona, con una domanda di mobilità dispersa ed eterogenea a cui il servizio pubblico non è in grado di rispondere. Non ultima una “segregazione dissociata” che impoverisce le relazioni sociali delle nostre comunità.

Dopo decenni di conflitti su questi temi, si era creata una consapevolezza diffusa sui costi sociali ed ambientali di questo modello, così come si era riusciti ad ottenere alcuni importanti riconoscimenti legislativi sul consumo di suolo. Con la crisi sanitaria rischiamo di “riavvolgere il nastro”.

Al riguardo è interessante un recentissimo studio sulla diffusione del virus negli USA pubblicato dal “Jurnal of the American Planning Association” dal titolo “Does density aggravate the COVID-19 pandemic?” nel quale, pur in una fase ancora di emergenza, si mettono in relazione densità degli agglomerati, diffusione dei contagi e indici di letalità. Dall’analisi dei dati e dalla loro modellazione emerge come la connettività di un insediamento sia molto più importante della densità nell’incidere sulla diffusione del virus. Si può giungere alle stesse conclusioni, in modo molto più empirico, raffrontando la situazione della conurbazione milanese con quella napoletana, rispettivamente prima e seconda in Italia in termini di estensione e densità, per le quali gli impatti del virus non sono raffrontabili.

Lo stesso studio evidenzia come in aree a bassa densità abitativa si possano verificare situazioni di affollamento causate della rarefazione dei servizi, così come possano aumentare le difficoltà ad accedere alle cure. Lo studio costituisce sicuramente un importante contributo per affrontare questi temi, ma rappresenta anche un approccio completamente diverso: il dibattito che si è sviluppato nel nostro paese, già nelle prime settimane di diffusione del virus, si è basato su valutazioni di carattere empirico in una fase segnata dall’emotività; dando luogo a soluzioni estemporanee accattivanti e di facile impatto.

L’organizzazione spaziale è l’esito di un rapporto dialettico e ogni atto di pianificazione è politico, e per farlo serve il supporto della disciplina urbanistica. Occorrerebbe chiedere agli urbanisti di fare un passo indietro e riappropriarsi di un ruolo più propriamente tecnico a sostegno di chi dovrà compiere le scelte, che in prossimo futuro saranno particolarmente difficili e sfidanti.

Oltre al riflessione sugli spazi dell’abitare, c’è la necessità di fare ripartire il paese, che richiede un grande sforzo sia in termini di risorse economiche ma anche di elaborazione e di progettazione. La regia pubblica sarà determinante e, nel rispetto dei ruoli, il sostegno dei pianificatori potrebbe essere cruciale.

Fabio Poggioli, architetto