lunedì 25 Gennaio 2021

Un nuovo futuro per Ilva. Parla il neo commissario provinciale Pd di Taranto Oddati
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“Riaccendere il motore della componente industriale garantendo precisi impegni dal punto di vista dei livelli di sostenibilità ambientale”. Il coordinatore della segreteria nazionale Pd, Nicola Oddati, all’indomani del viaggio a Taranto che inaugura il nuovo impegno come commissario provinciale dem di Taranto snocciola le coordinate di una ripresa che di fatto non è mai avvenuta.

“La pianificazione della ripartenza ha bisogno di tempi certi e di un progetto chiaro, con ingenti investimenti e tempistiche di breve, medio e lungo raggio. Appeso a questo filo non c’è solo il futuro di Taranto, ma dell’intero comparto siderurgico italiano” ci racconta Oddati.

Quelle che si vivono sono ore cruciali per quanto riguarda il negoziato tra governo e Arcelor Mittal che gestisce impianti e 10.700 dipendenti. Sul piatto c’è l’entrata di Invitalia, società del Mef nella compagine societaria di Arcelor Mittal ed entro la fine della settimana ci si attende la svolta decisiva, con l’obiettivo di produrre acciaio green grazie ai fondi del Just Transition Fund.

Dopo settimane di confronti durissimi e piani industriali definiti “inaccettabili”, si punta a mantenere l’assetto dell’accordo di marzo 2019, evitando con l’utilizzo di forni elettrici gli oltre 3mila esuberi paventati. “In questo giorni – prosegue Oddati – è avvenuto un incidente all’interno dell’acciaieria di Taranto. Non è accettabile che l’attuale gestore dello stabilimento Arcelor Mittal sia latitante nella manutenzione degli impianti in una fase in cui la produzione è ridotta ai minimi termini. Come Partito Democratico il nostro primo interesse è che il lavoro avvenga in piena sicurezza”.

“Arcelor Mittal deve mantenere gli impegni assunti – insiste il neo commissario – con quella serietà e precisione che il futuro di Taranto merita. Non è più possibile cercare scappatoie o piani b. Per Arcelor Mittal, Taranto deve rappresentare la scommessa di un cambiamento rispetto al passato, affinché si possa davvero ripensare un territorio dalle molteplici potenzialità e fare in modo che esca dalla monocultura dell’acciaio”.
Naturalmente ci viene spiegato che tale dossier rientra in una strategia di riconversione green ad ampio raggio. “Il Green New Deal – conclude – deve potersi tradurre in azioni concrete. Se Greta ha ragione, a Taranto abbiamo la possibilità di dimostrarlo. Per questo l’attenzione del gruppo dirigente dem e dello stesso Zingaretti non è casuale”.

“Naturalmente – è il messaggio diretto lanciato ad Arcelor Mittal – il nostro interlocutore deve dimostrarsi all’altezza. Se finora le resistenze di sindacati, delle istituzioni locali e in generale di una comunità è stato così forte, è giunto il momento di ‘calare le carte’ e assumere impegni concreti dal punto di vista del piano industriale e dal punto di vista dei livelli occupazionali”.

Al momento lo scenario che si profila non è dei migliori. Lo spauracchio è che Mittal faccia del tutto per andare via, passando in minoranza rispetto al soggetto pubblico nel futuro assetto societario, evitando così di pagare anche la penale. E magari sfruttando, dopo lo scontro con il governo sullo scudo penale, il coronavirus come nuova leva. Sul piatto rimane comunque sempre il tema degli esuberi, di cui sia i sindacati che il governo non vogliono sentir parlare.

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2 COMMENTI

  1. La mia è una voce fuori dal coro nel PD. Ritengo che la questione sia molto più complessa di quanto si immagini. E si basa su due punti di vista: uno interno alla città e l’altro esterno. Dall’esterno la questione Ilva viene vista come una vertenza legata alla neessità di offrire lavoro a livello locale “locale” e di mantenere in vita una produzione industriale “strategica” nazionale (anche se la sensibilità di alcuni media in questi anni è totalmente cambiata aggiungendo il tema “ambiente” alla vertenza). A Taranto, invece, il tema viene vissuto in questi termini: danno ambientale e alla salute dei cittadini (non avrei bisogno di supporti in questo senso), danno all’economia della Provincia tarantina (oltre 55.000 disoccupati (>15% della popolazione attiva)) che fatica a rialzarsi a causa di una struttura economica che non riesce a svincolarsi dalla monocultura dell’acciaio, assenza di prospettive “strategiche” in quanto le politiche che indicano come strategica l’industria dell’acciaio riducono sensibilmente le risorse per altri settori economici in via di sviluppo o da sviluppare. In questa città mancano giovani laureati in settori chiave per le nuove economie (Economia dell’informazione, della Intelligenza artificiale, di IoT, delle nuove energie, delle risosre del territorio, economia blu, economia delle produzioni agricole di pregio, della logistica avanzata……..). Questa assenza non potrà essere colmata da una sola frabbrica che, nella migliore delle ipotesi “occupazionali” e in totale assenza di “pendenze ambientali”, potrà mantenere non più di 4500 lavoratori diretti e non più di 1500 lavoratori dell’indotto. In totale meno di quanto attualmente “ossupato” (si fa per dire) nello stabilimento. Se non fosse per il dinamismo di alcuni imprenditori dell’indotto che hanno diversificato il rischio acquisendo clienti in altri settori economici e territori, affrancandosi parzialmente dall’essere parzialmente indipendenti dall’economia del siderurgico, e per la miriade di iniziative che tentano quotidianamente di affermarsi fuori dal sistema della monocultura dell’acciaio venendo penalizzate dall’assenza di quella supply chain che pure si rende necessaria epr lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali, l’economia tarantina sarebbe davvero in ginocchio, più di quanto non lo sia ora. E’ per questo che ritengo doveroso evitare le semplificazioni e partire da un’azione che, in questo momento, è fondante di un nuovo corso del Partito Democratico Jonico: l’ascolto. Occorre, a mio avviso, ascoltare la gente, le assoziazioni, i cittadini, così come fatto su quel terrazzo dei Tamburi, e, soprattutto, dare ascolto all’Amministrazione Comunale che in questi mesi sta sostenendo una immane battaglia di legalità e di prospettiva. In questo senso dobbiamo essere chiari: non è più il momento degli interessi nazionali (la sotri dell’Ilva e dell’Italsider raccontano il grande fallimento di tale assunto) è il momento degli interessi particolari e della popolazione di Taranto. I nostri amministratori devono fare i conti con Visioni che sappiano disegnare Taranto nei prossimi 30 anni. I nostri amministratori devono prendere in carico la responsabilità di insegnare ai propri cittadini che esiste un futuro alternativo al presente e che questo non può essere costruito guardando al passato. Occorre Coraggio!

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