giovedì 6 Agosto 2020

Il cesto delle mele sane
I

A proposito della terribile vicenda della stazione Levante, con i dieci carabinieri sottoposti a misure cautelari con accuse che vanno dallo spaccio alla tortura e un’intera caserma posta sotto sequestro, si è molto discusso intorno al concetto di ‘mele marce’.

Due in sostanza le posizioni. Da una parte chi ha tenuto a distinguere i frutti bacati dal cesto, indicandoli come eccezioni incapaci di contagiare tutto il raccolto. Dall’altra chi ha risposto che no, parlare di mele marce sarebbe stato un grave errore, perché i frutti andati a male, si sa, hanno la capacità di corrompere in breve tempo tutto il raccolto. E perché la vicenda di Piacenza sarebbe il sintomo di un vero e proprio ‘sistema’, consapevole e ben intenzionato a fornire protezione, omertà, o peggio, connivenza.

A suscitare particolare emozione sono state, come è giusto che sia, le voci delle vittime, di chi da quei gangli si è visto drammaticamente strappare via un fratello, o un figlio.

In mezzo, tutto un non detto – o un detto male – legato a posizioni politiche che si fa una gran fatica a superare, in base alle quali le forze dell’ordine sarebbero in automatico, e genericamente, associate alla ‘destra’, collocando sul versante opposto, altrettanto genericamente, quelli pronti ad avventarsi sulla critica.

Un quadro che chi scrive, figlia, sorella e cugina di poliziotti, un padre caduto per mano della camorra (perché a Gomorra ci sono anche i poliziotti buoni, anche se non si vedono), e un cuore e un’anima da sempre fieramente a sinistra, ha sempre osservato con un misto di sconcerto e incredulità.

Perché la storia, questa storia, non è fatta di pezzi slegati da prendere uno per volta sulla base della convenienza dettata dal fatto di cronaca, senza provare a tracciare un filo comune, un racconto.

Perché le vittime sono accomunate proprio dal fatto di essere tali. E il racconto, questo racconto, appartiene anche a loro, soprattutto a loro, da un lato e dall’altro.

E dunque sì, questa storia parla di uomini-mostri capaci di commettere inaccettabili abusi di potere. Uomini, guarda caso, che si scopre essere legati ad ambienti di destra.

Ma parla anche di Domenico, mio padre, e di tutti i Domenico che questo Paese ricorda con delle medaglie lasciate ad invecchiare nei nostri salotti, al posto loro, mentre dall’altro lato della cornice crescono nipoti che non conosceranno mai. E parla di Stefano, e di Federico.

Chi indossando una divisa ha spacciato, picchiato, arrestato illegittimamente, così come chi più in alto ha pensato che proteggere il buon nome fosse preferibile alla verità, ha ucciso di nuovo tutti loro.

È per questo che in questa storia è forse bene che finalmente le parti si rimescolino. Perché è vero, quelle in campo sono solo due, ma si chiamano mentalità criminale oppure onestà, con o senza divisa.

Per questo chi indossandola ha il dovere del controllo non dovrebbe temere di schierarsi, mai. Ad esempio proponendo per primo strumenti più efficaci per la scoperta e la denuncia degli abusi, come potrebbe essere la proposta avanzata dal procuratore generale militare Marco De Paolis del whistleblowing anche per le forze dell’ordine, ossia un sistema interno di segnalazione che consenta per primi agli uomini e alle donne in divisa di distinguersi dai comportamenti criminali che possono infangare il loro impegno quotidiano. O schierandosi dalla parte delle vittime immediatamente, senza tentennamenti, e non solo dopo le sentenze.

Stare tutti dalla parte giusta, con o senza divisa, lo si deve innanzitutto alle vittime, tutte.

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