mercoledì 21 Ottobre 2020

Produttività, obiettivo possibile o eterno miraggio? Il dibattito su Immagina
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‘Lavorare più ore degli altri e allo stesso tempo produrre meno beni e servizi’. È un assioma che a prima vista può apparire economicamente poco sensato e addirittura bizzarro. Eppure è quello che continua a subire il nostro sistema produttivo da ormai troppi anni. Stiamo parlando della produttività (bassa), che inevitabilmente – nel nostro caso da decenni –  incide sul declino della crescita economica di un Paese.

Nelle classifiche in cui vengono paragonati i grandi Paesi, l’Italia veleggia nei primi posti per numero di ore lavorate durante la settimana. Ma allo stesso tempo ha il primato della produttività più bassa, praticamente sclerotica, come l’ha definita l’Ocse in uno studio del 2019. Secondo i dati raccolti dall’Organizzazione per lo sviluppo economico, tra il 1995 e il 2017 l’aumento della produttività del lavoro (Pil per ora lavorata) in Italia è stato dello 0,3%, il più basso tra le 40 economie prese in considerazione. Ed è chiaro come una produttività debole si tramuti inevitabilmente in un restringimento della crescita economica e in un abbassamento degli standard di vita.

Recentemente anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha richiamato l’attenzione della politica puntando il dito sulla produttività. Farla crescere dell’1% medio per un decennio, ha sottolineato il numero uno di Via Nazionale, significherebbe generare una crescita del Pil pari all’1,5% annuo lungo lo stesso periodo. Una svolta netta rispetto al passato. E perfino la Commissione guidata da Vittorio Colao ha considerato prioritario “il recupero dei livelli di produttività, da troppi anni inferiori a quelli delle altre nazioni”.

Si tratta dunque di un tema rilevante, che dovrebbe svolgere un ruolo chiave nel ripensamento della società nell’era post Covid. Soprattutto in questo periodo nel quale bisognerà individuare le priorità per spendere le ingenti risorse messe a disposizione dall’Ue. Ecco perché, come piattaforma Immagina, abbiamo pensato di chiedere un contributo a economisti e osservatori, domandando loro quali possano essere le cause e soprattutto di individuare le possibili soluzioni per risolvere questo annoso nodo del sistema produttivo italiano. L’idea è quella di stimolare un dibattito, creando una sorta di “Call for debate” (se ci è concesso usare un inglesismo di questo tipo), dal quale tirare fuori idee concrete, stimolanti e soprattutto potenzialmente utili anche alle imminenti scelte di politica economica.

Parlare di produttività di un Paese, a prima vista, può voler dire concentrarsi su qualche tecnicismo lontano dalla vita reale di tutti i giorni, visto che nel merito si tratta di misurare l’efficienza di un processo produttivo. Ma osservandola con attenzione, nel suo complesso, la parola produttività è strettamente legata alle misure che quotidianamente incidono su famiglie e imprese. Non a caso, secondo il già citato rapporto dell’Ocse redatto lo scorso anno, l’aumento della produttività viene considerato “essenziale per migliorare il tenore di vita dei cittadini”. 

Dietro la parola produttività si cela la possibilità di ammodernare una società. Si nasconde, ad esempio, la riforma per la riduzione dei tempi di giustizia, una riforma fondamentale per dare slancio all’efficienza produttiva di un sistema Paese. Oppure la riforma dei servizi, in particolare quelli pubblici, si veda la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, piuttosto che lo sblocco degli investimenti nelle infrastrutture. Tutte riforme necessarie per un miglioramento strutturale del nostro Paese, tramite le quali si tornerebbe finalmente a crescere. 

Ma produttività fa rima anche con innovazione. Basti pensare allo slancio che è stato dato con il Piano Industria 4.0, misura voluta dai governi a trazione democratica grazie alla quale –  lo ha fatto notare recentemente Marco Fortis sul Sole 24 Ore – le imprese manifatturiere italiane, anche piccole e medie, hanno investito come non era mai accaduto prima in macchinari, mezzi di trasporto, nuove tecnologie e brevetti: si sono ammodernate e sono diventate più competitive. Aumentando di fatto la loro produttività dal 2015 al 2018. Anche se malauguratamente, nello stesso periodo, la crescita della produttività italiana nei servizi pubblici e privati – lo ha certificato l’Ocse – è rimasta bassissima o addirittura negativa.

I numeri, inoltre, peggiorano se torniamo a un orizzonte temporale più ampio, alla fascia dei vent’anni che vanno dal 1995 al 2015. In questo caso notiamo come la produttività oraria nelle aziende italiane sia cresciuta in totale del 5 per cento, a fronte del 40% degli Stati Uniti (otto volte di più) e dell’ottima performance delle realtà francesi, inglesi e tedesche (cresciute circa sei volte di più rispetto a noi). Anche il principale parametro internazionale di riferimento, la produttività totale dei fattori – quel valore che prende in considerazione l’efficienza produttiva dentro e fuori le imprese – evidenzia come in Italia ci sia un ristagno da oltre 25 anni.

Come agire dunque per fare in modo che la produttività torni a crescere? Di misure da attuare ce ne sarebbero tante. Una di queste, ad esempio, potrebbe addirittura generare risorse nell’immediato. Si vedano le parole della commissione guidata da Colao, che nel suo piano per la ripartenza ha individuato nell’economia sommersa uno dei punti in cui ristagna la produttività. Perché allora non partire da lì? Si potrebbero liberare risorse senza incidere sull’ulteriore indebitamento, aumentando al contempo la produttività, motore sano di una crescita sostenibile. 

Oppure, come ha sottolineato il giornalista economico Eugenio Occorsio, sulle colonne dell’Espresso, si potrebbe agire sul cosiddetto “nanismo industriale”, quel fenomeno che vede le imprese “micro” (fino a 9 addetti) arrivare a coprire il 95% del totale. Un aspetto, ha sottolineato Occorsio, che rappresenta un punto di debolezza rilevante del sistema Italia e della produttività. Non a caso a inizio giugno anche il presidente Mattarella si è spinto a parlare di “problema dimensionale delle imprese” che va risolto.

Le soluzioni possibili legate allo sblocco della produttività sono diverse. E nei prossimi giorni chiederemo quale sia la strada giusta da percorrere ad alcuni osservatori ed economisti, pubblicando via via i loro interventi. Per poi raccogliere tutte le osservazioni in un unico documento, che renderemo disponibile su Immagina, e che ci auguriamo possa essere utile anche al dibattito politico.

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