martedì 29 Settembre 2020

Il nesso trascurato tra scarsa produttività e disuguaglianze
I

Per comprendere le ragioni del deludente andamento della produttività nel nostro Paese che perdura da molti anni – e per ragionare sui possibili rimedi – è utile tonare indietro di qualche  decennio, ed in particolare alla prima metà degli anni ’90. In quel periodo si produssero due fenomeni che raramente vengono collegati ma che, invece, presentano molte connessioni: mi riferisco, appunto, al peggioramento nella dinamica della produttività, da un lato, e all’inversione della tendenza a ridursi della disuguaglianza nei redditi. Richiamo brevemente qualche dato. 

In Italia nei primi anni ’60 la  disuguaglianza nei redditi (disponibili) in Italia era elevata, ma poco dopo iniziò a ridursi e l’indice di Gini – la misura della disuguaglianza più utilizzata – si  scese in modo netto  dal 38% del 1970 al 29% di fine  anni ’80.  Tra il 1992 e il 1993 si verificò, però, un’improvvisa inversione e l’indice di Gini risali al 32-33%  dove, con qualche oscillazione, è rimasto. E’ probabile che, per ragioni connesse alla natura dell’indice e alla qualità dei dati, la disuguaglianza odierna sia sottostimata. In ogni caso ai nostri fini, come si vedrà, è più interessante considerare non i redditi disponibili ma quelli di mercato, cioè i redditi che non tengono conto della redistribuzione da parte dello Stato attraverso le imposte dirette e i trasferimenti, (incluse le pensioni). 

Il peggioramento della disuguaglianza, con riferimento a questi redditi, è più marcato e più continuo; ciò vuol dire che nei mercati si crea molta più disuguaglianza. Due sembrano essere i meccanismi maggiormente responsabili di questa tendenza: Il trasferimento di importanti quote di reddito dal lavoro al capitale e ai patrimoni; la crescente disuguaglianza tra i redditi da lavoro, con il consolidarsi di una fascia di lavoratori il cui reddito non raggiunge la soglia della povertà ( i working poor). 

Quanto alla dinamica della produttività, iniziò a peggiorare poco dopo, a metà degli anni ’90. Il tasso medio annuo di crescita della produttività totale dei fattori che era stato del  2,9% tra il 1973 e il 1990, precipitò allo 0,48% nel periodo 1990-2008. Le differenze con gli altri paesi europei, anche in termini di produttività del lavoro, si fecero abissali. 

Molti fattori possono essere invocati, e sono stati invocati, per spiegare questa tendenza. Dalle privatizzazioni delle imprese pubbliche – alcune delle quali  erano state molto innovative – alla tendenza a assecondare la riduzione delle dimensioni delle imprese in nome del “piccolo è bello”, a molto altro. Certamente le cause sono molteplici e ne è prova il fatto che il calo della produttività è stato disomogeneo tra settori e imprese. Ma il nesso con la disuguaglianza non va sottovalutato. 

Anzitutto, i due fenomeni possono essere conseguenza delle stesse decisioni politiche scaturite dalla convinzione che la flessibilità del lavoro fosse decisiva per la crescita economica, tanto più negli anni di preparazione all’ingresso nell’Euro. Inoltre, tra di essi può essersi instaurato un pericoloso circolo vizioso che ha condizionato gli sviluppi successivi. Infatti, la flessibilità del lavoro, anche per il modo in cui è stata attuata, ha favorito lo spostamento di reddito dal lavoro al capitale nonché la crescente disuguaglianza tra redditi da lavoro, che, come si è detto, sono alla base del forte aumento della disuguaglianza. Di ciò ha risentito la dinamica della produttività, almeno in un gran numero di imprese. La possibilità di accrescere i profitti comprimendo la quota di reddito che va al lavoro ha indebolito la spinta a introdurre innovazioni (di processo, di prodotto e anche organizzative). Un solo esempio: se i salari sono nel complesso bassi conviene fare maggior ricorso al lavoro  limitando l’impiego di macchine (portatrici di innovazioni), relativamente più costose e forse anche più rischiose. 

Inoltre, la crescente disuguaglianza che ha spinto alcuni salari a livelli bassissimi può avere avuto l’effetto, noto nella competente letteratura, di indurre molti lavoratori a limitare il proprio impegno e ad assumere atteggiamenti meno cooperativi, con conseguenze negative per la produttività del lavoro. L’effetto congiunto di queste tendenze è di frenare la crescita della produttività e di accrescere le richieste, per espandere i profitti, di ulteriore flessibilità del lavoro.

Dunque da oltre due decenni potremmo essere vittime di questo circolo vizioso che forse non costituisce una spiegazione completa della negativa dinamica della produttività, ma certamente ne è una parte rilevante, e sottovalutata. 

La conclusione è che diversamente da quanto si è pensato e ancora si pensa accrescere la flessibilità del lavoro non è sempre un bene per l’economia. Può esserlo, ma entro determinati limiti e con specifiche forme. Riflettere su questo alla luce di antichi insegnamenti (penso soprattutto a Paolo Sylos Labini) e di recenti evidenze può essere la strada maestra verso un sistema economico non soltanto più dinamico ma anche più equo.

Maurizio Franzini è professore ordinario di politica economica all’Università di Roma La Sapienza e responsabile scientifico del programma VisitINPS Scholars.

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