giovedì 15 Aprile 2021

Più investimenti sociali per stimolare la crescita e ripartire
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La crescita della produttività è una parte essenziale dello sviluppo economico e dipende, come ci insegnano i lavori di Paolo Sylos Labini (Corsi e Guarini, 2007), dalle innovazioni istituzionali, sociali, tecnologiche e organizzative. In questo breve contributo mi limito a descrivere l’impatto sulla produttività degli investimenti sociali (istruzione, servizi di cura, ecc.) distinti da quelli infrastrutturali. Lo faccio nella consapevolezza che, nell’attuale congiuntura economico-sociale, questo tipo d’investimenti, oltre a rafforzare il modello sociale europeo, potrebbe dimostrarsi particolarmente efficace nel creare posti di lavoro necessari alla ripresa economica, non solo nel nostro paese.

Il paradigma degli investimenti sociali

La concezione della politica sociale come “investimento sociale” si è diffusa nei paesi industrializzati e nelle istituzioni economiche sovrannazionali durante gli anni 2000 ed ha attirato una crescente attenzione da parte della ricerca accademica. Un vero è proprio paradigma dell’investimento sociale è concepito come una risposta alle profonde trasformazioni emerse nella società post-fordista, particolarmente in ambito lavorativo (maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro, riduzione delle occupazioni ad intensità di lavoro a bassa qualifica, il fenomeno dei cosiddetti working poor) e familiare (la conciliazione tra tempi di vita e lavoro). Agli investimenti sociali è affidato in maniera esplicita il compito di rispondere alla conseguente ridotta efficacia dei tradizionali sistemi di welfare. Tuttavia, come evidenziato da Vandenbroucke e Vanhercke (2014), la funzione redistributiva dei tradizionali sistemi di protezione sociale rimane fondamentale, ed anzi l’efficacia degli investimenti sociali è complementare alle prestazioni dei sistemi di welfare. In un’epoca di progressiva riduzione della spesa pubblica rimane tuttavia un potenziale conflitto tra i principi di sicurezza sociale e l’enfasi sulle politiche attive che caratterizza il modello d’investimento sociale.

Le strategie d’investimento sociale presentano alcuni caratteri generali: sono innanzitutto centrate sui bisogni dell’intero ciclo di vita degli individui piuttosto che sulle sole fasi di vita lavorativa e pensionamento; particolare enfasi è posta sulle politiche per l’infanzia e in particolare la cura e l’istruzione nella prima infanzia per la prevenzione dei fenomeni di povertà ed esclusione sociale nelle fasi successive della vita degli individui.

Il paradigma si traduce solitamente in un insieme di misure e strumenti di policy, che comprendono investimenti sia nello stock di capitale umano (come la cura e l’istruzione nella prima infanzia, la formazione professionale, l’apprendimento permanente) sia nei suoi flussi (politiche di supporto all’occupazione femminile, politiche attive del mercato del lavoro), e la lotta alla povertà e ai nuovi rischi sociali (come la disoccupazione strutturale, l’inadeguata protezione sociale per alcune categorie o l’invecchiamento della popolazione) (Botti, Corsi e Guarini, 2016).

Investimenti sociali, crescita e occupazione

Gli investimenti sociali negli ambiti dell’istruzione, dell’infanzia e della cura sono un fattore decisivo nel determinare la performance economica dei paesi e dei livelli futuri di spesa complessiva per il welfare (Famira-Mühlberger, 2015).

In termini generali, l’istruzione determina degli effetti significativi sulle opportunità di impiego oltre che ridurre le probabilità di disoccupazione (Riddell e Song 2011). I rendimenti individuali dell’istruzione dipendono dai suoi livelli così come i rendimenti per la società nel suo complesso: gli investimenti in istruzione provocano un incremento della produttività e dell’innovazione tecnologica nel lungo periodo, oltre ad aumentare la raccolta di gettito fiscale e contributivo (Famira-Mühlberger, 2015). Conseguentemente, gli investimenti in istruzione generano degli effetti importanti sulla crescita economica di un paese (Vandenbussche et al., 2006).

Tuttavia, in maniera coerente con l’enfasi posta nel paradigma degli investimenti sociali, l’efficacia della spesa per l’istruzione comincia e mostra un impatto maggiore nella fase dell’infanzia, dove si evidenziano legami più stretti con le politiche in ambito familiare più sensibili a tematiche di genere. L’istruzione nella prima infanzia stimola lo sviluppo cognitivo e sociale ma anche l’integrazione nel sistema scolastico e, successivamente, nel mercato del lavoro (Almond e Currie 2011). Nella prima infanzia l’istruzione presenta inoltre dei rendimenti maggiori rispetto a quella in fasi successive della vita individuale (Heckman et al., 2010). Secondo Heckman e Raut (2013), l’istruzione durante la prima infanzia, se offerta da istituzioni educative pubbliche in maniera gratuita, mostra dei rendimenti netti positivi particolarmente per le famiglie meno abbienti e la società nel suo complesso (maggiore mobilità nelle retribuzioni a livello intergenerazionale e nei livelli d’istruzione).

Gli investimenti nei sistemi d’istruzione per la prima infanzia favoriscono inoltre la partecipazione al mercato del lavoro dei genitori e in particolare delle donne, con effetti positivi non solo all’interno della famiglia (aumento del reddito familiare complessivo, diminuzione del rischio di povertà, bilanciamento delle relazioni intra-famigliari e riduzione della violenza domestica) ma anche a livello complessivo attraverso l’incremento delle entrate pubbliche e, potenzialmente, dei fondi a disposizione dei sistemi di welfare, nonché per via del trasferimento del lavoro di cura non retribuito al mercato e della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Marcella Corsi è professoressa di economia alla Sapienza Università di Roma, Dipartimento di Scienze Statistiche, dove coordina Minerva – Laboratorio di studi su diversità e disuguaglianza di genere (https://web.uniroma1.it/labminerva/)


Riferimenti bibliografici

Almond, D., e Currie, J.(2011). “Human Capital Development before Age Five”, in Ashenfelter, O. and Card D. (a cura di), Handbook of Labour Economics Vol. 4B, pp. 1315–1486, Elsevier.
Botti, F., Corsi, M. e Guarini, G. (2016). “Lo Stato come ‘fornitore’ d’investimenti sociali”, Moneta e Credito, 69 (273), pp. 89-108.
Corsi, M. e Guarini, G. (2007). “La fonction de productivité de Sylos Labini: aspects théoriques et empiriques”, Revue d’économie industrielle, 118, pp. 55-78.
Famira-Mühlberger, U. (2015). “On the Economic Necessity of a Social Investment State”, in Buxbaum A. (a cura di), Perspectives for Social Progress. Social Investments Have Multiple Benefits, Social policy in discussion, issue 16.
Heckman, J., Moon, S., Pinto, R., Savelyev, P., e Yavitz, A. (2010). “The Rate of Return to the High Scope Perry Preschool Program”, Journal of Public Economics, 94, pp. 114–128
Heckman, J., e Raut L. (2013). “Intergenerational Long Term Effects of Pre-school. Structural Estimates from a Discrete Dynamic Programming Model, NBER working Paper 19077.
Riddell, C., e Song, X.(2011). “Impact of Education on Unemployment Incidence and Re-employment Success: Evidence from the U.S. Labour Market”, IZA Discussion Paper No. 5572.
Vandenbroucke, F., e Vanhercke, B. (2014). A European Social Union: 10 Tough Nuts To Crack, pp. 1–159.
Vandenbussche, J, Aghion, P., e Meghir, C.(2006). “Growth, Distance to Frontier and Composition of Human Capital”, Journal of Economic Growth, 11, pp. 97–127.

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2 COMMENTI

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    Lo stato sta lavorando a una proposta di legge sul reddito di base universale, con una cornice femminista, una delle politiche chiave nel documento.

    Il documento propone anche di investire in infrastrutture sociali – assistenza all’infanzia, istruzione e salute – piuttosto che in progetti infrastrutturali più tradizionali, al fine di rilanciare l’economia.

    https://www.facebook.com/groups/IstituzioneRedditoDiBaseUniversalePetizione/permalink/709934059851075/

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