mercoledì 30 Settembre 2020

Una legge sulla partecipazione dei lavoratori per rafforzare la democrazia
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La Costituzione con l’articolo 46 individua nel diritto alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese un “elemento di elevazione sociale del lavoro” che, in “armonia” con le necessità produttive aziendali, può trovare spazio nei limiti e nelle modalità previste dalla legge. Tuttavia il dibattito sulla mancata applicazione di questo articolo delle Costituzione fa carsicamente capolino nel dibattito economico e lavoristico italiano e a differenza di molti paesi europei l’Italia non si è mai dotata di un sistema in grado di garantire strutturalmente questo diritto ai lavoratori. 

Molti sono gli opinionisti, economisti, sindacalisti e politici progressisti che in Occidente come anche negli Stati Uniti, hanno individuato nella partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese uno strumento di “democratizzazione del capitalismo”, puntando dunque ad una redistribuzione del potere, della conoscenza e delle opportunità anziché della classica, ancorché necessaria, redistribuzione della ricchezza. 

Ampliare gli spazi di democrazia e partecipazione anche dentro i luoghi di lavoro appare, se ci pensiamo bene, una naturale evoluzione dei sistemi democratici specialmente in un Paese come l’Italia che ha visto il conflitto, e la sua evoluzione negoziale, l’unico terreno di confronto fra le Parti Sociali. In Italia non si è mai instaurato un solido sistema di confronto cooperativo e partecipativo, si è piuttosto preferito attraverso la contrattazione collettiva declinare il diritto di informazione e consultazione, di norma inclusi nei primi articoli dei contratti collettivi nazionali o aziendale, i quali che seconda delle realtà settoriali e aziendali definiscono forme più o meno strutturate di confronto fra imprese e rappresentanti dei lavoratori.

Quando parliamo di partecipazione nei luoghi di lavoro non possiamo non pensare al modello tedesco di Cogestione. In Germania la Cogestione si fonda su una legge del 1976 che obbliga le società sopra i 2000 dipendenti ad adottare il modello duale di impresa dove il consiglio di amministrazione è affiancato da un secondo organismo, il consiglio di sorveglianza composto almeno per un terzo da rappresentati dei dipendenti. Col crescere delle dimensioni aziendali cresce il potere dei rappresentanti dei lavoratori fino a raggiungere nelle società più grandi una rappresentanza paritaria con gli azionisti. A questi ultimi però spetta il Presidente che ha voto doppio. Inoltre a livello di stabilimento esistono in Germania le “Commissioni Interne”, organismi non negoziali che rendono la partecipazione cogente anche su tematiche non afferenti alle strategie aziendali globali, ma riguardanti ferie, orari, licenziamenti, mercato del lavoro interno, turni, ricorso a lavoro somministrato, programmi di formazione e il rispetto del contratto collettivo. 

E’ fondamentale però sottolineare che tali organismi non nascono da accordi collettivi ma dalla legge e non possono negoziare, bensì “codecidono”. In Germania, insomma, la partecipazione normata per legge viaggia su un binario parallelo ma ben distinto dalla contrattazione collettiva.

L’Italia come sappiamo ha un tessuto produttivo polverizzato, e le medie e grandi imprese dove il sistema duale potrebbe essere applicato sono poche. In queste grandi aziende, il fisiologico allargamento della sfera pubblica resasi necessaria dalla crisi del covid potrebbe, una volta risolta la crisi, lasciare spazio alla partecipazione dei lavoratori strutturando per via legislativa un sistema duale d’impresa che affianchi alla contrattazione collettiva nazionale e aziendale anche strumenti di partecipazione sulla falsa riga del modello tedesco.

Tuttavia una vasta platea di lavoratori occupati nelle piccole e micro imprese rimarrebbe esclusa dal sistema duale di partecipazione, dunque dovremmo interrogarci su come evitare eccessivi disequilibri fra i diritti di partecipazione fra lavoratori delle piccole e delle grandi imprese. Una risposta su cui riflettere potrebbe arrivare proprio dalla tradizionale natura distrettuale delle aree produttive del Paese organizzate per cluster o per supplly chain: queste possono costituire un terreno di sperimentazione per sistemi di cooperazione fra e nelle aziende. Si potrebbe da una lato garantire anche ai lavoratori delle micro e piccole imprese i diritti di informazione sulla “salute” delle imprese in cui sono occupati e prevedere poi degli organismi locali in cui siedono i rappresentanti dei lavoratori, delle imprese e degli attori sociali e istituzionali locali in cui si definiscono le politiche di sviluppo della filiera o del distretto produttivo.

Estendere gli spazi democratici anche fuori dai consueti luoghi di agibilità democratica e istituzionale può rappresentare una nuova svolta per le democrazie liberali. Laddove la democrazia non sarebbe più un mero bilanciamento agli eccessi del mercato ma diverrebbe invece un vero e proprio elemento costitutivo dei processi decisionali interni al sistema produttivo.

Trovare nuovi strumenti e luoghi di rappresentanza dovrebbe essere uno degli obiettivi principali per chi crede che la democrazia sia un processo progressivo infinito di sperimentazione, e non una formula fissa, predeterminata e immutabile di conservazione dello status quo. Insomma la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese rappresenta una strada nuova per correggere le storture del mercato senza interventi esogeni, ma provando a inserire direttamente dentro il sistema produttivo elementi di cooperazione e democrazia.

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