mercoledì 30 Settembre 2020

Bielorussia, dalla parte di chi ha mandato in crisi il regime di Lukashenko
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Per una volta sembrava che il vento del cambiamento stesse soffiando anche sulla Bielorussia. Dopo 26 anni di ininterrotta presenza al potere di Lukashenko, dopo i brogli alle elezioni del 2001, 2006, 2010 e 2015, sembrava che la partecipazione popolare nella campagna elettorale presagisse un cambiamento. A portarlo, una combinazione unica di fattori.

Tre donne: Svetlana Tikhanovskaja, moglie di un blogger di denuncia, che ha deciso di candidarsi dopo che il marito, interessato a correre per la presidenza, era stato arrestato. A lei si sono aggiunte Maria Kolesnikova, manager della campagna di un altro possibile contendente, messo fuori gioco da una pesante accusa si corruzione, e Veronika Tsepkalo, moglie di un ex ambasciatore bielorusso negli Stati Uniti, che ha cercato rifugio in Russia.

Le tre donne avevano inventato un format comunicativo fresco e immediato e un programma semplice e chiaro, subito raccolti online e offline, da migliaia di bielorussi. Tikhanovskaja, Kolesnikova e Tsepkalo sono la versione bielorussa di “the squad” il gruppo di deputate americane di rottura, riunite intorno alla figura di Alexandria Ocasio Cortez.

Una fenomenale sottovalutazione da parte del regime obnubilato da una ottica retrograda e maschilista: Lukashenko pensava che non sarebbe stato possibile scegliere una casalinga di 37 anni come presidente. Questo ha permesso a Tikhanovskaja e alle sue sostenitrici di affermarsi indisturbate e quando il regime si è seriamente preoccupato di loro, bloccandone le manifestazioni e osteggiandone la campagna elettorale, era troppo tardi. Ogni chiusura, divieto o boicottaggio non ha fatto altro che alimentare la loro popolarità. Infine, il malgoverno: la situazione economica della Bielorussia e la pessima gestione dell’epidemia covid da parte di Lukashenko hanno reso i bielorussi molto determinati a cacciarlo.

Il risultato è che, nonostante i brogli, il verdetto delle urne di domenica, per come lo stanno rendendo noto gli scrutatori che rendono pubblici i verbali non falsificati delle elezioni, è inequivocabile: Lukashenko non ha raccolto neanche un terzo dei voti espressi.

Ma non sembra disposto a farsi da parte. Il regime di Lukashenko sta rispondendo nel peggiore dei modi. Le notizie di brogli, di intimidazioni, di migliaia di arresti indiscriminati tra manifestanti pacifici, l’oscuramento sistematico di internet, l’intimidazione violenta delle leader dell’opposizione sono tutti atti gravissimi che ledono la libertà dei cittadini e i diritti umani.

Tikhanovskaja ha annunciato di aver lasciato il paese, in un messaggio che non è chiaro se sia stato estorto con la forza. Nel frattempo, in tutto il paese, i bielorussi non si stanno lasciando intimidire: continuano a scendere in piazza, sono impegnati in scontri con la polizia. Il paese sembra sull’orlo di una rivolta o di una resistenza generalizzata che non è concentrata solo nella capitale, ma è diffusa in tutte le città del paese. Il regime sembra disposto a tutto e il rischio che la situazione degeneri in una spirale di violenza è altissimo.

Quello che sta accadendo in Bielorussia è inaccettabile. Il governo italiano si unisca alle voci che in Europa stanno condannando quanto sta accadendo in tutta la Bielorussia, chieda sanzioni per gli individui che stanno ordinando e guidando la repressione e si renda disponibile a dare protezione a chi sta scappando dalla violenza.

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