giovedì 22 Ottobre 2020

Le mani della mafia sulla ripartenza economica
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Il primo report sui danni prodotti dalla crisi porta la data del maggio 2020, tre mesi fa. Lo firma Srm, studi e ricerche per il Mezzogiorno, e riguarda il sentiment degli operatori del settore dei trasporti marittimi e della logistica. Gli indicatori sono tutti negativi, fermi sul rosso più profondo. Mancano due miliardi e mezzo di euro di ricavi nel solo settore del trasporto su gomma, importo relativo ai crediti insoluti. Da The European House-Ambrosetti arriva l’altro dato drammatico e riguarda la distribuzione, alimentare e non: la contrazione del fatturato stimata ad aprile era del 20/28 per cento. Con una previsione lievemente in positivo, una volta finita l’emergenza, solo per il food. Il fermo delle produzioni industriali non essenziali e il lockdown hanno modificato, invece, qualità e quantità dei rifiuti prodotti da marzo a maggio: crollati gli speciali industriali, cresciuti i domestici e gli organici, più che raddoppiati quelli sanitari (340 mila tonnellate a fronte delle 144 mila del 2018).

Logistica, grande distribuzione, rifiuti. E inoltre, servizi di cura della persona. Sono i comparti a maggior rischio di infiltrazione criminale, i settori nei quali – non da ora – sono stati reinvestiti i capitali mafiosi. E sono quelli che più che mai, in questo periodo, hanno necessità di robuste iniezioni di liquidità. E’ in quei segmenti non marginali dell’economia italiana che potrebbero trovare collocazione, da qui a pochi mesi, i capitali mai scoperti, protetti dallo scudo fiscale o trasformati in rendite finanziarie, derivanti da traffico di droga, estorsione, appalti pubblici ottenuti negli anni passati attraverso la corruzione o l’intimidazione. E’ già accaduto dopo la crisi del 2007/2013, quando la natalità di nuove imprese ha fatto registrare un +4 per cento nelle aree a maggior presenza di criminalità organizzata. Imprese che, però, non hanno prodotto un maggior reddito per gli abitanti di Sicilia, Campania, Calabria, Basso Lazio.

Sono questi gli indicatori che hanno fatto scattare l’allarme degli analisti della Dia, che nell’ultimo report hanno denunciato l’altissimo rischio di infiltrazioni mafiose in settori strategici del Paese

Di non solo rischio si sta parlando, come sta emergendo da recenti indagini delle Procure meridionali, soprattutto di Napoli e siciliane. La logistica e il trattamento dei rifiuti sono i settori più attenzionati. La ripresa dei trasporti, per esempio, ha rimesso in moto anche il contrabbando in larga scala: da quello dei carburanti, con l’evasione massiccia delle accise e la distribuzione delle pompe bianche che stanno sopravanzando, per quantità e diffusione territoriale, quelle delle grandi compagnie petrolifere; a quello delle sigarette, che è diventato nuovamente un reddito di sussistenza per centinaia di famiglie della provincia di Napoli. Lo smaltimento degli scarti industriali e sanitari (ben più costoso) è ancora affidato a un’impiantistica di scarsa qualità e a gestori opachi, senza scrupoli, che non esitano a disfarsi dei rifiuti incanalandoli nei grandi condotti fognari o bruciando i depositi di stoccaggio. Operazioni coperte da bolle falsificate e fatture prodotte da società-cartiera: al Nord come al Sud. Con un pericolo in più: gli scarti sanitari, soprattutto in tempo di pandemia, sono potenziali veicoli di un nuovo avvelenamento di massa, di terreni e persone.

A margine ma non troppo, la questione emersa in questi giorni dell’erogazione della cassa integrazione ad aziende che l’hanno utilizzata per pagare il salario ai dipendenti. Attività criminale diffusa, non esclusiva delle imprese mafiose ma da queste largamente utilizzata. E’ il caso, per esempio di alcune grandi catene di supermercati, che in realtà non hanno subito alcuna crisi, nei quali gli addetti hanno contratti part-time pur lavorando full-time e ben oltre l’orario settimanale. Paga che si è ulteriormente ridotta a causa della cassa integrazione. Prendere o lasciare, perché di persone disponibili ad accontentarsi di 6/700 euro al mese ce ne sono a migliaia.

E i controlli? Se di queste cose possiamo parlare con tanto di dati è perché, sia pur ancora insufficienti, ci sono. Soprattutto, il monitoraggio dei flussi finanziari di una certa entità. Ma in un Mezzogiorno affamato, stremato da decenni di economia da rapina controllata da mafia, camorra, ‘ndrangheta, servirebbero anche presìdi territoriali attenti, capaci di intercettare sul nascere fenomeni criminali e deviazioni. Servirebbe, insomma, una differente capacità politica, da troppi anni – come ricordato alcuni giorni fa dallo storico Isaia Sales – ridotta invece a satrapie locali, affidata a collettori di preferenze di qualunque odore e colore. La destrutturazione dei corpi intermedi ha interrotto il filo tra i bisogni e chi di quegli stessi bisogni deve farsi interprete e portavoce. E il voto diventa solo un mezzo per monetizzare qualcosa nell’immediato, ritenendolo altrimenti inutile.

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