martedì 29 Settembre 2020

“Innovazione, scuola, ambiente: guidiamo la transizione dell’Italia”. Il piano per le riforme di Nicola Zingaretti

Caro Direttore,

occorre andare alla sostanza: le prove che ci stanno di fronte segneranno l’avvenire dei nostri figli. L’Italia è un Paese che da tanti anni non cresce. È nel suo complesso scarsamente competitivo. Dobbiamo tuttavia sapere che il Covid gli ha dato un’ulteriore botta micidiale. Non solo ha aggravato la condizione dei poveri, ma ha indebolito il nostro tessuto produttivo.

La scelta di formare questo governo da parte del Pd è stata lungimirante, ora tanti tifosi di allora fischiettano, ma io la difendo. Anche se non vanno nascoste le difficoltà, le contraddizioni e anche i prezzi che noi abbiamo dovuto pagare in nome della salvezza della Repubblica.

Ma senza questo governo, per esempio, non avremmo potuto fronteggiare la pandemia: Salvini l’avrebbe gestita come Trump o Bolsonaro. Inoltre il rapporto conflittuale con l’Europa da parte dei populisti illiberali non avrebbe permesso di ottenere per l’Italia gli straordinari risultati, in termini di risorse e anche politici circa l’orientamento generale della commissione che ha rotto con le politiche di austerità e si è aperta alla cooperazione, al rischio comune, alla solidarietà.

I fondi europei

Iniziamo da qui. Dal lavoro fatto. E da qui pensiamo alle prove terribili che ci attendono. Non possiamo sbagliare. Non è in gioco un’alleanza di governo ma la tenuta della nazione nei prossimi anni. Il Pd è il partito che intende guidare la transizione ad un’altra Italia. È il partito che risolve i problemi in un’ottica riformatrice e realistica. Quando ci si chiede cos’è il Pd io rispondo semplicemente: il Pd è la garanzia ed è il motore affinché le cose cambino in meglio. Ecco perché dopo l’emergenza, nella fase della ricostruzione spetta anche a noi indicare con chiarezza, nella coalizione di governo, i fronti che riteniamo prioritari. Nell’immediato e per il futuro. Le risorse del Recovery Fund vanno utilizzate su progetti credibili, concreti e di valore strategico. Si sta lavorando a Palazzo Chigi, in queste ore, con il coordinamento di Enzo Amendola per avere già a settembre un quadro delle scelte che si intende compiere. Comunque tali scelte vanno fatte in una prospettiva chiara: non dobbiamo tamponare l’emergenza con rivoli di sostegni e di interventi in ordine sparso e di carattere emergenziale.

Le nostre priorità

Il Recovery Fund è l’occasione per il riscatto dell’Italia. Ma il riscatto dell’Italia si avrà solo se quello che realizzeremo non ci porterà a riaccendere il vecchio sviluppo; bisogna, finalmente, tentare per la nazione un nuovo sviluppo qualitativamente più alto e avanzato. Abbiamo detto innovazione, ricerca, scuola, capitale umano, valorizzazione dei nostri talenti, green economy, digitalizzazione del Paese e drastico ammodernamento della pubblica amministrazione, con la semplificazione dei regolamenti troppo numerosi e complicati e della ancora così forte vischiosità della pubblica amministrazione. Impegno contro le discriminazioni di genere. E poi, è decisivo il rilancio di politiche industriali in grado di coordinare meglio le strategie e dare alle nostre grandi imprese pubbliche degli obiettivi Paese. E il sostegno molto più attivo al tessuto della piccola e media impresa: sul piano fiscale, adeguando anche i pagamenti all’erario da parte da tante partite Iva in modo da far corrispondere l’esborso per le tasse all’andamento reale dei ricavi. Occorre su questo una svolta della sinistra: quattro milioni e mezzo di partite Iva non nascondono tutti evasori italiani, ma fanno crescere l’economia, l’occupazione, un micro-indotto che è la condizione per ricostruire un ceto medio italiano. Questo è il modo anche più diretto ed efficace di aiutare il Nord, così colpito dal Covid. E infine infrastrutture moderne, risanamento strutturale del dissesto idrogeologico dei nostri territori, interventi nel Mezzogiorno d’Italia che dall’emergenza debbono passare alla capacità di sostenere i mille talenti, le mille imprese, i meravigliosi territori agricoli e turistici che ha il nostro Sud, con una qualità eccezionale rispetto a tutti i Paesi del mondo. La scuola, ecco il secondo fronte, è in una condizione di equilibrio incerto che può sfociare in una rivolta di massa. Non lo dico per mettere una bandierina polemica; piuttosto per continuare a svolgere come Pd un ruolo di allerta e anche di proposta in un settore che coinvolge milioni di persone. Tra operatori, insegnati e soprattutto famiglie. Sarebbe intollerabile dopo mesi di lockdown far perdere anche solo un’ulteriore ora di lezione, nell’incertezza o con una apertura a singhiozzo interrotta quasi subito da una nuova pausa del lavoro scolastico dovuta alle elezioni regionali e referendarie del 20 settembre. È stato un errore non ascoltare il Pd quando ha proposto di collocare i seggi elettorali in luoghi specifici per non pesare ulteriormente sul ciclo delle elezioni.

Il sistema sanitario

La costruzione di una nuova sanità. Sono mesi che se ne discute ma siamo fermi. Il Covid ha fatto emergere un’insufficienza in alcune parti d’Italia di strutture, di macchinari innovativi e di personale. Ma soprattutto è stata evidente, l’assenza di strutture sanitarie nel territorio; in grado di intervenire in modo più tempestivo, più economico e di evitare inutili ospedalizzazioni. Per i progetti in campo e per quelli che vogliamo intraprendere occorre attivare il Mes che è una linea di finanziamento molto più vantaggiosa rispetto alla ricerca di risorse sul mercato. Ed è senza condizioni. Ogni giorno sprecato è imperdonabile.

“Un mare in tempesta”

Inoltre reputo fondamentale riaprire una riflessione collegiale sulla politica estera. Il Mediterraneo è diventato un mare in tempesta, attraversato da conflitti, disordini permanenti e flussi migratori che rischiano di diventare difficilmente gestibili. La presenza italiana è allo stato attuale ininfluente. Eppure è il nostro mare e non possiamo cadere in un cono d’ombra o diventare semplici spettatori poco rispettati. Come nel caso tragico della morte di Giulio Re geni. Starci di più significa sviluppare forti relazioni culturali e interreligiose.

Aumentare la nostra capacità negli scambi commerciali, stabilire intese bilaterali di reciproca convenienza non solo economica ma anche nel campo della ricerca, dell’università, del rinnovamento delle tecnologie. E infine starci di più significa riprendere il filo di una coerente politica estera nei confronti di questi paesi così in difficoltà. Il primo Paese che hanno di fronte gli Stati che si affacciano nel sud del Mediterraneo è proprio l’Italia. Il nostro Mezzogiorno è la terra a loro più vicina, una sorta di portaerei gettata verso di loro.

Una nuova identità

Affrontare queste sfide significa dare significato e identità al Pd tenendolo lontano dalla sola tattica o manovra politica, spesso ripetitiva e confusa, per impegnarlo, al contrario, nei processi reali dai quali trarre, sulla base dei nostri valori tradizionali, il suo profilo e la sua forza. Quando di discute un po’ astrattamente di riformismo, rispondo che il riformismo è questo. Negli spazi reali far emergere la nostra funzione nazionale e democratica. Il riformismo non si predica. Se si predica senza accompagnarlo ad una concreta prospettiva politica, esso diventa astratto e ideologico. Ma una cosa deve essere chiara: noi siamo per la più assoluta valorizzazione delle forze del lavoro e dell’impresa. Tuttavia questa valorizzazione deve essere indirizzata a superare le storture e i mali di uno sviluppo antico del nostro Paese che ci ha portato lentamente verso il declino. Dunque il riformismo non è una innovazione per fare funzionare meglio i meccanismi che ci sono. Per far tornare i conti entro i limiti e le logiche di un capitalismo finanziario e predatorio. L’innovazione con gradualità, senso di responsabilità, coscienza delle cose che si hanno di fronte, deve spingere per il fine ultimo di un pensiero democratico. Che è rendere il Paese più giusto, più equilibrato, più armonioso, più competitivo, più partecipato. Queste sono le condizioni anche per produrre meglio. Il nostro riformismo è dunque lotta frontale contro la rendita, anzi tutte le rendite e promozione di ogni energia creativa operaia e imprenditoriale che è la condizione di una rinascita. Ecco perché quando penso al tessuto produttivo guardo a quella piccola e media impresa radicata nei territori, che non porta i profitti fuori dall’Italia, che dà lavoro, in alcuni casi stabilisce rapporti quasi familiari coni dipendenti, che inventa i nostri meravigliosi prodotti che hanno resistito nei mercati mondiali nelle crisi che ci hanno travolto. Gli obiettivi fin qui indicati so perfettamente che li dovremo perseguire in una situazione politica per certi aspetti anomala. Ma è inutile lamentarsi, tramare o fare confusione. Occorre un impegno corale per cambiare e ricostruire fiducia nel futuro. Abbiamo una missione: lasciare ai giovani un’Italia migliore di quella che abbiamo trovato. Ora è possibile.


Articolo pubblicato su La Stampa il 17 agosto 2020

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1 COMMENTO

  1. Condivido in pieno quanto detto da Matteo Ricci e dal compagno segretario Zingaretti. Ma l’azione del PD non puo’ solo fermarsi ad una denuncia di chi sono le responsabilita’ se alle prossime regionali le forze del centrodestra o meglio della destra (speriamo di no) raggiungono un risultato positivo e ne’ come fa il nostro segretario nella sua nota elencare le motivazioni per cui ci caraterizziamo come una vera forza riformista che pone al centro della sua azione l’interesse dell’Italia e degli italiani. Io credo che il PD debba essere protagonista nella societa’ di :
    1) le vere riforme si fanno con il consenso e la partecipazione dei cittadini; quindi rilanciare sul territorio un’azione massiccia del confronto sulle scelte strategiche che si stanno facendo nel gruppo Amendola (questo importante lavoro deve cogliere l’occasione per capire cosa pensa la gente delle scelte importanti che si andranno a fare);
    2) si deve lavorare ancora con maggiore forza al superamento delle correnti all’interno del PD. Le stesse si dimostrano, ancora, come un freno ad un’azione politica piu’ dinamica e fattiva;
    3) comunque vadino le elezioni amministrative ed in occasione della presentazione del piano di riforme e di investimenti da presentare alla UE per l’utilizzo delle risorse finanziarie del Ricoverj Fund, il PD deve porre in essere una iniziativa di un tavolo di confronto per dare corpo in modo definitivo ad una chiara e forte alleanza politica ed a una riforma elettorale.

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