martedì 29 Settembre 2020

Ecco perché il Pd deve dire sì al DDL sui beni comuni
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Che il capitalismo fosse fallito questo l’avevamo capito già nel post crisi del 2008, quando ci sono stati sbattuti in faccia i processi di sperequazione generati dall’economia di mercato, che hanno prodotto cittadini di serie a e di serie b; in seguito è toccato al crollo del ponte Morandi ricordarci l’importanza dei beni pubblici e della loro gestione, riducendo in poltiglia il sistema di privatizzazioni e concessioni sfrenate avviate negli anni ’90.

L’emergenza Covid ci ha poi mostrato il volto delle disuguaglianze ma anche, e soprattutto , di quanto il nostro Paese necessiti di servizi pubblici essenziali funzionanti e statali, visto che sono stati il perno della risoluzione dell’emergenza.

I beni pubblici svolgono un ruolo importante nella nostra quotidianità poiché è grazie a loro se possiamo esercitare i nostri diritti fondamentali; pensiamo soltanto alla libertà di circolazione – spesso al centro dell’attenzione durante l’emergenza -, dal momento che per la sua attuazione sono necessarie strade sicure ed accessibili, e per questo pubbliche. Potremmo parlare anche di beni immateriali ma comunque necessari per vivere, come l’aria, oppure soffermarci sull’importanza che ricoprono i parchi e l’acqua nella nostra vita di tutti i giorni.

Dell’importanza di queste “cose” si rese conto la Commissione Rodotà, istituita dal governo Prodi II  per ridisegnare l’assetto dei beni pubblici all’interno del codice civile. Quella riforma – che tutt’ora giace nei cassetti parlamentari – ha ispirato il Referendum sull’acqua del 2011 e la successiva sentenza della Corte Costituzionale n.199/2012, sancendo l’acqua come un bene comune e quindi necessario per l’uomo e appartenente alla comunità.

Il DDL Rodotà, ispiratore tra l’altro dell’articolo 20 dello Statuto del Pd, ha riaperto il tema del rapporto fra interesse pubblico ed egoismo privato, quest’ultimo posto al centro dell’ottica neoliberista.

Altro grande merito dei padri dei beni comuni Stefano Rodotà, Alberto Lucarelli e Ugo Mattei è quello di averci mostrato un’alternativa al modello del PIL e della crescita, ovvero quello dello sviluppo umano  fondato sul binomio cultura-ambiente, ponendo la tutela dei beni comuni come un dovere inderogabile da parte dello Stato in un’ottica generazionale.

Per raggiungere quest’obbiettivo rivoluzionario, occorre una chiara riforma del Codice Civile nella sua interezza, visto che il testo risale al 1942, e nonostante gli adattamenti e le interpretazioni, non risulta ancora essere pienamente in linea con gli articoli 41 e 42 della Costituzione, essendo (il codice ndr) basato su un’ottica privatistica, com’era la concezione dell’epoca, dove il capitalismo dialogava e millantava un benessere inesistente.

Per questo il Partito Democratico deve appoggiare in Parlamento il DDL Rodotà e le quattro proposte di legge già presenti fra Camera e Senato, ma la contempo occorre anche i codici pongano alla loro base i beni comuni e la loro gestione, passando per l’abolizione del pareggio di bilancio, il quale mette fortemente in crisi la gestione pubblica, andando incontro alla visione privatizzante e liberista.

L’unico modo per abbracciare un Green New Deal è partire dalla gestione alternativa delle cose e della cosa pubblica, mettendo al centro un nuovo patto sociale, dove il bene dei cittadini viene posto come snodo centrale per rilanciare la nostra economia.

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