lunedì 25 Gennaio 2021

Una stagione di riforme per un nuovo modello di capitalismo. Così la produttività tornerà a salire
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La bassa crescita della produttività e le poche opportunità di impieghi qualificati costituiscono i segni più evidente del declino che ha caratterizzato gli ultimi tre decenni della economia italiana e contrastano con il rapido sviluppo degli anni 50 e 60. L’Italia ha perso fiducia in se stessa. Ha abbandonato il modello di organizzazione economica che aveva caratterizzato il suo momento migliore senza trovarne uno che lo rimpiazzasse. Ritornare a produrre con efficienza e ricreare opportunità per le giovani generazioni si legano così ad una analisi del nostro modello di capitalismo.

Lo sviluppo italiano del dopoguerra avviene con una struttura produttiva caratterizzata da grandi imprese pubbliche e da imprese private spesso di modeste dimensioni, quasi sempre gestite da famiglie in cui si dà per scontata la trasmissione dinastica della direzione della impresa. Questa modalità di gestione limita la crescita delle imprese. Per non perdere il loro controllo le famiglie proprietarie limitano l’ingresso di nuovi azionisti causando il ben noto nanismo delle imprese italiane. Inoltre l’identificazione fra management e famiglia espone l’impresa ai rischi derivanti dalla incerta qualità della prole dei proprietari. Se l’Italia ha dato risultati così positivi durante le prime due decadi del dopoguerra è stato anche perché il sistema di gestione delle imprese private è stato bilanciato da grandi imprese pubbliche gestite da manager professionali.

Per due decadi la complementarità fra imprese private di modeste dimensioni e di grandi imprese pubbliche ha promosso il successo del nostro paese. La crisi di questo sistema ha molteplici cause. Fra di esse si possono ricordare le spartizioni partitiche delle imprese pubbliche, l’ideologia a quei tempi prevalente e le esigenze della finanza pubblica legate anche all’ingresso nell’unione monetaria

Negli anni 80 era molto diffusa la convinzione che l’Italia potesse farcela anche solo con un sistema industriale formato da piccole imprese, spesso parte di vivaci distretti industriali. In alcuni ambienti vi era una consapevolezza del fatto che le privatizzazioni richiedevano un cambiamento del nostro modello di capitalismo e si discusse a lungo della opportunità di introdurre nuove leggi di governo societario.

Si osservava come in altri paesi le imprese private mutassero con la loro espansione anche il loro modello organizzativo. Per esempio negli Stati Uniti nelle grandi imprese le famiglie perdevano spesso il controllo a favore di manager qualificati che rispondevano soprattutto al mercato azionario. In Germania invece la crescita delle imprese richiedeva, oltre una certa dimensione, l’istituzione di un secondo consiglio di amministrazione, composto sia dai proprietari sia dai rappresentanti dei lavoratori, che anche aveva il compito di selezionare i manager. In entrambi i casi aveva così più spazio nelle grandi imprese una selezione meritocratica di manager professionali e si attenuavano i problemi che la trasmissione dinastica delle cariche aziendali comportava per la gestione dell’impresa.

Non si coglieva tuttavia come entrambi i modelli fossero stati generati da forti contrasti sociali e fossero sfociati in leggi che rendevano di fatto obbligatorio un determinato modello di gestione delle grandi imprese.

Negli USA la diluzione dei poteri delle dinastie capitalistiche erano stati limitate dallo Stato dopo forti conflitti contro i cosiddetti robber barons. Erano stati usati numerosi accorgimenti fra cui le leggi anti-trust (che consideravano, già con il Clayton Act del 1914, le partecipazioni rilevanti con quote diverse in diverse imprese come una fonte di turbative del mercato e di conflitto d’interesse) e i provvedimenti fiscali di Roosevelt contro i gruppi piramidali.

In Germania, anche come reazione agli scellerati accordi fra industriali e regime nazista, le leggi avevano imposto un doppio consiglio di amministrazione e una rappresentanza dei lavoratori nel consiglio di amministrazione (fino al 50 per cento nelle imprese con più di 2000 addetti).

In entrambi i casi sia l’inefficienza sia l’eccessivo potere delle dinastie capitalistiche erano stati affrontati con scelte sistemiche avvenute dopo forti scontri sociali e drammatici eventi storici. Non erano certamente state delle libere scelte individuali delle singole imprese. Eppure fu proprio questo il presupposto implicito della cosiddetta legge Draghi del 2003 che diede, invece, a ogni impresa la libertà di scegliere fra modello americano, tedesco e lo status quo.

Il risultato fu che nulla cambiò nella gestione delle grandi imprese proprio quando un nuovo gigantismo e la monopolizzazione dovuta al rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale rendevano particolarmente difficile la vita delle piccole imprese italiane. In assenza di questo cambiamento le privatizzazioni hanno generato un risultato paradossale. Le imprese dove i privati hanno assunto il controllo hanno dato risultati molto deludenti. Invece quelle in cui lo Stato ha mantenuto il controllo (anche se con una partecipazione di minoranza) sono state rinvigorite dalla loro trasformazione in società per azioni che devono rispondere anche ai mercati azionari. Le privatizzazioni hanno ridotto il peso delle grandi imprese italiane con pesanti conseguenze sulla produttività del sistema.

La ripresa della nostra economia deve fare i conti con le carenze del nostro modello di capitalismo. Il ruolo delle società con rilevanti partecipazioni azionarie dello Stato e il modello di corporate governance del settore privato sono di nuovo parte del dibattito politico. Servono delle riforme che non si affidino semplicemente alle scelte individuali delle imprese. È il nostro modello di capitalismo che costituisce una importante causa della nostra insoddisfacente produttività ed è l’insieme di rapporti economici e sociali che va cambiato se si vuole arrestare il declino del nostro paese.

Ugo Pagano è economista e professore di Politica Economica presso l’Università di Siena. È stato docente all’Università di Cambridge.

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4 COMMENTI

  1. D’accordo su tutto. Aggiungerei solo che una volta scelto il tipo di capitalismo che vogliamo adottare, tutto il sistema istituzionale compresa la legislazione, ad esempio nel campo del diritto societario e del diritto commerciale devo firmare un tutt’uno coerente.

  2. Non si può che condividere quanto riportato nell’articolo.
    La stagione di riforme auspicate dovrebbe intervenire più in generale sull’intero assetto statale: economia, scuola, pubblica amministrazione, ecc.
    A tal fine sarebbe necessario avere un’idea, una nuova e condivisa visione dell’Italia del futuro e quindi, pur nella diversità, agire coerentemente per il raggiungimento degli obiettivi. Al momento, sia dal dibattito politico che tra quello fra le parti sociali, non sembrano emergere idee o soluzioni che vadano al di là dei vecchi schemi.

  3. Sono d’accordo: l’Italia non ha fiducia in se stessa, soprattutto, gli imprenditori (finanzieri) più intraprendenti i quali delocalizzano ma poi vanno a fissare le sedi nei paradisi fiscali interni ed esterni all’Unione. Le fasi di prima industrializzazione sono storicamente più facili; i problemi sono più complessi quando da un’economia matura devi passare ad una più avanzata. Nei 40 vergognosi l’Europa ha provato a darsi una politica industriale ma la sfida non è stata raccolta dai Paesi membri. Oggi siamo siamo di fronte a tre sfide molto difficili: a) digitalizzazione dell’economia e della società; b) conversione verde; c) più in generale, formazione permanente e sviluppo sostenibile. Ahimè, non vedo piani precisi a medio e lungo termine nè a livello UE nè in Italia. Vogliono fare le nozze con i fichi secchi.

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