lunedì 25 Gennaio 2021

“Una strada nuova per contrastare la destra dell’odio e della paura”. Parla Nicola Oddati
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Su due cose Nicola Oddati e Laura Castelli – che si sono confrontati sul palco della Festa nazionale dell’unità a Modena – sono particolarmente d’accordo, anzi su due. La prima è che questo governo, che ha dovuto affrontare la crisi peggiore dal secondo dopoguerra ad oggi, ha fatto tanto e ha fatto bene. E non era per nulla scontato. La seconda è che, con ogni probabilità, l’attuale proposta di governo si trasformerà in un’offerta politica strutturata, che superi l’orizzonte della legislatura.

Quello che cambia sono le sfumature, che poi non sempre possono essere derubricate a questioni di poco conto: parliamo di tempi di maturazione, di modalità attraverso i quali arrivare a questo obiettivo, di terminologia politica. Castelli parla di “fidanzamento”, Oddati preferisce parlare di “alleanze”; Castelli chiede di superare le categorie del passato, Oddati parla apertamente di campo “progressista e riformatore”. Sul Mes, poi, ci sarà da discutere.

Insomma, la strada sembra tracciata, ma il percorso da intraprendere non è ancora deciso. Ne abbiamo parlato proprio con Nicola Oddati, coordinatore dell’iniziativa politica nella segreteria nazionale del Pd.

Oddati, l’ipotesi di un’alleanza programmatica tra Pd e Cinque Stelle alle elezioni regionali è saltata. La considera un’occasione persa?

“Sicuramente sì. Stiamo realizzando un programma di governo non banale, non semplice, partendo da una cultura politica molto distante. E l’abbiamo fatto con l’obiettivo di evitare che l’Italia precipitasse nel dramma del voto. Un’alleanza, dobbiamo ricordarlo, innaturale, a cui non eravamo tutti pronti. Capisco quando i Cinque Stelle dicono che le cose vanno fatte gradualmente e questo riguarda anche il Pd. Oggettivamente un’alleanza strategica è complicata e sarebbe sbagliato e improduttivo non tenerne conto. Dobbiamo però ragionare sul futuro: pensiamo che questa esperienza di governo sia destinata ad esaurirsi alla fine di questa legislatura o pensiamo che possa essere una proposta anche per il futuro? Se pensiamo questo, allora dobbiamo cambiare. E quindi sì, quest’anno, alle regionali, abbiamo perso un’occasione. Specialmente in alcune regioni l’alleanza avrebbe prodotto un avanzamento”.

Quando si volta indietro e guarda all’anno di governo appena trascorso, cosa pensa? Cosa è successo quest’anno che le suggerisce che la via intrapresa sia quella giusta?

“Abbiamo affrontato insieme il momento più duro che l’Italia abbia vissuto negli ultimi sessant’anni. Quello che il governo è riuscito a fare in Europa è stato un momento di svolta, per noi e non solo per noi. Dopo anni di tentativi andati a vuoto, abbiamo cambiato l’impostazione di politica economica dell’Europa. Abbiamo tutti imparato a conoscerci un po’ di più, a rispettarci. Il modo con cui è stato accolto qui Giuseppe Conte due anni fa è la dimostrazione che il nostro popolo ha apprezzato la maniera con cui il governo e il suo massimo esponente hanno affrontato l’emergenza”.

E ora che cosa dovrebbe cambiare secondo lei?

“Ora dobbiamo andare avanti, cercando di accompagnare alla proposta di governo, fondamentale, un’offerta politica basata non su un matrimonio, ma su un’alleanza, un’alleanza che funzioni, un’alleanza che abbia a cuore il bene del Paese”.

Cosa risponde invece a chi, anche nel Pd, paventa il rischio di una progressiva perdita di identità?

“Rispondo che ad un partito che pensa a difendere a tutti i costi la propria identità, preferisco un partito che sia utile all’Italia. Noi, in questo momento, con il nostro governo siamo utili all’Italia. E non dimentichiamoci mai cos’era il Pd prima della segreteria di Zingaretti. Quando alle elezioni prendi il 18 per cento e sei completamente isolato nel quadro politico, devi mettere in campo una strada nuova. Nelle regioni in cui oggi contendiamo la vittoria al centrodestra, alle ultime europee eravamo sotto di venti punti. Oggi abbiamo riportato il Pd al centro della scena politica. Non abbandoniamo la nostra vocazione maggioritaria, ma non possiamo prescindere dalle alleanze. Che non vuol dire omologarsi o sposarsi, ma mettere insieme quante più forze per contrastare la destra dell’odio e costruire un futuro per l’Italia”.

Quando si parla di temi e di questioni programmatiche da dirimere tra Pd e M5s, tutti ormai pensano al tema del Mes, su cui una sintesi sembra ancora lontana. La viceministra Castelli ha detto che lo strumento è ormai superato, lasciando intendere che però il Movimento non chiude la strada all’idea di un meccanismo che aiuti strutturalmente la sanità. Qual è la posizione del Pd?

“La nostra è una posizione molto pragmatica e per nulla ideologica. Il Mes di oggi è una cosa completamente differente da ciò che era quando è nato. Se fosse rimasto uguale a quello applicato con la Grecia, non ci sogneremmo mai di chiederne l’attivazione. Ma oggi, per l’obiettivo che si pone, cioè quello di aiutare la necessaria modernizzazione del sistema sanitario, e per le condizioni che presuppone, con tassi di interesse ridotti al minimo, è il momento giusto per usarlo”.

Guardando all’immediato futuro, i prossimi giorni saranno decisivi. L’appuntamento con le elezioni regionali e il referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari è dietro l’angolo. La tenuta del governo è a rischio?

“No. In primo luogo perché siamo convinti che il Pd se la giocherà in tutte le regioni e sarà quasi dappertutto il primo partito. Noi non recriminiamo per le mancate alleanze, ma combattiamo per vincere. Stiamo facendo una battaglia bella, senza alcun timore. A prescindere da come andrà, però, sono convinto che il voto non inciderà sulla tenuta del governo. Però può incidere sull’azione del governo, in una fase in cui si richiede una collaborazione molto stretta con le amministrazioni regionali, il fatto che le Regioni siano ben governate”.

E dopo il referendum, invece, cosa succederà?

“Dopo il referendum, quale che sia l’esito, sarà indispensabile cambiare la legge elettorale e adeguare i regolamenti istituzionali. E il Sì va accompagnato da una proposta di legge di iniziativa popolare a cui stiamo lavorando e in cui chiediamo di abolire una delle due camere o di modificarne la funzione, mantenendo tutti i meccanismi di tutela istituzionale. La spinta riformista di questo governo non può esaurirsi per nessun motivo”.

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  1. Dmitry Medvedev, che è stato sia presidente che primo ministro della Russia, afferma che la pandemia lo ha spinto a rivalutare il modo in cui il governo si occupa della sicurezza economica dei cittadini.

    La proposta dell’ex presidente è nota come reddito di base universale (RBU). Medvedev ha descritto il RBU come un “importo minimo inviolabile di fondi” pagato dallo stato a ciascuna persona, “indipendentemente dal tipo di attività e dallo stato socio-economico”.

    “Ritengo che i miei colleghi del partito Russia Unita discuteranno questa idea, insieme ai loro colleghi del governo e dei sindacati”, ha detto.

    Andrey Kutepov, capo del Comitato di Politica Economica del Consiglio della Federazione russa, ha scritto all’assistente presidenziale Maxim Oreshkin suggerendo che il paese adotti il RBU come esperimento fornendo a ogni russo un reddito tre volte il minimo di sussistenza.

    https://www.facebook.com/groups/IstituzioneRedditoDiBaseUniversalePetizione/permalink/739391710238643/

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