martedì 20 Ottobre 2020

Ancora troppi morti sul lavoro, le risorse dell’Europa vanno dirottate anche sulla sicurezza
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Le chiamano “morti bianche” e già sul titolo ci si domanda il perché. Sono “morti bianche” anche quelle in culla e “voci bianche” quelle dei cori infantili sinonimi entrambi di innocenza e purezza. Forse sarà per questo, perché muoiono degli innocenti.

Le morti bianche sono i lavoratori, le lavoratrici e i lavoratori. A loro è intitolata una giornata, cade l’11 di ottobre. Che poi una giornata dedicata non si nega a nessuno. Sabato il Longform di Repubblica era il racconto di questo. Mi ha colpito per diversi motivi, uno più personale che vi dirò. Lo hanno curato Carlo Bonini, Sarah Martinenghi, Marco Patucchi.

I numeri, solo alcuni. Dal 1° gennaio a fine agosto di quest’anno i morti sul lavoro (per cause legate alla loro attività, tecnicamente secondo l’Inail “denunce con esito mortale”) sono stati 830 (ottocentotrenta). Uno ogni 8 ore. Tre ogni giorno (la media). I morti non votano, cinica affermazione, ma spiega in parte la rimozione che accompagna una strage mai interrotta nel corso dei decenni. Nello stesso arco di tempo (da gennaio ad agosto) le denunce di incidenti all’Inail sono state 322.132 (di queste 284.131 sul posto di lavoro e le restanti consumate nel tragitto da casa e il luogo d’impiego).

La legge del ’78 che ha istituito il SSN (Servizio Sanitario nazionale) aveva previsto che fossero le Usl (oggi Asl) a detenere la competenza su prevenzione e salute nei luoghi di lavoro. La successiva responsabilità in capo alle Regioni ha fatto sempre i conti con una restrizione delle risorse stanziate (nel solco del tagliare, semplificare, razionalizzare, risparmiare…). Nel 2007 arriva una legge delega del governo (la numero 123) che prevede il riassetto dell’intero settore comprese le disposizioni in materia di salute e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici (nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione). L’anno seguente arriva il Testo Unico col compito di tradurre l’impegno in un quadro organico di norme. Undici anni dopo mancano ancora una ventina di provvedimenti attuativi. Il Jobs Act aveva previsto un accorpamento degli ispettori Inps, Inail e Ministero del lavoro ma diversi ostacoli burocratico – corporativi hanno rallentato anche quel passaggio.

Il risultato è che le ispezioni sono troppo poche e saltuarie, e nonostante questo la percentuale di imprese non in regola con le norme di sicurezza assomma a circa l’86 per cento del totale ispezionato. Il tutto, ovviamente, accentuato dalla scomposizione del mercato del lavoro con una frammentata tipologia di contratti e modalità di assunzione e tutela. Al Senato è depositata una proposta del Pd (prima firma, Tommaso Nannicini) per istituire una commissione d’inchiesta sulla sicurezza del lavoro: facciamola marciare perché vale almeno quanto la giornata dedicata alle vittime, forse qualcosa in più.

Infine, la nota personale. Ho letto per due volte di seguito l’ultima parte del rapporto, quella che ricostruisce la tragedia della Thyssen a Torino. Era la notte tra 6 e 7 dicembre del 2007 e sette operai morirono per un incendio che li arse in un istante. Uno morì nell’immediato, altri nei giorni a seguire. Antonio Boccuzzi si salvò, lui solo del turno di quella notte. E Antonio è stato un collega, un amico, negli anni della Camera. Si è occupato del dramma, ha seguito ogni passaggio dei processi, ha dovuto elaborare anche il pensiero più difficile mentre abbracciava o semplicemente guardava negli occhi madri, padri, mogli, sorelle, figli, di coloro che invece non si erano salvati. Il primo processo è stato un fatto enorme: per la prima volta i vertici del gruppo industriale sono stati condannati con l’aggravante del dolo. Non si erano curati di adeguare le protezioni e norme di sicurezza in vista della dismissione dell’impianto e del trasferimento della produzione a Terni.

Poi, nei gradi successivi e in attesa del ricalcolo della pena da parte della Corte Costituzionale tedesca (in Germania la pena massima per gli incidenti sul lavoro è di cinque anni), i principali responsabili non hanno pagato il loro conto, almeno quello col senso di giustizia. Antonio racconta ancora una volta quella sera, e i mesi e gli anni che l’hanno seguita. Per il poco, cioè nulla, che vale, a lui e ai suoi compagni ho dedicato un libretto uscito alcuni anni fa.

Ogni volta che quella pagina si riapre la sento come una ferita lasciata inguarita. Delle risorse enormi che l’Europa ci darà una parte – se davvero parliamo della riconversione della nostra economia – dirottiamola su questo binario. Non sarà solo il modo per rendere più sicuro il lavoro di tante e tanti, sarà anche la prova che una civiltà del lavoro passa prima di ogni altra cosa dalla dignità delle donne e uomini che lavorano.

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