venerdì 27 Novembre 2020

“Torneremo a crescere con forza e i dati sul Pil confermano che la strada è quella giusta”. Intervista ad Antonio Misiani
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Le misure del decreto ristori, entrate in vigore da poche ore, si concentrano soprattutto sul sostegno economico a quelle attività che hanno subito uno stop dopo le restrizioni dell’ultimo Dpcm. Le abbiamo analizzate con il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, il quale ha assicurato come i contributi a fondo perduto “arriveranno entro il 15 novembre, erogati in maniera automatica dall’Agenzia delle entrate, senza bisogno di fare domanda”. La ratio del decreto, ha sottolineato Misiani, è stata quella di sostenere le realtà in difficoltà, partendo dai lavoratori, dai costi di gestione e dagli affitti che quelle attività saranno costrette a pagare nonostante siano ferme o limitate negli orari di apertura. 

A colloquio con Immagina, il viceministro dem ha commentato i dati del Pil sul terzo trimestre diffusi dall’Istat (“si tratta di una crescita record del 16,1 per cento, legata anche alle misure attuate dal governo”) e rivendicato i nuovi strumenti di protezione sociale messi a disposizione nei mesi scorsi per arginare la crisi (“abbiamo messo in campo il reddito di emergenza, costruito misure per le famiglie e sperimentato un diverso modello di welfare, maggiormente universalistico rispetto alla precedente frammentazione”). Si è detto ottimista su come il nostro sistema economico reagirà quando prima o poi il virus allenterà la sua morsa (“l’accelerazione del rimbalzo sarà molto forte. Abbiamo visto la capacità reattiva del nostro sistema produttivo già con il rimbalzo record del Pil nel terzo trimestre”). Quanto all’aumento delle disuguaglianze sociali, di reddito e territoriali, acutizzate dalla pandemia, la sua ricetta è quella di “ripensare profondamente la rete di protezione sociale”, cercando anche di “colmare il digital divide”, il quale rischia di aprire una nuova questione sociale. 

Viceministro Misiani, partiamo dalle restrizioni dell’ultimo Dpcm. Come le giudica? Si tratta di un compromesso per tutelare la salute e salvaguardare al tempo stesso l’economia?
Abbiamo assunto decisioni molto severe, in molti casi impopolari, ma certamente doverose se si vuole tutelare la salute dei cittadini salvaguardando la scuola e le attività lavorative. Se saranno efficaci lo diranno i numeri della curva epidemiologica dei prossimi giorni, che nel frattempo monitoriamo con la massima attenzione. E se sarà necessario, decideremo ulteriori misure restrittive. Sempre però con la massima attenzione ad aiutare le famiglie e le imprese direttamente e indirettamente coinvolte dalle restrizioni.

Sono misure rigorose, ma non siamo certo gli unici ad aver fatto una scelta del genere. Francia e Germania, ad esempio, hanno adottato misure simili. Il Paese guidato da Angela Merkel ha chiuso i bar e i ristoranti h24. La situazione è grave è in rapido peggioramento, guai a sottovalutarla. Dobbiamo riportare a livelli gestibili la curva epidemiologica e le misure appena prese hanno questo obiettivo.

Se le misure non dovessero bastare, l’Italia sarà in grado di sostenere ulteriori restrizioni dal punto di vista economico e soprattutto sociale?
Dobbiamo evitare in ogni modo un lockdown come quello che abbiamo dovuto imporre all’Italia tra marzo e aprile. Il sistema sanitario, in ogni caso, grazie alle risorse che abbiamo investito in questi mesi oggi è molto più in grado di fare fronte a quanto sta accadendo. Decideremo eventuali altre misure valutando insieme agli scienziati l’evoluzione della curva della pandemia.

Parallelamente al Dpcm è arrivato il decreto ristori. Qual è la ratio su cui si basa questo nuovo provvedimento economico?
Si tratta di un decreto contestuale al Dpcm, che interviene proprio a sostegno delle attività economiche limitate o chiuse dalle restrizioni, con contributi a fondo perduto per 2,5 miliardi di euro; con la cassa integrazione estesa per ulteriori 6 settimane e garantita a costo zero per i settori interessati dal Dpcm; attraverso tre mesi di credito di imposta per gli affitti; con l’azzeramento, sempre per le imprese coinvolte, della prossima rata Imu e il rinvio dei contributi previdenziali; con la previsione di una indennità per i lavoratori non coperti dalla cassa integrazione. In sostanza tutti interventi per andare incontro alle necessità derivanti dalle misure restrittive: lavoro, costi di gestione, affitti, tasse e contributi.

Non solo bar e ristoranti, quindi…
Ci sono interventi specifici anche su turismo, cultura, spettacolo, sport. E c’è il reddito di emergenza, un intervento di sostegno ad ampio raggio che punta ad aiutare famiglie che non hanno alcun tipo di aiuto.

Come verranno concessi i fondi questa volta?
Abbiamo scelto il meccanismo che ha funzionato meglio nei mesi scorsi, ovvero il contributo a fondo perduto gestito dall’Agenzia delle Entrate, che alle imprese che lo avevano già ricevuto nei mesi scorsi sarà erogato in automatico, senza bisogno di fare domanda. L’accredito verrà fatto direttamente sui conti correnti.

E i tempi? Quanto ci vorrà per ottenere le risorse?
Arriveranno entro il 15 di novembre. E nella stragrande maggioranza dei casi saranno contributi maggiori di quelli ricevuti nei mesi scorsi.

L’intervento sul decreto è stato rapido, va riconosciuto. Ma a proposito di tempi, va registrata anche una coda che ancora esiste nell’erogazione della cassa integrazione dei mesi scorsi.
Dati INPS alla mano, sono in attesa di essere pagati poco più di 17mila lavoratori, circa lo 0,4% del totale. Nel frattempo, nei mesi passati, abbiamo anche cambiato il meccanismo di erogazione della cassa in deroga, permettendo alle imprese di saltare il passaggio con la Regione e rapportarsi direttamente con l’Inps. Poi è chiaro che l’Istituto di previdenza è stato travolto da un numero di domande senza precedenti, tra aprile e settembre le ore autorizzate sono 18 volte, il livello degli stessi mesi del 2019, e questo indubbiamente ha pesato. La drammaticità della pandemia purtroppo ha evidenziato le carenze della nostra rete di protezione sociale, che si è dimostrata inadeguata per un’emergenza di tale portata. D’altra parte abbiamo una cassa integrazione normale, una in deroga, il fondo di solidarietà bilaterale per gli artigiani, è chiaro che il sistema è troppo frammentato. Larga parte del nostro sistema di welfare va dunque ripensato profondamente. In questi mesi abbiamo cominciato a farlo.

Torniamo al decreto ristori. Le risorse previste verranno suddivise tra le categorie con criteri di gradualità diversa. Ma c’è chi avrebbe voluto altri metodi.
È chiaro che privilegiare velocità e automatismo ha messo in secondo piano altri aspetti. Ma in questi casi i tempi di risposta sono fondamentali. Se avessimo voluto fare una misura più commisurata ad ogni singola realtà avremmo perso davvero troppo tempo.

Con il nuovo provvedimento è arrivata anche la proroga del blocco dei licenziamenti fino al 31 gennaio. Ma cosa succederà dopo?
Si tratta di una misura eccezionale, legata all’emergenza, necessaria per tutelare i lavoratori in una fase recessiva senza precedenti. Continueremo a fare tutto quello che è necessario per difendere l’occupazione, dagli ammortizzatori sociali alle politiche attive. Con le parti sociali c’è un confronto in atto, cercheremo di trovare il punto di equilibrio migliore possibile.

Le nuove restrizioni del Dpcm fanno ipotizzare un nuovo rallentamento della nostra economia. Pensate di rivedere la nota di aggiornamento al Def? Finora, per il 2020, il governo ha previsto una perdita del Pil al 9%, cosa dobbiamo aspettarci alla luce di questa nuova ondata?
Va considerato intanto che le nostre previsioni del 9% erano piuttosto prudenziali perché ipotizzavano un quarto trimestre sostanzialmente statico. Se le cose dovessero peggiorare adegueremo le previsioni, ma bisogna tenere presente che questo Dpcm è restrittivo su una quota relativamente contenuta di imprese, circa mezzo milione di imprese. La stragrande maggioranza delle attività economiche non sono interessate. Detto questo è chiaro che la seconda ondata della pandemia produrrà un effetto negativo dal punto di vista economico, è inevitabile. Ma dipenderà molto da diversi fattori. Cercheremo comunque di rispondere ad ogni evenienza.

Volendo guardare più in là, quando prima o poi il virus allenterà la sua morsa, come ipotizza la ripresa economica? Con quale velocità torneremo a un’economia pre-Covid?
Dopo la riapertura di maggio-giugno abbiamo avuto una curva di ripresa a “V”, come dimostrano i dati sulla produzione industriale e altri indicatori. Il recupero è stato superiore alle aspettative i dati del PIL del terzo trimestre diffusi oggi dall’Istat (+16,1%) lo dimostrano in maniera netta. La seconda ondata chiaramente sta complicando le cose, ma nel momento in cui finalmente ci sarà la disponibilità di un vaccino le aspettative dei consumatori e delle imprese miglioreranno nettamente e la ripresa accelererà.

E a proposito di ripresa, come ha appena accennato, oggi l’Istat ha comunicato una crescita del PIL record, mentre qualche giorno fa Standard & Poors ha migliorato l’outlook del nostro Paese da negativo a stabile.
Sono due dati molto significativi. S&P da una parte ha evidenziato come l’appartenenza dell’Italia alla UE e all’Euro abbia mitigato di molto l’impatto dell’emergenza COVID sull’economia e i conti pubblici. Con buona pace di Salvini, della Meloni e degli slogan anti Europa dei sovranisti. Chiediamoci dove saremmo, se al governo ci fossero stati loro. Dall’altra parte viene riconosciuta l’efficacia delle misure che il governo italiano ha messo in campo in questi mesi, con un intervento in tempi rapidi e di enorme portata, 100 miliardi di euro pari ad oltre 6 punti di PIL.

Quanto al PIL, il rimbalzo record nel terzo trimestre è dovuto certamente alla reattività e alla resilienza del sistema produttivo, a partire dall’industria manifatturiera, ma anche alle misure messe in campo dal governo. E S&P con la sua recente valutazione ha riconosciuto questo aspetto.

Parliamo di Europa e di Next Generation EU. A che punto sono i progetti che ci permetteranno di ottenere quelle risorse fondamentali per la ripresa?
Abbiamo inviato a Bruxelles un primo schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La Camera e il Senato hanno discusso e approvato due importanti documenti di indirizzo al governo. Sta andando avanti il lavoro tecnico e politico nella selezione dei progetti e a inizio 2021 saremo pronti per presentare la versione finale del Piano con l’elenco dei progetti.

I tempi per ottenere le prime risorse?
Molto dipenderà dal confronto politico e dalla trattativa a Bruxelles. Potrebbe esserci ritardi, ma confidiamo che la ripresa della pandemia in tutta Europa faccia superare remore, freni e perplessità.

In parte già è successo proprio con l’approvazione di Next Generation EU. Lei pensa che la pandemia possa cambiare definitivamente il paradigma politico dell’Europa, mettendo in minoranza i cosiddetti falchi e accelerando un processo di maggiore integrazione?
La decisione politica che ha portato al varo di Next Generation EU è già un passaggio di portata storica, che supera il tabù degli Eurobond, dota l’Unione di una capacità fiscale autonoma, riporta al centro gli organismi comunitari e ridimensiona la logica intergovernativa che aveva prevalso nell’ultimo decennio. Non a caso alcuni si spingono a definirlo il nostro “Hamiltonian Moment”, paragonandolo alla decisione assunta nel 1790 da Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli USA, di assumere al livello federale il debito delle 13 ex colonie.

Next Generation EU è un salto in avanti formidabile, che va però consolidato. E un punto chiave nel dibattito europeo sarà segnato proprio da quello che accadrà in Italia con le risorse del Recovery Fund. Il nostro Paese sarà osservato con la massima attenzione: se utilizzeremo presto e bene i fondi europei, aiuteremo chi crede in una Unione solidale. Se sprecheremo questa occasione, ridaremo fiato ai frugali e agli euroscettici. In questi mesi si è affermata nelle classi dirigenti e nelle opinioni pubbliche europee la convinzione che siamo tutti sulla stessa barca e nessuno si salverà da solo. Non era un fatto scontato, nella fase iniziale. Lo è diventato strada facendo ed è stato decisivo per arrivare ad una risposta comune a livello UE. Da questo punto di vista anche la seconda ondata della pandemia sta dimostrando drammaticamente che il virus non conosce confini. Nessuno può sentirsi al riparo. E solo insieme si può ripartire.

A proposito di ripartenza. Quando arriverà, sperando sia molto presto, ci saranno in ogni caso fasce della popolazione che rimarranno maggiormente indietro, aumentando inevitabilmente le disuguaglianze. Qual è la ricetta ideale per ridurre questo gap?
Affrontando l’emergenza abbiamo già esteso la rete di protezione sociale esistente e introdotto nuovi strumenti di protezione. Penso alla cassa integrazione, che prima escludeva i lavoratori delle micro e piccole imprese, piuttosto che alla costruzione da zero di forme di sostegno al mondo del lavoro autonomo e professionale, che prima era completamente escluso. Abbiamo messo in campo il reddito di emergenza, previsto misure per le famiglie e sperimentato un diverso modello di welfare, maggiormente universalistico rispetto alla frammentazione con cui siamo entrati nella pandemia.

Ora il punto è superare la logica emergenziale, rilanciando lo sviluppo e avviando riforme strutturali degli ammortizzatori sociali, del sistema sanitario, delle politiche per le famiglie, del sistema scolastico e formativo. Deve essere questa la strada maestra per ridurre le disuguaglianze sociali, di genere e territoriali. E per affrontare con decisione la questione dei giovani, che sono stati i grandi perdenti negli ultimi dieci anni e rischiano di esserlo ancor di più oggi. Dobbiamo occuparci delle vecchie disuguaglianze ma anche di quelle nuove, come il digital divide, il divario digitale, una espressione quasi esoterica prima della pandemia e che oggi apre una nuova, grave frattura sociale. Quando a fine febbraio siamo stati costretti a mandare in apprendimento a distanza tutti gli studenti italiani, lo abbiamo fatto in un Paese in cui una famiglia su otto con figli minori non ha nemmeno un computer. Una su cinque nel Mezzogiorno. Centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi di fatto tagliati fuori dalla scuola. È una lezione amara, che dimostra come il tema della banda larga e dell’alfabetizzazione digitale non riguardi solo la competitività economica del Paese, ma sia decisivo per evitare nuove disuguaglianze e garantire pari opportunità a tutti.

Peraltro renderebbe più sostenibile lo smart working…
Certo, non mi riferisco solamente all’accesso all’istruzione, il discorso vale anche sul versante lavorativo. Nel momento in cui lo smart working diventerà una condizione normale per tanti lavoratori, è chiaro che una parte del mondo del lavoro, quella più fragile e meno digitalizzata, rischierà di essere messa ai margini. Per questo dobbiamo colmare quel divario.

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