venerdì 27 Novembre 2020

Per l’Italia è sempre tempo d’Africa, specialmente ora
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Il continente africano deve essere un asse prioritario per la politica estera italiana. Sia per le grandi opportunità economiche sia per gli equilibri geopolitici mondiali. Lo dimostrano i fenomeni migratori in Europa, la composizione regionale dei conflitti, la convivenza fra le religioni, il persistere del terrorismo internazionale, leggasi Daesh o Al-Shabaab. Una concorrenza tra partner europei a cui gli italiani possono facilmente tenere testa.

Per l’Italia, ma soprattutto per capire l’Africa tutta, l’Etiopia rappresenta per molti aspetti un punto di partenza privilegiato. Dopo gli scontri avvenuti nello Stato regionale dell’Oromia il 1° novembre scorso, è oggi altissima la tensione anche nel territorio più a nord dell’Etiopia, quello del Tigray. Il primo ministro oromo Abiy, premio Nobel per la pace con l’Eritrea nel 2019, dopo anni di governo tigrino della nazione deve fare i conti con diversi fronti di conflittualità in un “mosaico di etnie”. Un’escalation che merita di essere guardata da vicino anche dal nostro Paese.

L’”Abissinia” è un paese antichissimo e orgoglioso della propria storia millenaria. L’unico in Africa a non essere mai stato veramente colonizzato, con l’eccezione della breve e infelice impresa fascista di oltre ottant’anni fa. Un’impresa storica, peraltro, da indagare ancora e sicuramente da far conoscere maggiormente ai nostri connazionali. Inoltre preservare una delle rare aree di “quasi” stabilità nel magma regionale e continentale costituisce per l’Italia un imperativo.

Addis Abeba, oltre ad essere la capitale diplomatica del continente, è infatti sede dell’Unione Africana e si candida da tempo come potenza regionale e forza stabilizzatrice del Corno d’Africa, crocevia di crisi, guerre, conflitti e calamità naturali. Si pensi, ad esempio allo sforzo del governo federale etiopico per fare fronte alle recenti e gravissime siccità causate dai cambiamenti climatici o per accogliere i circa 800mila rifugiati, tra eritrei, somali e sudanesi accolti nei campi profughi, visitati nel 2016 anche dal Presidente Sergio Mattarella. Sforzi e capacità di risposta a cui sono in tanti a guardare con interesse, nonostante la crisi politica delle ultime settimane. A partire dalla Cina, che nel paese dei Negus sta investendo ingenti risorse, premiando la stabilità di governo e la pianificazione economica federale realizzate con decisione anche a scapito di alcune libertà civili e politiche. Ciò ha consentito al governo etiope di diventare, con una crescita del PIL superiore al 9%, una delle potenze economiche africane dopo Nigeria, Egitto, Sud Africa e Angola. Basti pensare che l’ Ethiopian Airlines è stata, sin dalla prima fase della pandemia del Coronavirus, l’unica compagnia aerea che non ha mai smesso di volare tra l’Europa, le Americhe, l’Asia e l’Africa. Emblematico il viaggio del medico italiano Giovanni Putoto del CUAMM-Medici con l’Africa, unico passeggero tra Roma Fiumicino e l’aeroporto di Bole lo scorso 5 aprile.

Parallelamente alla crescita economica, comunque minacciata nel futuro dalla pandemia COVID19, le fragilità e le pressioni interne si aggiungono a quelle esterne. Il Corno d’Africa è, come detto, una regione in equilibrio precario. La radicalizzazione islamica è percepita come un pericolo concreto e latente che sfida sia la convivenza interetnica con i cristiani sia il dialogo interconfessionale che da sempre caratterizzano la società etiopica. E il confronto Iran – Arabia Saudita, oggi sottotraccia, con le sue implicazioni rischia di avere un effetto nefasto sulla politica e la stabilità della regione e già si intravedono pericolosi allineamenti strategici da parte di alcuni Paesi del Corno con i grandi giocatori del risiko del Golfo Persico. Con la Turchia di Erdogan convitato di pietra, specie in Somalia.

Dinamiche, queste, che creano ancora nuove sfide per l’Africa Orientale e, di riflesso, per l’intero continente africano, per il Mediterraneo e per l’Europa. L’Italia è accolta con impazienza e da protagonista ad Addis Abeba. Lo si può affermare senza scadere in un becero nazionalismo. Il suo porsi, anche diplomaticamente, con gli altri e non sugli altri, il suo tessuto formidabile di piccole-medie imprese, la vitalità del terzo settore nazionale, la sua naturale attenzione alle caratteristiche antropologiche del paese in cui opera e – perché no – la fantasia che caratterizza gli italiani, costituiscono la ricetta per una cooperazione politica ed economica efficace. I primi risultati si vedono, ma hanno bisogno di essere consolidati e di nuove iniziative, il rilancio dell’Italia post pandemica passa anche per il rafforzamento dei suoi rapporti “africani”. Una strategia win-win per tutti.

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