lunedì 25 Ottobre 2021

Women New Deal, la rivoluzione dem per una società più equa. Parla la Presidente Pd Valentina Cuppi

“Non serve solo uno sguardo di genere innovativo, competente e rivoluzionario per progettare la ripartenza. Serve proprio uno scossone allo status fossilizzato del Paese. Dalla scuola al sociale, dall’organizzazione del lavoro al riconoscimento di ruoli decisionali, dobbiamo fare del tutto per la parificazione di genere e questo ci aiuterà a riprogettare l’Italia a misura sia di donne che di uomini”.

La Presidente del Pd Valentina Cuppi ha presentato con la portavoce della Conferenza delle democratiche, Cecilia D’Elia, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, e il segretario nazionale, Nicola Zingaretti il Women New Deal, definito “come un grande patto per la ripartenza che mette al centro l’esperienza e il protagonismo delle donne per il futuro del Paese”.

Un documento al quale hanno contribuito anche molte esperte di vari settori, associazioni e persone impegnate in battaglie per le pari opportunità, che sollecita anche la definizione di un aggiornato Piano Sociale Nazionale costruito con la partecipazione dei Comuni, delle Regioni e del Terzo Settore, con la “definizione dei Livelli Sociali Essenziali; Welfare collaborativo, di comunità, nuove forme di integrazione tra servizi pubblici, privato sociale e reti sociali circostanti” e poi di misure per l’educazione, per la prevenzione ed il contrasto della violenza maschile contro le donne e la proposta di incentivare la creazione di “Piani Regolatori dei Tempi delle città per offrire durante tutta la giornata opportunità di vita sociale, culturale ed economica”.

Cuppi, che è anche sindaca di Marzabotto, con la sua elezione a Presidente dem ha incarnato una speranza, un invito a guardare al futuro, quel salto che ci si aspetta, quel riconoscimento spesso negato che molte donne attendono. Un’attesa che i dati purtroppo confermano.

Il tasso di occupazione delle donne è di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini, il lavoro part time riguarda al 73,2% le donne ed è involontario nel 60,4% dei casi. I redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini. E poi ci sono i dati sulla violenza: la convivenza forzata ha aumentato i casi di violenza domestica.

Presidente Cuppi, c’è davvero molto da fare. Da dove iniziare a sbrogliare il bandolo della matassa?

“Bisogna partire dal presente. A causa della pandemia si rischia di fare passi indietro rispetto ai risultati già ottenuti. L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha fatto emergere in maniera dirompente le iniquità che esistono nel nostro paese, le discriminazioni presenti nel mondo del lavoro e nella nostra società. I danni economici e sociali della pandemia da Covid19 impongono la progettazione di una ‘rinascita’. Le donne durante il lockdown nazionale hanno continuato a lavorare più degli uomini per garantire i servizi essenziali e al contempo con la chiusura di scuole, asili e altri servizi hanno visto aumentare esponenzialmente il lavoro di cura che spesso è tutto sulle loro spalle. Sono come tali testimoni più che credibili dei pregi e difetti di un sistema sanitario, economico e sociale che va migliorato e modificato. Per questo vogliamo aprire un ‘nuovo corso’ e nel contempo ‘un nuovo patto sociale’ a partire dai fondamentali diritti di cittadinanza”.

L’European Institute for Gender Equality (EIGE) fotografa l’Italia: è il Paese in Ue che sta progredendo a ritmo più veloce verso la parità di genere. Nonostante i progressi, però, le disuguaglianze di genere più marcate rimangono nell’ambito del potere, e persiste il problema del divario salariale. In media la retribuzione delle donne ammonta a quasi un quinto rispetto a quella degli uomini. Inoltre le donne passano più tempo degli uomini a fare lavori domestici.

“Senza l’ascolto dell’esperienza femminile e il protagonismo delle donne nelle decisioni sul futuro del Paese non si va da nessuna parte. Voglio chiarire una volta per tutto che non stiamo parlando di una questione femminile, ma del futuro del nostro Paese. È inaccettabile che in alcuni decisivi organismi che affrontano importanti questioni per il futuro ci siano pochissime o addirittura nessuna donna. Il WND è un contributo per trasformare finalmente e radicalmente il nostro paese”.

Questo cambiamento però ha bisogno di strumenti pratici per realizzarsi…

“E’ vero i dati sull’occupazione femminile vedono una differenza marcata tra l’Europa e l’Italia: la media europea è del 63%, mentre quella italiana è ferma al 49%. Bisogna aumentare il congedo paterno obbligatorio a 3 mesi, fare un piano nazionale per rendere gratuite tutte le spese sostenute nei primi 1000 giorni di vita dei bambini, avviare una retribuzione più alta durante il congedo parentale e favorire l’alternanza tra genitori. Nel paese ci sono 134 mila nascite in meno: ci vogliono politiche coraggiose e impattanti. E’ necessario eliminare il gender pay gap come previsto dal decreto legislativo 198/06, che vieta qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata sul sesso rispetto non solo alla retribuzione ma anche all’accesso al lavoro, alla carriera, alle condizioni lavorative. Vanno previsti inoltre sgravi contributivi per l’assunzione di donne (in particolare per le neomamme che sono quelle con maggiori difficoltà), sostegno alla nascita di start-up e di imprese femminili anche attraverso agevolazioni nell’accesso al credito. È necessario in tal senso istituire un Fondo permanente per l’imprenditoria femminile, per aprire alle donne le porte del fare impresa e avere il loro pieno contributo alla crescita, per valorizzare i loro talenti, integrando investimenti in nuove tecnologie con progetti ad elevata intensità occupazionale femminile”.

Va sottolineato anche che molti dei settori “essenziali” in cui si è continuato a lavorare offline sono a prevalenza femminile. Nella sanità e nei servizi sociali due terzi del personale è composto da donne.

“La grande opera che serve al Paese sono le infrastrutture sociali, territoriali, di prossimità, da innovare attraverso investimenti in tecnologie digitali. Deve essere riformato il sistema delle Rsa e potenziata la rete dei servizi territoriali e di prossimità. Va quindi rafforzato il sistema di sostegno alle fragilità e alle disabilità, integrando le politiche sociali con quelle della sanità e dell’istruzione. Le famiglie costituiscono il primo nucleo sociale delle bambine e i bambini che devono vedere riconosciuto il proprio diritto ad avere attenzione e tempo dedicato a loro, in particolare nei primi 12 mesi di vita. Al contempo, chi decide di diventare genitore deve avere la possibilità di farlo con il pieno sostegno da parte dello Stato. Come rileva ‘Save the Children’ abbiamo avuto un calo di 134 mila nascite negli ultimi dieci anni, la denatalità è continuamente in aumento. Sono necessarie misure a sostegno delle bambine e dei bambini, della condivisione del tempo di cura/ tempo di lavoro affinché le persone possano decidere di diventare genitori avendo una rete di supporto, non facendo ricadere il lavoro di cura solo sulle donne”.

Infine una riflessione sulla piaga più orrenda, quella della violenza.

“Su questo non bisogna tentennare. La violenza contro le donne può essere definita come l’esito estremo delle disuguaglianze di genere. La  lotta contro la violenza nei confronti delle donne coinvolge tutti quanti a vari livelli e ciascuno si deve adoperare per le proprie risorse e possibilità ad aiutare le donne che subiscono violenza ad uscire da questo dramma per salvare loro stesse ed i loro figli.  Quindi innanzitutto vanno applicate le normative vigenti che spesso l’intero sistema territoriale di servizi stenta ad assumere come indicazioni prescrittive e come cornice culturale di riferimento. La violenza è una grave violazione dei diritti delle donne e dei minori e bisogna operare secondo una corretta valutazione del rischio ed in stretta sinergia con i centri antiviolenza. Non per ultimo il ruolo dell’educazione nel prevenire questo fenomeno è determinante. Molti ragazzi e ragazze, non conoscono la Convenzione di Istanbul e le tutele che ha permesso di conquistare. Sarebbe opportuno includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado, dei materiali didattici su questi importanti temi. C’è già una generazione femminile decisa e preparata che attende. E non possiamo deluderla”.