mercoledì 20 Ottobre 2021

I valori comuni europei non sono in vendita

Come ormai noto l’Ungheria e la Polonia, con il sostegno della Slovenia, hanno bloccato l’approvazione dell’accordo raggiunto faticosamente a luglio dai rappresentanti del Consiglio e del Parlamento europeo sul Quadro finanziario pluriennale dell’Unione Europea per i prossimi 7 anni. I due paesi hanno posto il veto all’aumento del tetto alle risorse proprie dell’Unione per manifestare la loro opposizione al nuovo meccanismo, voluto dal Parlamento europeo e dagli altri 25 governi, che consentirebbe all’UE di tagliare i fondi a un paese che violi i principi fondamentali dello Stato di Diritto.

Lo stallo che si è venuto a creare è particolarmente grave, perché se non si trova un accordo, si sarà costretti a ricorrere a meccanismi d’emergenza e a rimandare l’entrata in vigore del nuovo bilancio pluriennale e dunque dell’intero Recovery Plan collegato, rinviando in tal modo ulteriormente l’erogazione dei fondi del Next Generation EU a beneficio di tutti i cittadini europei colpiti dagli effetti della pandemia.

Al tempo stesso raggiungere un compromesso è diventato apparentemente molto difficile. Di fatto, o Ungheria e Polonia fanno un passo indietro e accettano di ritirare il veto, predisponendosi a convincere i rispettivi parlamenti nazionali a ratificare l’accordo sul tetto delle risorse proprie, oppure è l’Unione europea a dover cedere al loro ricatto. Se la prima ipotesi al momento è poco realistica, la seconda sarebbe disastrosa. Vorrebbe dire che l’Unione rinuncia a difendere i propri valori fondanti e i principi su cui si basa, accettando così di ridursi ad una organizzazione di Stati sovrani che rimangono uniti semplicemente sulla base di un mero interesse economico.

In questo caso però i primi ad essere danneggiati sarebbero proprio i due paesi che sull’utilizzo dei fondi europei hanno fondato la loro crescita economica. Inoltre il Parlamento europeo ha già più volte chiarito che mai e poi mai approverebbe una decisione dei governi che limitasse la condizionalità della tutela dello stato di diritto per un mero calcolo economico, minacciando esso stesso un potere di veto, ma nel nome dell’interesse comune europeo.

Ciò andrebbe contro ai valori fondanti e allo stesso diritto dell’Unione Europea. E i valori europei non sono negoziabili o in vendita sulla base di un mero ricatto di parte. Infatti tutti gli Stati membri, compresi Polonia e Ungheria, hanno firmato e ratificato un Trattato in cui l’UE si impegna a promuovere il rispetto dello Stato di diritto da parte dei suoi membri e lo pone come requisito da rispettare anche ai paesi aderenti. Non si può pensare di applicare il Trattato alla Turchia e disapplicarlo all’interno dell’UE.  Spetterà alle Istituzioni europee, e in ultima analisi alla Corte di giustizia, valutare se esiste una violazione grave e persistente dei valori di cui all’art. 2 TUE. Naturalmente in questo caso la valutazione dovrà essere fondata su criteri giuridici e non politici.

In definitiva la Polonia e l’Ungheria, come anche la Slovenia, possono bloccare la decisione unanime prevista dall’art. 7 TUE ma non possono bloccare una decisione di sospendere il versamento dei Fondi europei presa dal Consiglio a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, supportata dalla grande maggioranza del Parlamento Europeo e confermata dalla Corte europea di Giustizia in caso di violazione di questi valori fondamentali europei.

Lo scontro che si sta consumando ha dunque principalmente un profondo significato politico. E’ l’ennesima dimostrazione che l’assetto dell’Unione europea cosi com’è non è adeguata alle sue ambizioni. Un’Unione che si vuole in primis una comunità di valori non può trovarsi in balia di un’esigua minoranza dei suoi membri che negano tali valori, paralizzando l’Unione se cerca di agire in modo coerente con le sue aspirazioni. Se il progetto comune europeo, fondato sulla solidarietà e sull’autonomia strategica, sta prendendo sempre più forma come risposta alla crisi pandemica, è evidente al tempo stesso che per realizzarsi deve tradursi in un nuovo assetto politico-istituzionale democraticamente sempre più avanzato.

Ormai risulta urgente un’unione politica che deve partire senza farsi bloccare dal tabù dell’unanimità, se vogliamo superare estenuanti negoziazioni o minacce di veti contrapposti basati su singoli interessi nazionali, accettando anche il fatto che all’inizio non tutti gli attuali Stati membri potrebbero acconsentire ad entrare in una vera unione politica di stampo federale. Ma questo è un rischio politico che vale la pena correre se vogliamo rifondare l’Unione europea, rendendola più efficiente e democratica per essere all’altezza delle nuove sfide epocali che abbiamo di fronte, a partire dagli effetti della pandemia.

Per questo è necessario che la Conferenza sul futuro dell’Europa venga avviata al più presto. Si tratta del quadro che le istituzioni europee e tutti i governi hanno individuato e proposto a questo scopo, coinvolgendo direttamente i cittadini nel dibattito sul loro futuro, al fine di trovare insieme nuove soluzioni per tutelare l’interesse comune, a partire proprio da quei valori fondanti qualificanti per qualsiasi forma di Unità europea.

Paolo Acunzo è vicepresidente nazionale del Movimento Federalista Europeo