mercoledì 24 Febbraio 2021

Cent’anni fa nasceva il Pci. Fondatore della Repubblica
C

Siamo a cent’anni dalla fondazione del Pci. Nel 1921 iniziò una lunga storia che attraversò il ‘900, con i suoi picchi e le sue tremende atrocità e tragedie.

Una storia che finisce nell’89, sotto il crollo del muro di Berlino. Da allora, quel nome “comunismo” non potè più reggere. Fu messo in discussione dalle immagini che attraverso la tv arrivarono in tutto il mondo: decine di migliaia di giovani della Germania dell’Est che si riversarono nella parte occidentale, abbracciandosi, colmi di entusiasmo e di commozione.

Eppure, ecco la contraddizione, la rivoluzione del ’17 aveva illuminato il suo secolo. Il secolo che da molti fu indicato con il nome di Lenin. Da quella data si diramarono due binari paralleli, certamente comunicanti, ma diversi nei loro effetti storici; da una parte la storia dell’involuzione dell’Urss con le sue purghe, repressioni, stermini di massa, e con le sofferenze materiali e spirituali di una parte grande dei cittadini; e dall’altra quelli che nel mondo, lontani dalla patria del socialismo realizzato, presero nutrimento e spinta nelle lotte contro il colonialismo, l’imperialismo, le nuove forme di fascismo che si andavano affermando, la brutalità dello sfruttamento che soprattutto nei continenti più poveri andava aumentando invece di regredire, nel nome di quella presa del palazzo d’inverno che per la prima volta aveva concretamente ribaltato i rapporti di forza tra i deboli e i forti, tra la speranza e la tirannia, tra la giustizia e il dominio feudale.

Il Pci visse dentro questa contraddizione. Anche se tentò, mai rinnegando ideologicamente l’orizzonte del comunismo, una variante europea, democratica, rispettosa della libertà e rinnovata nel suo profilo ideale e programmatico.

Ma il Pci non fu solo questo: una originale positiva espressione del movimento operaio internazionale con tutte le contraddizioni che, comunque, la sua collocazione nella grande divisione internazionale tra oriente e occidente, comportava.
Fu anche altro. Fu un grande partito nazionale, fondatore della Repubblica e tra i principali protagonisti della lotta al nazifascismo.

Questa fu la torsione fondamentale che il Pci riuscì a darsi nella sua funzione concreta, nella battaglia politica quotidiana, nel suo rapporto con le grandi masse.

Come se la testa fosse rimasta ancora, seppure in parte e in modi originali, dentro al destino del comunismo internazionale; mentre i piedi fossero ben piantati sul terreno italiano, della patria, delle vicende così dolorose che l’avevano attraversata, della necessità di sollevare il tricolore dal fango nel quale l’aveva gettata Mussolini alleato di Hitler, della consapevolezza di quanto le classi tradizionali e borghesi italiane avessero disertato rispetto alla loro funzione nazionale.

Questo legame così forte con l’Italia smentiva quella vocazione massimalista che aveva favorito l’avvento del fascismo, invocando, allora, di fare come in Russia.

Lasciando alle bande nere una presunta difesa degli ideali nazionali che parlò alle moltitudini di reduci che si erano sacrificate nelle trincee del nord. Questo legame del Pci con la terra italiana fu possibile grazie alla ricognizione storica, politica e culturale di Gramsci e dalla piena riscoperta dei suoi quaderni dal carcere. E poi dalla svolta che Togliatti realizzò nel ’43, costruendo un partito nuovo, unitario nella lotta della resistenza, non settario ma aperto alle alleanze, al recupero dei giovani intellettuali e studenti che si erano formati allo storicismo italiano. E infine fu possibile grazie a Enrico Berlinguer. Alla proposta del compromesso storico, che attualizzò dopo i fatti del Cile e la morte di Allende l’accordo repubblicano che portò alla nostra Costituzione, la più emancipativa tra quelle degli altri Paesi occidentali.

Insomma via via, e questo fu il segreto dei suoi successi elettorali e della sua influenza nel popolo e negli strati intellettuali, il Pci formò un insediamento nel cuore della società italiana sempre più identificato nella costruzione della Repubblica, nelle concrete lotte dei lavoratori, nella stagione dei diritti degli anni ’70, nel buon governo degli enti locali, nella più coerente lotta al terrorismo, nel coinvolgimento di tanti giovani alla partecipazione politica e al dibattito ideale.

Arrivai per questa via, anch’io alla federazione giovanile comunista italiana.

Non avevamo in testa le vicende sovietiche, piuttosto c’eravamo formati nel Movimento per la Pace e raccoglievamo le firme contro i carri armati sovietici in Afghanistan. Né tanto meno libri di Marx, di Lenin o persino di Togliatti. Non avevamo in testa particolari ideologie o miti da consacrare. Piuttosto sentivamo quella comunità di giovani comunisti, dentro al Pci, come il canale migliore per esprimere le nostre inquietudini, gli aneliti dell’anima, le disordinate spinte adolescenziali, già chiare nelle loro fondamentali discriminanti.

Quella comunità ordinava il nostro magma interiore; lo disciplinava; gli dava forma.

Quella comunità fu fonte di crescita, di apprendimento, dell’insegnamento dei padri, della responsabilità verso le istituzioni, della voglia di cambiare anche radicalmente, ma nel rispetto degli altri e soprattutto dei beni comuni. Ci consigliava di essere i migliori a scuola, di lavorare di più in fabbrica, di dedicarci alle nostre compagne e compagni più deboli e bisognosi, di frequentare il popolo se venivamo da strati più agiati, di stare nei quartieri e nelle strade a parlare con le persone.

Quella comunità è la stessa nella quale hanno militato con esemplare coerenza Marisa Cenciari Rodano, che ha compiuto cent’anni, ed Emanuele Macaluso, che è scomparso lasciando un vuoto umano e politico difficilmente colmabile.

Tutto questo rimane vivo, anche dentro di me, di quella così importante esperienza.

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine di tutto un mondo che non avevamo mai amato (perché amavamo Dubcek, Jan Palach, il Dottor Zivago, l’epopea del cinema che si realizzò nel cuore della caduta dello zarismo con i suoi eroismi e i suoi slanci visionari) avremmo dovuto come sinistra riuscire a mettere in campo una visione critica moderna.

Per non accettare il mondo così com’è. Rinunciando a quell’utopia di fuoriuscire dalla nostra società, dovevamo, però, migliorarla con più decisione. Riformare il capitalismo, renderlo più umano, controbilanciare con la politica i suoi istinti animali. E poi, dopo la fine dei partiti di massa, costruirne di nuovi capaci di rappresentare quei canali di scorrimento tra l’alto e il basso che erano stati garantiti dal partito comunista, dalla Dc, dal partito socialista, dall’azionismo laico nei trent’anni gloriosi della democrazia italiana. Abbiamo fatto tanto. Ma non siamo stati all’altezza di tutti i compiti che ci attendevano. È il tema dell’oggi. Di come riprendere in mano questo lavoro con un pensiero moderno, riformatore, profondamente umano che cambia l’esistente.

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6 COMMENTI

  1. E POI, invece di diventare socialisti, di unire la famiglia socialista, stralciata a Livorno, siamo diventati liberaldeomcratici. Via ogni riferimento al socialismo. Sparito il bel termine “compagno”, via le bandiere rosse, abrogato “L’internazionale”. Facciamo un governo con i 5 Stelle, per i quali avrà anche votato in buona fede anche una parte dell’elettorato di sinistra, ma il cui credo è di destra, antiparlamentare, antidemocratico, populista. LA TRISTEZZA DI UN COMPAGNO.

  2. Condivido l’articolo. Posso solo dire la questione principale che metterei al centro della riflessione per il futuro. In una parola sintetizzo il problema. Glocale. Se la nuova sinistra non organizza il locale (sviluppo, soggetti, protagonisti, artefici di uno sviluppo locale integrato, multisettoriale multisettoriale, multiculturale, ecc, creando reti collegate tra loro che creino contropoteri in grado di condizionare la globalizzazione selvaggia ne usciremo comunque sconfitti. Non e’ possibile combattere a mani nude. Non ci sono arbitri. Serve qualcuno che scriva un nuovo capitale in questa sfida improba. Alla sinistra manca oggi questa capacita’ di avere uno sguardo lungo.

  3. Ho appena finito di leggere la relazione di Togliatti del 1956 dove enuclea la via italiana al socialismo.
    Un testo per tanti versi ancora attuale per chi voglia capire cosa era il PCI e come intendeva il suo ruolo nelle istituzioni e nel Paese.
    Un Partito orgoglioso del suo contributo alla Costituzione, impegnato in Parlamento e nella societa’ nel realizzarla nelle sue parti programmatiche, collegato costantemente alle diverse articolazioni sociali, capace di coniugare grandi temi generali con la tutela di interessi specifici.
    Se il comunismo e’ un’utopia, non lo e’ di certo il valore di una comunita’ politica che si sente ed agisce come tale, si immerge tra i cittadini ed i corpi intermedi e si fa portatrice di una visione che si arricchisce e si realizza attraverso l’impegno parlamentare e la presenza viva nella societa’.

  4. Aldo Spallicci. Nel 1920/21 propose ed ottenne che la “CAVEJA di ROMAGNA” divenisse il SIMBOLO della nostra Regione nei 7 Comuni di Ravenna e Forlì più Imola. Questa icona rappresentava il proletariato delle nostre campagne, la mezzadria..i coloni…Spallicci si fece del CONFINO per il suo pensiero contrapposto..Le sonanti ANELLE derivano dalla civiltà Etrusca, un popolo libero, costituito da “TRIBÙ ” autonome…La Caveja compare nei versi di poeti …del Popolo..per il Popolo..Personalmente ne ho scritto un trattato con pensieri personali, mia del 2013 :
    LA LEGGENDA DI UN’ANELLA
    presentata all’interno di una personale:
    《 La Caveja di Romagna
    …la storia continua 》
    100 anni di storia…

  5. Io socialista dal 1952, PSIUP e poi PCI e via discorrendo nel PD con molta sofferenza. Forse sarebbe stata necessaria molta autocritica nel senso Gramsciano. Ancora oggi sarebbe necessario farla, Partendo dal 1921 al dopo la seconda guerra mondiale, le varie scissioni tra le quali quella di cui sono stato protagonista prima di entrare nel PCI. il fallito tentativo di unire PCI e PSI dopo la caduta del Muro di Berlino. Un seria autocritica potrebbe far emergere la cultura e i motivi ideali per un nuovo riformismo socialista.

  6. Non c’è consapevolezza di come tutte le nazioni dove non c’era stata una borghesia rivoluzionaria sono naturalmente andate verso il fascismo se non c’era il comunismo a fermarle, non c’è consapevolezza di come il PCI abbia ostacolato il pericoloso idealismo e spiritualismo italiano basato sulla superiorità della cultura tradizionale su quella scientifica che aveva inventato inquisizione mafia e fascismo, non c’è consapevolezza che il compromesso storico servì a impedire il riconoscimento da parte di Chiesa Italiana e DC Italiana del regime cileno golpista e a utilizzare la rete della Chiesa per salvare compagni, non c’è consapevolezza che il compromesso storico disattivò quella potente centrale di produzione di oppio dei popoli che era il vaticano portandolo dalla nostra parte, non c’è consapevolezza che il centralismo democratico era una miracolosa terapia psicosociale collettiva per la nostra società malata, non c’è consapevolezza che germania e paesi dell’est erano stati profondamenti nazisti e che da quelle parti il nazismo era stato quasi una forma di democrazia diretta come il fondamentalismo nello stato islamico, non c’è consapevolezza che la sinistra non comunista in italia non ha mai combinato nulla perchè la via alla socialdemocrazia in un paese come il nostro era quella della disciplina comunista (se no il psdi avrebbe avuto il 30 e il PCI il 3 e non viceversa). Zingaretti, il PD potrà risollevarsi in un solo modo, copiando il PCI in tutto e per tutto e ponendosi in maniera equidistante tra Cina comunista ed occidente e puntando ad un funzionamento più efficace ed efficente della democrazia rispetto ai bisogni del popolo in maniera opposta e speculare alla Cina comunista, ed alla nascita di un governo mondiale assieme a Cina e Russia per il controllo delle tematiche ambientali e sanitarie. W il PD, W il PCI, Rinnegati merdacce!

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