mercoledì 4 Agosto 2021

Il grande riequilibrio: come il reshoring riscrive le strade della crescita

Con il Covid-19, dopo un ventennio di delocalizzazioni, le industrie nazionali decidono di rientrare in casa. Una recente ricerca della McKensey parla di “grande riequilibrio”: entro il 2025 il 25% delle esportazioni mondiali potrebbero essere interessate dal fenomeno del reshoring, ovvero dalla ri-localizzazione delle attività produttive trasferite precedentemente all’estero. Parliamo di un valore di 4.500 miliardi di dollari. Il reshoring è l’opposto dell’offshoring, indicando il rientro dell’industria trasferita fuori dai confini nazionali, specialmente in paesi asiatici, come la Cina o il Vietnam e dell’Est-Europa, come la Romania o la Serbia. Il fenomeno investe principalmente le catene di fornitura lunghe, molto distanti dalle imprese delocalizzanti e non quelle corte, tra paesi limitrofi. Queste ultime al contrario si rafforzano, come sta avvenendo tra alcuni paesi europei. Le imprese fanno marcia indietro per rientrare nella propria nazione di appartenenza (back reshoring) o in paesi vicini (near reshoring).

Il reshoring non è un fenomeno nuovo. È un processo in atto già da diversi anni, e diverse cause spingono le imprese a rientrare in patria. Innanzitutto il venir meno dei vantaggi di prezzo, sempre minori, dovuti al ridotto costo del lavoro nei paesi in cui avvengono le delocalizzazioni. Poi c’è lo sviluppo dell’industria 4.0: i robot, la stampa 3D, l’internet delle cose e il cloud computing riducono nelle imprese la presenza di manodopera, soprattutto quella relativa a qualifiche basse o medie, che caratterizzano la base del lavoro trasferito all’estero. Viene infine l’impossibilità da parte della maggior parte delle imprese produttive di controllare i loro subfornitori. Sono queste le motivazioni di fondo, di natura economica e tecnologica. Oggi, però, a queste cause se ne aggiunge un’altra dovuta al Covid 19. Esiste la necessità di proteggersi dai rischi di blocco o di rallentamento delle catene di fornitura. Durante la pandemia i ritardi delle forniture di molte merci hanno prodotto gravi difficolta per i paesi occidentali. Molti prodotti mancavano, ed era difficile reperirli a causa della pandemia e dei limiti negli spostamenti commerciali.

Diversi paesi hanno risposto strategicamente a tali difficoltà. La politica economica del Giappone, ad esempio, include il manifacturing exodus from China. Tokyo ha iniziato a sostenere il reshoring con un ampio piano di finanziamenti da 2,2 miliardi di dollari. Le misure di intervento vanno però ben oltre il Giappone. Diversi governi ritengono convenienti sconti, fiscali e contributivi, e taglio del costo del lavoro a favore di quelle imprese che attuano il reshoring. Anche l’80% delle multinazionali, secondo un recente studio di Bank of America, ha già steso dei programmi di rimpatrio delle produzioni delocalizzate. In Italia invece spicca il caso della regione Toscana, che ha incluso il reshoring tra le proprie politiche di rilancio territoriale. Esistono anche casi che riguardano delle filiere produttive particolari, come il maxi-progetto avanzato dai big del farmaco. Una sessantina di piccole e medie imprese, divisioni italiane e multinazionali, appartenenti alla filiera del farmaco, hanno deciso di ricollocare in Italia la produzione per sottrarla dalla dipendenza della Cina e dell’India.

Sostenere il reshoring significa fare politica industriale. Una politica, questa, che potrebbe beneficiare anche del Recovery Fund, dando spazio a investimenti strategici per il territorio. Se il reshoring rimane un fenomeno spontaneo, legato esclusivamente a iniziative di mercato, molti dei suoi vantaggi possibili andrebbero persi. I benefici per l’economia italiana sono ampi. Molti studi economici dimostrano che il reshoring può generare una crescita del PIL, migliorando la dotazione delle risorse da investire, consentendo anche di aumentare le entrate fiscali o di ridurre le aliquote fiscali. Le strategie dovrebbero orientarsi soprattutto per il near shoring, l’accorciamento delle filiere e il loro insediamento in paesi limitrofi. Se ciò avvenisse, potrebbe aumentare il livello delle esportazioni estere, migliorando la bilancia commerciale. Per il nostro paese ciò avrebbe delle ripercussioni positive sulla produzione distrettuale, caratteristica del Made in Italy.