giovedì 16 Settembre 2021

Processo Condor: a giudizio in Italia un ufficiale brasiliano per l’assassinio di un italo-argentino

Fu il governo italiano presieduto da Enrico Letta a costituirsi parte civile nel processo sui crimini commessi dalle dittature sudamericane nella seconda metà del secolo scorso: il cosiddetto “Plan Condor” con il quale Argentina, Brasile, Cile, Bolivia, Paraguay e Uruguay coordinarono una comune strategia di dura repressione nei confronti di qualsiasi forma di opposizione ai regimi militari.

Atila Rohrsetzer, militare brasiliano che nel 1980 era a capo della Divisione Centrale di Intelligenza del Rio Grande del Sud, potrebbe essere condannato nelle prossime settimane per il sequestro e l’assassinio dell’italo-argentino Lorenzo Vinas Gigli.

Gigli aveva all’epoca 25 anni e da venti giorni era diventato papà di una bambina nata in Argentina; il 26 giugno del 1980 fu arrestato alla frontiera brasiliana mentre tentava in autobus di trasferirsi in Brasile per poi fuggire in Italia con la famiglia, che lo avrebbe raggiunto in seguito.

A quaranta anni di distanza, grazie ad un processo aperto dalla giustizia italiana sui crimini di lesa umanità (e quindi imprescrittibili) che coinvolsero diversi cittadini italiani residenti in Sudamerica, potrebbe essere giudicato e condannato per la prima volta un responsabile di un crimine commesso dalla dittatura brasiliana. Atila Rohrsetzer, che oggi ha 89 anni e vive a Florianopolis nello Stato brasiliano di Santa Catarina, è accusato del sequestro, della tortura, dell’assassinio e dell’occultamento del cadavere di Lorenzo Vinas Gigli.

Nel corso del processo in Italia fu stata ascoltata come testimone Silvia Noemi Tolchinsky, probabilmente l’ultima persona ad avere incontrato in vita Gigli. I due si trovavano nel centro di detenzione clandestino dell’esercito argentino “Campo de Mayo”, a Buenos Aires; Gigli, secondo Tolchinsky, portava con sé una foto della figlia e diceva di essere stato sequestrato in Brasile tre mesi prima. Dopo settimane di torture l’italo-argentino lasciò il centro di detenzione senza lasciare alcun registro della sua presenza, probabilmente trasportato su uno dei tanti “voli della morte” sul Rio de la Plata, pratica comune della dittatura argentina di quel periodo.

Il giudizio contro Rohrsetzer è solo uno dei tanti casi al centro del processo aperto in Italia il 10 ottobre del 2013; pochi giorni prima, rispondendo all’appello di organizzazioni della società civile e ad una mia lettera scritta come parlamentare eletto in America Meridionale nonché Presidente del Comitato italiani nel Mondo della Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio Enrico Letta aveva formalmente determinato la costituzione del governo italiano come parte civile nel processo.

Il totale dei denunciati era di 146, quattro dei quali brasiliani; di questi, trentatre sono stati sottoposti a giudizio. Otto ex Presidenti e militari sudamericani sono stati condannati all’ergastolo. Nel processo Gigli, derivato da quello più ampio sull’operazione Condor, erano quattro i militari brasiliani accusati: Joao Osvaldo Leivas Job, Carlos Alberto Ponzi, Marco Aurelio da Silva Reis e Atila Rohrsetzer. Essendo quest’ultimo l’unico tra i quattro ad essere ancora in vita sarà lui ad essere giudicato per la morte dell’italo-argentino Gigli.

Rohrsetzer viene menzionato per ben tre volte nella relazione finale della “Commissione Nazionale della Verità” costituita in Brasile nel 2012 per investigare i crimini commessi durante la dittatura; a suo carico una serie di reati ai danni di almeno otto persone nel corso della sua carriera a capo della struttura repressiva creata dal regime militare dell’epoca.

La moglie di Lorenzo Vinas Gigli, Olga Romana Allegrini, aspetta da quaranta anni un atto di giustizia verso l’atroce crimine commesso contro il marito. Lo scorso mese di gennaio, il giornalista brasiliano Marcelo Godoy, è stato sentito a distanza come testimone nel processo. Nel 2007 aveva pubblicato sul quotidiano “Estado de Sao Paulo” un’intervista al Generale di riserva Agnaldo Del Nero Augusto, nella quale il militare ammetteva la partecipazione del Brasile all’operazione “Condor” e il coinvolgimento del governo militare nel sequestro di Gigli: “Atila Rohrsetzer faceva parte della catena gerarchica della struttura della repressione politica dell’epoca e l’organo che lui comandava coordinava la repressione nel Rio Grande del Sud.”

Sempre secondo Godoy, il processo al “Plan Condor” in Italia è una questione di diritto internazionale: “L’Italia ha tutto il diritto di giudicare gli autori dell’assassinio dei suoi concittadini che non sono stati giudicati nei loro Paesi. Non ha alcun obbligo di seguire la “Legge di Amnistia” brasiliana né di riconoscerla.”

Il grande valore di questo giudizio sta proprio nel fatto che questa potrebbe essere la prima condanna di un brasiliano per crimini commessi durante il regime militare; anche se è improbabile che il Brasile accetterà l’eventuale richiesta di estradizione dell’accusato, il valore simbolico di questo processo rimane comunque altissimo, segnando di fatto la fine dell’impunità degli autori commessi dalla dittatura in quel periodo. Nonostante lo Stato brasiliano abbia in passato riconosciuto questi delitti e molte vittime siano state indennizzate in ambito civile, mai infatti una condanna penale aveva riguardato tali crimini. E questa sentenza sarebbe anche un monito a tutti coloro che, a iniziare dal Presidente della Repubblica, fanno ancora oggi apologia del regime militare.

Fabio Porta è Coordinatore PD Sudamérica, deputato dal 2008 al 2018

  • https://shoutcast2.streamingmedia.it/proxy/radioimmagina?mp=/stream