giovedì 9 Luglio 2020

Bolsonaro ha perso la testa, il Brasile sull’orlo di un’altra crisi di sistema
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Se c’è un Paese che, più di tanti altri, rischia di uscire dall’emergenza coronavirus in maniera diametralmente opposta a quando c’è entrato, questo è sicuramente il Brasile di Jair Bolsonaro. Il presidente della Repubblica più di destra della storia del più grande Paese sudamericano dai tempi della dittatura militare sta facendo di tutto per bruciare il consenso popolare di cui godeva, rischiando di provocare una crisi di nervi generalizzata. La cui prima e più clamorosa vittima potrebbe essere proprio lui.

Sono due le questioni su cui l’idillio tra Bolsonaro e il Brasile si sta velocemente consumando. La prima riguarda la disastrosa gestione dell’emergenza sanitaria, che ha portato alle dimissioni del ministro della Sanità Luis Henrique Mandetta. La seconda ha a che fare con un’escalation della vicenda che vede i suoi tre figli indagati per reati di vario tipo e che ha portato alle dimissioni – ben più rumorose – del ministro della Giustizia Sergio Moro.

Due binari paralleli, che rischiano seriamente di portare il treno in corsa di Bolsonaro a sbattere molto prima di quanto ci si potesse aspettare.

Andiamo con ordine, perché la vicenda brasiliana – colpito da una sorta di virus populista ante-litteram, molto prima che il virus vero si cominciasse a diffondere nel Paese – affonda le proprie radici in un decennio di rapporti completamente schizofrenici tra la società e la propria classe politica. E’ una vicenda in cui sono entrati l’ex presidente Lula Da Silva, la sua fedelissima Dilma Roussef che l’ha succeduto, il giudice Sergio Moro – poi diventato ministro della Giustizia – e, in ultimo, il presidente Bolsonaro.

Una storia raccontata magistralmente dalla 36enne Petra Costa nel docufilm “Democrazia al limite”. E’ la storia di come un Paese – con basi democratiche molto fragili – sia passato in pochi anni da Stato modello per tutto un Continente (e non solo), dal punto di vista istituzionale ed economico, a gigante malato, con una crisi generale che ha portato all’ascesa della peggior destra revisionista e nostalgica che ci fosse in circolazione.

Una crisi che, come sempre succede, esplode a causa di una scintilla che fa da detonatore ad una situazione già esplosiva per tanti motivi. La scintilla è la maxi-indagine che prende il nome di “Lava Jato” (Autolavaggio) portata avanti proprio dal giudice Moro. Una sorta di “Mani Putile” – a cui Moro si ispira dichiaratamente – in salsa sudamericana. L’inchiesta mette in moto quanto di più irrazionale serpeggiava già da tempo nelle società brasiliana: l’insofferenza verso la classe politica.

Quanto successo di lì in poi (parliamo del 2013) è ormai storia, con la rielezione debolissima di Dilma e la sua conseguente deposizione tramite una procedura d’impeachment che poggiava su basi giuridiche insufficienti, ma che ha trovato l’appoggio di una classe politica che, dopo tanti anni, vedeva riaprirsi davanti a sé le porte del potere. In questo contesto, poi, la carcerazione dell’ex presidente Lula, l’uomo che ha avuto il gradimento più alto nella storia del Paese, uno dei simboli della sinistra mondiale, ha rappresentato il punto di non ritorno.

Ed è qui che è entrato in gioco Bolsonaro. Abilissimo ad andare a colmare il vuoto che si era creato nella società brasiliana e di incanalarlo politicamente verso pulsioni revisioniste, xenofobe, omofobe e razziste. Nel 2018 avviene infatti ciò che fino a qualche anno prima non era neppure pensabile. Un uomo che esalta politicamente il regime militare, che per anni ha imposto la dittatura in Brasile, viene eletto per la carica più alta.

Passano i mesi e il consenso di Bolsonaro, come spesso succede all’inizio di una nuova storia politica, cresce. Il presidente è maestro nel coltivare la figura che si è creato. Uomo forte, simbolo della lotta alle élite, anti-establishment. Tutto costruito, tutto ciò che corrisponde all’identikit del perfetto venditore di pentole sovranista. Una specie di piccolo Trump.

Una navigazione col vento in poppa. Ma poi, improvvisi, arrivano i guai. E qui la storia arriva ai giorni nostri. I giorni in cui – addirittura in anticipo rispetto alla tabella di marcia – il grande bluff populista viene svelato.

Bolsonaro approccia all’emergenza Covid in maniera folle. Diffonde scientificamente disinformazione, dileggia il valore scientifico delle misure raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità, ridicolizza le autorità sanitarie del suo Paese. Anche davanti al crescere della diffusione e della letalità del virus, la reazione è destabilizzante. Per Bolsonaro il Covid-19 è una “piccola influenza”, un “raffreddore”, addirittura “una fantasia”. Una “fantasia” che in Brasile, per ora, ha provocato più di 12mila morti e che, con l’arrivo della stagione fredda nell’emisfero australe potrebbe causare una vera e propria catastrofe umanitaria, alla luce del fatto che quello guidato dall’estremista di destra è uno dei pochi Paesi al mondo non solo a non aver mai praticato un vero lockdown, ma ad averlo osteggiato apertamente.

Questo approccio irresponsabile, quel “me ne frego”, ha scatenato la dura reazione della comunità scientifica, di quella religiosa (molto forte in Brasile) e di alcuni degli stessi membri dell’esecutivo. E – cosa più grave per un politico che basa l’intera sua esistenza sulla sola creazione scientifica del consenso – ha fatto crollare la fiducia nel presidente. Solo il 27% dei brasiliani pensa che sia stato fatto un buon lavoro.

Ma il problema ancora più insidioso per Bolsonaro è quello legato alla giustizia e alla corruzione. In questo senso, le recenti dimissioni di Moro potrebbero rappresentare il punto di svolta decisivo. Ma perché il ministro della Giustizia, il magistrato più amato del Brasile (e anche su questo ci sarebbe da discutere) ha mollato il presidente? Semplice, perché per lui era impossibile accettare il licenziamento del capo della polizia, Mauricio Valeixo, silurato – secondo tutti i media – per non aver difeso i figli di Bolsonaro, indagati per diffusione di fake news, corruzione e legami con la mafia brasiliana.

Un fatto per il quale, ora, Bolsonaro rischia seriamente di finire a sua volta sotto processo per impeachment. Anche perché, davanti alle dimissioni di Moro, il suo consenso personale è ulteriormente crollato. Ben prima dell’uscita di scena del protagonista di “Lava Jato”, si stimava che l’allora ministro della Giustizia godesse di oltre il 55% dell’appoggio popolare in caso di elezioni contro il presidente in carica, fermo ad un 29%. Ora che il sodalizio politico è terminato, si stima che lo scarto sia ancora maggiore.

Davanti a ciò, come tutti i populisti, da Trump in giù, anche Bolsonaro sta reagendo in maniera scomposta, cercando di recitare la parte del perseguitato politico e scatenando i sentimenti più reconditi di quell’elettorato che crede ciecamente in lui e che sarebbe disposto a tutto per difenderlo. Proprio in questi giorni, nelle piazze di Brasilia, i sostenitori del presidente stanno dando il peggio, utilizzando toni da guerra civile contro i giudici della Corte Suprema e mettendo in discussione uno dei poteri fondamentali dello Stato.

E Bolsonaro, invece di calmare le acqua, getta benzina sul fuoco: li sostiene apertamente, li incoraggia, in un clima sempre più fuori controllo. E il Brasile, che due anni fa ha imboccato il vicolo cieco del ritorno al passato, sembra sull’orlo di una crisi che potrebbe avere ripercussioni pesantissime per l’intera regione.

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