martedì 7 Luglio 2020

Il viaggio di Petra nel Brasile contemporaneo, un monito per la democrazia mondiale
I

Lo diciamo subito, così togliamo subito il dubbio, se mai ve ne fossero, ai nostri lettori: tra le cose che dovete fare in questo periodo di quarantena nazionale che state trascorrendo a casa, ve ne consigliamo una, molto caldamente: guardate il docufilm “Democrazia al limite“, su Netflix, ideato, scritto e girato dalla 36enne brasiliana Petra Costa.

A metà tra un film autobiografico e un documentario, l’opera esplora uno dei periodi più drammatici della storia brasiliana, che guarda caso coincide con la storia attuale. E’ la storia di come un Paese – con basi democratiche molto fragili – sia passato in pochi anni da Stato modello per tutto un Continente (e non solo), dal punto di vista istituzionale ed economico, a gigante malato, con una crisi generale che ha portato all’ascesa della peggior destra revisionista e nostalgica della dittatura militare.

Un processo da studiare, un ammonimento per la democrazia a livello mondiale. Una sorta di “caso scuola” che, se non fosse adeguatamente capito, potrebbe riprodursi su larga scala (sempre che non stia succedendo in altre parti del mondo globalizzato). E’ un processo che ha a che fare con la corruzione, la giustizia e il modo in cui è stata maneggiata, lo strapotere dei media, le fake news di cui oggi tanto si parla, la politica senza scrupoli, la bramosia delle classi dominanti.

Una storia in cui ambizione, tradimenti e sogni infranti si intersecano tra loro, andando a costruire una sceneggiatura incredibile

Una storia in cui ambizione, tradimenti e sogni infranti si intersecano tra di loro, andando a costruire una sceneggiatura degna da Oscar. Non è un caso, infatti, che il film abbia ottenuto la nomination come miglior documentario nel 2020. E’ la storia di un Paese che si sviluppa parallelamente a quella dell’autrice, Petra Costa, erede di una famiglia che interpreta perfettamente le contraddizioni del Brasile degli ultimi decenni: da una parte una generazione che ha inseguito la ricchezza senza preoccuparsi delle conseguenze, quella dei suoi nonni, dall’altra, quella dei suoi genotir, che ha lottato per la libertà, diventando vittima di quelle stesse conseguenze.

Vittima lo è stata come Dilma Vana Roussef, per tutti, semplicemente, “Dilma”, militante che ha pagato sulla propria pelle la lotta contro la dittatura all’inizio degli anni ’70, quando fu incarcerata e torturata per oltre due anni. Una ferita che segnerà per sempre la sua storia personale e politica.

Dilma, nel 2010, viene eletta presidente della Repubblica brasiliana. Prima donna a ricoprire quella carica. Sono gli anni in cui il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (Lula), storico leader sindacale divenuto presidente per la prima volta nelle elezioni di otto anni prima, lascia in eredità, al massimo della popolarità (87%, un record per un Paese democratico) un Brasile felice, pacificato e soprattutto, ricco. Il Paese carioca, che in passato ha sofferto momenti di povertà drammatici, è ora la sesta potenza economica mondiale. Una cosa impensabile solo qualche anno prima.

Nessuno s’immagina che da quel momento tutto cambierà. Dilma non è Lula, il PT (Partido dos Trabalhadores) non ha la maggioranza assoluta per governare e deve scendere a patti con il PMDB (Partito del Movimento Democratico Brasiliano), la formazione di centro che andrà via via spostandosi sempre più a destra.

Nel frattempo nel Paese cresce l’insofferenza verso il governo. Una sofferenza ancora irrazionale, non incanalata politicamente. Nel 2013 scoppiano le rivolte che mettono in ginocchio un Paese che non cresce più così brillantemente come qualche anno prima, in cui sono stati sprecati un sacco di soldi per organizzare mondiali di calcio e Olimpiadi nel giro di soli tre anni (2014 e 2016) e in cui il PT sembra aver perso la sua presa sulla società, in particolare le fasce più basse della popolazione.

Una situazione di instabilità sulla quale esplode la bomba dello scandalo Petrobras, la compagnia nazionale di estrazione, raffinazione e vendita del petrolio. Viene scoperchiato un sistema di corruzione endemico e pesantissimo, che riguarda sostanzialmente tutte la classe politica del Paese. E sale alla ribalta la figura del giudice e procuratore Sergio Moro, protagonista principale della maxi inchiesta chiamata Lava Jato (Autolavaggio), dichiaratamente ispirata all’italiana Mani Pulite.

Moro, che gode dell’appoggio dell’opinione pubblica e della stampa nazionale (un’impresa praticamente nelle mani di poche influenti famiglie della ricca borghesia), ha poteri di fatto illimitati, anche perché nel sistema giudiziario brasiliano il procuratore che conduce le indagini ha anche il potere di stabilire sentenze e pene. Non si fanno prigionieri. Ma il non detto di tutta questa vicende, che risulterà evidente solo qualche anno più tardi, è che l’obiettivo di tutto questo è solo uno: l’indebolimento e la destituzione della sinistra democratica brasiliana.

L’obiettivo è uno solo: indebolire e destituire la sinistra democratica brasiliana

La popolarità di Dilma, intanto, è crollata. Ma nonostante questo riesce comunque e vincere le elezioni nel 2014. E’ l’inizio dell’ultima, drammatica, parte della sua storia alla guida del Paese. Già perché l’inchiesta di Moro finisce per coinvolgere anche lei. Quella che per l’immaginario del Paese diventa un’accusa di corruzione, in realtà è solo una questione di contabilità. Ma ormai la frittata è fatta.

Dilma viene messa sotto stato d’accusa per tradimento. L’impeachment, prima solo evocato dal suo avversario alle ultime elezioni, Aécio Neves, che non ha mai accettato la sconfitta, diventa un fatto reale solo qualche mese dopo, con la complicità dei suoi alleati, a cominciare dal suo vicepresidente Michel Temer e dal presidente della Camera Eduardo Cunha. Quello che viene chiamato impeachment, in realtà, è un golpe in piena regola.

Temer prende il posto di Dilma. La reazione di Lula – finito anch’egli nel tritacarne dei media – è ferma: l’intenzione è quella di ricandidarsi alla presidenza del Brasile per le elezioni del 2018. Tutto quanto successo negli ultimi cinque anni, però, ha fatto crescere, nel seno della società brasiliana, la serpe dell’estrema destra reazionaria, rappresentata alla perfezione da Jair Messias Bolsonaro.

Ex ufficiale dell’esercito, uomo di punta del Partito Sociale Cristiano, una formazione dichiaratamente nostalgica del regime militare, omofobo, sessista, razzista e xenofobo. Bolsonaro, solo qualche anno prima, sarebbe stato descritto come una sorta di caricatura. E invece riesce a fare breccia in una società così fortemente destabilizzata, arrabbiata e delusa.

Anche perché – e qui si chiude la storia drammatica raccontata nel film – il suo avversario principale, il “vecchio” Lula viene estromesso dalla competizione elettorale, accusato da Moro di aver accettato, sotto forma di tangente da Petrobras, un attivo in riva al mare a Guaruja. Un’accusa fondata su prove tutt’altro che evidenti, ma sufficienti per far emettere al giudice una sentenza pesantissima: l’ex presidente viene condannato a 12 anni di carcere e non potrà candidarsi alle elezioni.

Per Bolsonaro – colui che ama farsi ritrarre mentre fa “il verso” del mitra – la strada verso la clamorosa elezione è spianata. Il 1º gennaio 2019 giura come presidente di un Brasile completamente diversi rispetto anche solo a cinque, sei anni prima. La democrazia non era mai stata così in pericolo dai tempi della fine del regime militare. Il giudice Moro viene nominato ministro della Giustizia. E’ la chiusura del cerchio.

E allora, davanti a tutto questo, non ci sono parole migliori rispetto a quelle del presidente Lula per tenere aperta la fessura della speranza di un mondo migliore.

i potenti possono ammazzare una, due o cento rose, ma non possono impedire l’arrivo della primavera

“E’ inutile tentare di impedirmi di viaggiare per il Paese, perché ci sono milioni di Lula, di Bulos, di Manuela, di Dilma pronti a farlo per me. E’ inutile tentare di ostacolare le mie idee, volano già libere e non possono essere imprigionate. E’ inutile tentare di fermare i miei sogni, perché anche quando smetterò di sognare, continuerò a farlo attraverso le vostre menti. E’ inutile pensare che tutto si fermerà il giorno in cui a Lula verrà un infarto perché il mio cuore continuerà a battere nei vostri. I potenti possono ammazzare una, due o cento rose, ma non possono impedire l’arrivo della primavera e la nostra lotta porta sempre alla primavera”.

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